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venerdì 15 aprile 2016

L’ossessione a pois di Yayoi Kusama


Nagano è una prefettura fra le più grandi dell’arcipelago nipponico e senza dubbio quella più ricca di catene montuose e di zone verdeggianti. Situata nella zona centrale del Giappone, prima del periodo di restaurazione Meiji la zona era conosciuta come Shinano e fra le sue località più importanti c’era sicuramente Matsumoto, città che ha nel vecchio castello, detto «castello corvo» per il suo colore esterno nero, il suo simbolo più importante. Non molti sanno però che proprio a Matsumoto nel 1929 nasce una delle artiste giapponesi più importanti e popolari a livello internazionale che l’arcipelago abbia visto prosperare in questi ultimi 50 anni, Yayoi Kusama. Quarta figlia di una famiglia della borghesia alto media giapponese, Kusama fin da piccolissima soffre di allucinazioni e visioni che la accompagneranno per tutta la vita.


Il tratto ricorrente ed il marchio di fabbrica per cui è diventata famosa sono senza dubbio i pois colorati con cui comincia ad inondare le tele poco più che ventenne, ma che compaiono per la prima volta a soli dieci anni quando ricopre con questi cerchi colorati la figura di una donna col kimono.
Successivamente queste sfere andranno a coprire anche gli interni della sua abitazione e del suo studio ed infine perfino i corpi dei suoi assistenti. L’ossessione per questi pois deriva direttamente dalle sue allucinazioni ed è una sorta di esternalizzazione di questa visione ossessiva che è parte integrante dell’essere dell’artista. Secondo le sue stesse parole «un pois ha la forma del sole, simbolo dell’energia del nostro mondo e della vita, ma anche quello della luna, calma, rotonda, morbida, senza senso e senza conoscenza. I pois diventano movimento…e sono la strada per l’infinito».
A fine anni cinquanta Kusama si trasferisce negli Stati uniti dove conosce, frequenta, si ispira e a sua volta ispira gli artisti americani dell’avanguardia dell’epoca, ritorna in Giappone nel 1973 ma le sue condizioni mentali sono peggiorate e cerca di esorcizzare i tormenti interiori oltre che con l’arte visiva anche scrivendo storie brevi e poemi di tono surrealista. Alla fine decide però di entrare in un ospedale psichiatrico, luogo che le permette, come una novella Robert Walser femminile, di trovare una certa stabilità, luogo che continua ancora oggi ad essere la sua seconda casa.


Una traccia di questo straordinario e doloroso percorso artistico e di vita si trova nel bel museo municipale di Matsumoto che ha una collezione permanente dedicata all’artista, fin dall’esterno dove ad accogliere il visitatore ci sono dei giganteschi fiori fluttuanti. La parte più interessante però è all’interno dove è possibile esperire le opere di Kusama dal periodo giovanile fino a quelle più recenti ed alcune sono davvero notevoli perché si tratta di vere e proprie stanze che accolgono e abbracciano il visitatore. Stanze piene di specchi e pois naturalmente, installazioni con cui si entra quasi fisicamente nel mondo allucinatorio e destabilizzante dell’artista giapponese. Certo questi cerchi colorati sono diventati ora più che mai una sorta di merchandise da vendere e brandire come marchio, nel negozio del museo si vendono portachiavi, tazze e quant’altro e un paio di anni or sono la stessa
Kusama collaborò con Luis Vitton per una linea di prodotti della marca francese.


Ma qui sta il doppio significato della pop art e del mercato dell’arte moderna in generale, una contraddizione che la stessa artista portava alle sue estreme conseguenze già nel 1966 alla Biennale di Venezia quando durante l’esposizione del suo lavoro Narcissus Garden, cominciò a vendere le sfere che componevano l’opera stessa ai visitatori mettendo così in luce l’ambiguità dell’arte contemporanea e della sua necessaria ed inevitabile mercificazione.
[Matteo Boscarol da Il Manifesto del 15/04/2016]