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giovedì 18 settembre 2014

A pranzo di atei, da " Le Diaboliche", di D'Aurevilly



E' la storia di un cavaliere, abile nel combattimento, molto coraggioso e valoroso, che purtroppo poiché rimasto fedele a Napoleone, venne poi scacciato dall'esercito da parte degli oppositori a Napoleone stesso. Questo tragico fatto segnò per sempre la sua vita: l'umiliazione subita a seguito del suo allontanamento e l'impossibilità di poter svolgere questa professione a seguito del cambiamento degli eventi lo ferì nel più profondo del suo essere. Il fallimento, ecco cosa si leggeva sul suo volto.
Decise di impegnare tutte le sue energie nella pittura e a Parigi aveva uno studio.
Quando si recava dal padre, uomo avaro, ma che non lo dimostrava quando il cavaliere soggiornava da lui, si organizzavano delle cene con piatti talmente prelibati che la fama di questi banchetti era risaputa in tutto il circondario.
Una sera i commensali decisero di raccontare la storia più abietta che avevano commesso. Erano tutti bestemmiatori, atei, mangia preti. Il figlio del padrone di casa: il cavaliere, era stato scoperto da uno degli invitati, mentre entrava in una chiesa e costui chiese davanti a tutti i commensali il motivo di questa visita inaspettata. Il cavaliere allora inizia a raccontare la sua storia.
Quando era nell'esercito il reggimento si spostava da un luogo all'altro seguendo la battaglia e solitamente non c'era compagnia femminile con loro. Uno dei suoi colleghi, che si era da poco aggregato al suo reggimento, arrivò con una donna, pare sua moglie che ben presto divenne molto famosa. Questa donna era bella, ma il suo fascino non era solo rappresentato dalla bellezza,  ella aveva un modo di arrossire e di essere in imbarazzo che la facevano parere ingenua e incapace di malizia. In poco tempo si accoppiò con tutto il reggimento e non si capiva se  suo marito lo sapesse o non ci facesse caso o era all'oscuro di tutto.
Capitò anche il turno del nostro cavaliere e per poco fu molto assiduo della signora, ma non era amore e poco alla volta si stancò della donna e cessò di frequentarla.
Passò un po' di tempo e la signora rimase incinta e al cavaliere venne il sospetto che il bambino potesse essere il suo, ma scacciò via velocemente questo pensiero perché poteva essere il suo come quello di qualsiasi altro membro del battaglione. Il bambino nacque, ma dopo poco tempo morì e il padre, il marito della signora,  fu talmente colpito da questo fatto che fece imbalsamare il cuoricino e custodire su una teca che portava sempre con se.
Una sera il cavaliere andò a trovare la signora, arrivò prima degli altri colleghi che si erano attardati a finire una partita e trovò la donna sola che scriveva un biglietto, si avvicinò per cercare di capire a chi era indirizzato il messaggio e per ingannare la dama sulle sue vere intenzioni, si abbassò e le diede un bacio sul collo. Lei accettò di buon grado il gesto affettuoso anzi si inchinò per riceverne altri, ma sentì il rumore dei passi del marito e invitò il cavaliere a nascondersi dentro l'armadio per non farsi trovare, dato che quando aveva bevuto era molto geloso. Da dentro l'armadio il cavaliere poté udire una vera e propria scenata di gelosia in quando si era accorto del biglietto che la donna non era riuscita a nascondere. Vennero alle mani e lei per umiliarlo gli confessò che non lo aveva mai amato, che il figlio non era suo ma del cavaliere (quello nascosto dentro all'armadio) allora dalla gelosia le lanciò la teca che conteneva il cuore del piccino. La cosa più agghiacciante fu che lei oramai senza più ritegno gli rilanciò il cuore in faccia. Il cavaliere ad un certo punto sentì urlare la donna e uscì dal suo nascondiglio, uccise il marito della donna. La donna era riversa sul tavolino svenuta. Lui prese il cuore, abbandonò la casa e il luogo perché ci fu un attacco e dovettero accorrere per combattere.
Andò in chiesa a dare sepoltura al cuore che teneva con se.