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mercoledì 27 gennaio 2016

Se questo è un uomo. Primo Levi


Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide casa, 
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è un donna,
senza capelli e senza nome 
senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via, 
coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.

giovedì 14 gennaio 2016

Uomini senza donne, Murakami Haruki

Questo romanzo del 2015 è costituito da sette racconti. Il primo ha come titolo
Drive my car
è la storia di un attore Kafuku ormai rimasto vedovo che ha bisogno di un autista per la sua auto perché gli hanno sospeso la patente poichè guidava con un tasso alcolico superiore ai limiti consentiti e aveva un problema agli occhi.
Il suo meccanico gli fa il nome di una ragazza Misaki molto brava a guidare anche se è di poche parole e fuma in continuazione. Sulle prime Kafuku è diffidente perché secondo lui le donne al volante sono poco rilassate, ma la mette alla prova e si rende conto che è molto brava, guida bene e non si accorge quando cambia le marce e riesce a guidare nel traffico della città in maniera disinvolta.
Poco alla volta Kafuku si confida con Misaki le racconta di sua moglie, anche lei attrice, donna molto bella  che durante gli anni di matrimonio lo tradì con quattro uomini diversi. Non che tra di loro ci fossero dei problemi anzi erano una coppia ben affiatata, anche sessualmente ma la moglie ebbe queste relazioni extraconiugali e lui non riusciva a darsene una ragione. Aveva tentato di chiedere spiegazioni ma poi la moglie si ammalò e non lo fece. Era riuscito a diventare amico dell'ultimo amante della moglie per vendicarsi su di lui, ma poi lasciò perdere.
E' proprio la saggia Misaki che riesce a dare una risposta alla sua domanda.
"Tutto quello che possiamo fare  è cercare di sopravvivere, mandare giù e andare avanti."
 Yesterday
 "Per quel che ne so io, la sola persona che abbia mai provato a tradurre Yesterday dei Beatles in giapponese - anzi nel dialetto del Kansai - è stato un ragazzo chiamato Kitaru. La cantava spesso nel bagno di casa."
Kitaru e Tanimura si erano conosciuti quando lavoravano part-time in un caffè vicino all'ingresso principale del campus di Waseda. Tanimura frequentava il secondo anno di Lettere dell'Università di Waseda mentre Kitaru non aveva superato l'esame di ammissione per il secondo anno di fila, ma non dava certo l'impressione di impegnarsi sul serio.
I due ragazzi diventano amici e si frequentano anche fuori dell'orario di lavoro. Kitaru confida a Tanimura che stava con una ragazza Erika fin dai tempi delle elementari; ora si vedevano saltuariamente una volta la settimana per sua scelta. Era stata sempre la sua amica del cuore, avevano la stessa età ma lei aveva superato l'esame di ammissione alla Sophia University e frequentava il corso di letteratura francese. Un giorno Kitaru chiede a Tanimura di uscire con la sua ragazza perché gli spiega che con Erika hanno fatto tutte le scuole insieme e praticamente è come se avessero passato insieme la vita intera. Se avessero continuato d'amore e d'accordo fino alla laurea, sarebbero vissuti felici e contenti ma lui ha fatto un  fisco clamoroso all'esame di ammissione. Ora una parte di lui è terribilmente in ansia perché mentre lui si prepara a superare l'esame Erika invece si gode la vita universitaria, va a giocare a tennis, fa di tutto e di più. Dall'altra parte invece è sollevato perché se loro due avessero continuato ad avanzare insieme nella loro vita facile, senza problemi, dove gli avrebbe portati tutto questo? Non sarebbe meglio provare a percorrere per un certo periodo strade separate?
Tanimura accetta di uscire con Erika un sabato sera: vanno al cinema e poi a mangiare una pizza e mentre sorseggiano del Chianti Erika confida a Tanimura che non capisce il comportamento di Kitaru non studia e sembra non gli importi poi tanto superare l'esame di ammissione; gli dice anche che oltre a Kitaru ha un altro ragazzo. Lei vuole molto bene a Kitaru ma al tempo stesso c'è in lei il forte desiderio di conoscere altro, di provare altro, voglia di mettersi alla prova.
Due settimane dopo Kitaru lasciò il lavoro al caffè. Tutt'a un tratto non si fece più vedere, senza dare alcun preavviso.
Sedici anni dopo Tanimura incontra Erika a una degustazone di vini, si riconoscono subito e si fermano a parlare. Erika era ancora single, lavorava molto e non aveva certo tempo per il matrimonio. Kitaru invece faceva il cuoco a Denver, faceva sushi. Le aveva spedito una cartolina due mesi prima.
Tanimura quando sente alla radio  Yesterday dei Beatles pensa subito ai versi assurdi di Kitaru, stranamente gli è rimasto vivido il ricordo, sono stati amici solo per qualche mese ma il ricordo di quel periodo è rimasto indelebile.

Organo indipendente
Tra tutti i racconti della raccolta è quello più tragico e sofferto. E' la storia del dottor Tokai che faceva il chirurgo estetico e le occasioni di incontrare donne non gli mancava, ma non aveva mai avuto il desiderio di sposarsi e farsi una famiglia, anzi aveva sempre evitato di frequentare donne che vedevano in lui un possibile futuro marito.
Ma un bel giorno anche il dottor Tokai si innamora e la donna di cui si innamorò era sposata da sedici anni con una bambina piccola. Quando si rese conto che la relazione lo stava impegnando più del dovuto si sforzò di  non innamorarsi troppo per paura di soffrire. Cercava allo stesso tempo di non immamorarsi troppo della donna ma allo stesso tempo  sperava di non perderla.
Lo trovarono nel suo appartamento.
Per terra c'era di tutto, sparso ovunque. Giacche, pantaloni, cravatte, biancheria intima....vestiti che si era tolto e aveva gettato sul pavimento. Probabilmente erano mesi che non metteva ordine lì dentro. Le finestre erano chiuse e l'aria stagnava. Il dottore era sdraiato nel letto, l'aria tranquilla. - Goto doveva rivedere la scena, perché chiuse gli occhi e scosse lievemente la testa. - Appena l'ho visto, ho pensato che fosse morto. Stava per venirmi un colpo. Invece era vivo. Ha voltato verso di me il viso scarno e livido, ha aperto gli occhi e mi ha guardato. Ogni tanto batteva le palpebre. Respirava, anche se molto debolmente. Ma non si muoveva, le coperte tirate fino al collo.Ho provato a parlargli: nessuna reazione. Le sue labbra secche e serrate sembravano cucite. La barba gli era cresciuta parecchio. Prima di tutto andai ad aprire la finestra, per cambiare l'aria nella stanza. Visto che non c'erano misure urgenti da prendere, e il dottore on sembrava soffrire. mi sono messo a fare un po' di ordine nell'appartamento. Perchè era in uno stato davvero terribile. Ho raccolto i vestiti sparsi ovunque, ho messo in lavatrice le cose che si potevano lavare, infilato in una sacca quelle da portare in tintoria. Ho svuotato la vasca che era piena di acqua sporca, e l'ho pulita. Dalle incrostazioni che vi si erano formate, ho dedotto che non veniva svuotata da molto tempo. Una cosa impensabile per il dottore, un uomo che è sempre stato attento all'igiene.

In sintesi il dottor Tokai soffriva di una forma di anoressia. Non mangiava più nulla, si teneva in vita solo con un pò di acqua.Si era "consumato per amore". La donna di cui era innamorato lasciò lui e il marito per mettersi con un terzo uomo.

Shahrazad 
E' il soprannome che Habara aveva dato alla donna che andava a trovarlo due volte alla settimana.  Habara viveva segregato in un appartamento e  lei rappresentava l'unico contatto con il mondo  l'esterno.
Questa donna ogni volta che facevano sesso, narrava una storia bellissima, appassionante.

martedì 12 gennaio 2016

Charles Perrault 388 anni dalla nascita

Perrault era nato a Parigi il 12 gennaio 1628 e prima di dedicarsi alla scrittura era un avvocato. Charles Perrault proveniva da una famiglia dell’alta borghesia francese: il padre era un avvocato che divenne parlamentare, uno dei fratelli – Claude Perrault – era un importante architetto che disegnò la facciata dell’ala est del Louvre di Parigi, fra gli altri ci furono un generale dell’esercito francese e un medico che divenne membro dell’Accademia delle Scienze. Perrault studiò al College de Beauvais con ottimi risultati, lo abbandonò però in anticipo a causa di una discussione avuta con uno dei suoi professori sulla filosofia: in seguito alla discussione Perrault e un altro suo compagno decisero di mettersi a studiare filosofia per conto proprio. Si laureò in Giurisprudenza e diventò avvocato ma non esercitò la professione.
Charles Perrault raccolse molte fiabe della tradizione popolare: nel 1697 pubblicò I racconti di Mamma Oca, con alcune delle fiabe più famose come La bella addormentata nel bosco, 


Pollicino,  Il gatto con gli stivali, Capuccetto rosso, Cenerentola, Pelle d'asino e Enrichetto dal ciuffo.  

Alcune di queste fiabe erano già state raccolte da Giambattista Basile in Lo cunto de li cunti (da cui ha tratto ispirazione il film “Il Racconto dei Racconti” di Matteo Garrone), Perrault non si limitò però a raccogliere le fiabe così com’erano ma le arricchì con riferimenti alla vita francese del suo tempo e spesso sottolineandone l’aspetto morale. La paternità dei Racconti di Mamma Oca venne ufficialmente attribuita al figlio di Charles Perrault, Pierre: secondo l’intellettuale francese Marc Soriano il motivo è che Pierre Perrault era sotto processo per l’omicidio di un giovane in duello, con l’attribuzione della paternità dell’opera gli sarebbe stato permesso di ricevere la protezione della Corte Reale.

mercoledì 6 gennaio 2016

La ricca casa di fronte, Joseph Roth

Al tempo in cui ho vissuto quanto sto per raccontare non ero né povero né ricco. Non mi andava così male da essere roso da quell'invidia, alla vista di ricche case e persone, che può essere definita il conforto dei poveri, ma d'altra parte non mi andava così bene da poter  restare indifferente alla vista della ricchezza. Mi trovavo piuttosto in quella situazione in cui si cerca volontariamente la vicinanza della ricchezza, in una sorta di segreta speranza, accuratamente nascosta a se stessi, che un giorno, o magari presto, avrei potuto accedervi io stesso. Mi trovavo in una condizione in cui pensavo di non poter più sopportare un ambiente povero, un quartier miserevole e i vicoli angusti e sporchi. Decisi dunque di trasferirmi in una zona il cui nome già di per sé era pieno di splendore quanto il potere dei suoi abitanti. Ogniqualvolta questo nome veniva pronunciato o letto non sembrava contrassegnare un solo quartiere, bensì un intero regno sconosciuto e lontano in cui era impossibile trovare un povero bisognoso. Ci si dimentica che anche in quel quartiere dovevano viverci impiegati, custodi e tutto un popolo a servizio, piccoli bottegai e artigiani. Il nome del quartiere nascondeva la miseria dei poveri, e se talvolta mi fosse capitato di incontrarne uno, non mi sarebbe mai passato per la testa che potesse abitare lì dove grandi direttori di giornali, banchieri e costruttori avevano le loro magnifiche case.
   Trovai un piccolo hotel che si distingueva da tutti gli altri in cui avevo abitato per il solo fatto che si trovava in un quartiere ricco. I miei vicine erano dei ricchi decaduti che non volevano rinunciare alla vicinanza del denaro, perché credevano evidentemente che per tornarne in possesso servisse loro, al momento opportuno, minor tempo e meno strada. In modo analogo un cane che viene scacciato da una stanza resta comunquw nei pressi della porta dalla quale ha dovuto andarsene.
   Di fronte alla mia piccola ed angusta finestra c'era una casa grande ed imponente.Il portone scuro era chiuso e aveva nel mezzo un pomello dorato che catturava la luce del sole, la potenziava e la rifletteva così che il pomello stesso sembrava non essere affatto lì per sostituire una maniglia, bensì con la funzione di un riflettore la cui luce si gettava direttamente su di me nella mia finestra: in questo modo, attraverso la sua cortese mediazione, facevo per così dire, la conoscenza del sole, che trascurava altrimenti il mio hotel dedicandosi completamente alla ricca casa di fronte.
   Alle finestre della casa pendevano tutto il giorno delle discrete veneziane. Talvolta passavo due ore o anche di più a sorvegliare il grande portone giallo-bruno nella speranza di poter notare qualcuno che entrava o usciva. Mi sembrava di assoluta importanza conoscere i miei ricchi vicini, poiché non potevo per tutto il giorno o giorno dopo giorno contemplare un segreto che avevo davanti agli occhi o che sembrava fatto apposta per mettermi inquietudine. Ma il portone non si apriva.
   Una notte me ne andai a dormire. La mattina dopo mi svegliai a causa di un rumore allegro e operoso: guardai fuori dalla finestra; la casa di fronte aveva aperto tutte le finestre e anche il portone. Uomini in livrea e donne in grembiule bianco pulivano mobili e vetri, sbattevano tappeti, arieggiavano cuscini, strofinavano i bastoni di ottone e lucidavano di cera le assi del pavimento. Guardai le finestre, alte e grandi come portali, immaginavo la silenziosa profondità delle ricche e ampie camere, il tranquillo e raffinato splendore degli oggetti preziosi, credevo persino di avvertire ilo profumo del legno che proveniva dai mobili, e sentivo una cameriera cantare con zelo una vecchia canzonetta che risuonava come un duro oggetto di metallo.

   Un'ora dopo finestre e portoni furono richiusi e la casa rimase deserta. I domestici dovevano essere usciti da una porta posta sul retro, riservata appositamente a loro. Le veneziane pendevano davanti alle finestre discrete ed altere.
   Ogni mattina si ripetè la stessa scena. Per ben due mesi. Passò l'inverno. Il sole bruciava sempre più radioso e caldo sul pomello del portone, tanto che verso mezzogiorno pareva sciogliersi e già credevo di udirlo cadere giù sul selciato in gocce sonore, come la ceralacca su una lettera. Ma il portone restava chiuso.
   Domandai alla mia locandiera. Di fronte, mi disse, abita un vecchio signore che viene ogni anno per due mesi. Presto dovrebbe essere qui.
   Un giorno arrivò. Entrò lntamente, a bordo di una grande macchina nera, dentro il portone spalancato. Nel pomeriggio apparve sul balcome. Si appoggiava ad un bastone e un alano lo accompagnava lento, come se compiesse un cerimoniale. Indossava un panciotto bianco e una giacca scura, e il suo volto era gentile, scarno grigio e senza barba; il naso era affilato e aspro come il contorno di un'arma bizzarra. I suoi occhi erano grigi, stretti e guardavano direttamente verso di me senza farsi notare. Era come se quegli occhi non dovessero  trasmettere alla coscienza del vecchio le immagini del mondo esterno, bensì come se sviluppassero delle immagini che avevano conservato intimamente sulla loro stessa retina. Ogni pomeriggio il vecchio compariva sul balcone. Un servitore gli portava un cappello. Il vecchio se ne stava lì e guardava verso di me.
   Un giorno, era passata circa una settimana dal suo arrivo, salutai il vecchio signore. Lui ricambiò, esitante ma in modo chiaro. Ci guardammo l'un l'altro. Prima di lasciare il balcone mi fece un cenno col capo, frettoloso: E ogni giorno, per sette giorni, si ripetè la stessa scena. Circa dieci giorni dopo il vecchio morì. All'improvvido, durante la notte. Me lo raccontò la mia locandiera. Nella strada silenziosa la gente umile parlava della morte del vecchio: un ciabattino, un carboniao e i portieri. Io guardavo il funerale  dalla finestra; per un momento meditai se non dovessi andare anche io al cimitero. Ma la solenne magnificenza dei familiari in lutto, fieri e distaccati mi inimorì. La casa restò chiusa e silenziosa. Pensavo alla crudeltà del vecchio - che era ritornato a casa così freddo e quasi inumano prchè la morte già lo aspettava, e che probabilmente aveva vissuto senza amoreed era stato solo un amministratore  della sua ricchezza - quando il famoso notaio M., di cui conoscevo il nome, si fece annunciare presso di me. Il notaio mi consegnò una letterae disse che era delmiop vicino, il cui testamento era stato aperto il giorno prima. Nel testamento il vecchio aveva stabilito che il notaio mi avrebbe dovuto consegnare la lettera personalmente. "Uno dei suoi capricci!" disse il notaio, e se ne andò.
   La lettera diceva così:

"Egregio Signore,
come può vedere, sono riuscito a sapere il suo nome: Perchè?
Perchè mi sono affezzionato a lei. Lei è l'unica persona che
avrebbe potuto essere mia amica, perchè ha mantenuto le
distanze sebbene le fossi simpatico, e il silenzio, nonostante
fosse curioso. Lascio in eredità soltanto debiti, altrimenti lei
sarebbe il mio erede. Conservi di un piacevole ricordo.
                                                                                                                      Il suo I.B.

Il giorno dopo traslocai in un altro vicolo.

venerdì 1 gennaio 2016

Combaciarsi a Natale, Paola Mastrocola

Vorrei condividere alcuni stralci significativi di un articolo comparso domenica 27 sul "il Sole 24 Ore" di Paola Mastrocola:

"Nei giorni prima di Natale ho sentito schiere di genitori  raccontare che si accingevano a regalare la Play 4 ai loro bambini, che non c'era niente da fare, perchè a Babbo Natale avevano chiesto solo quel dono, e quindi pazienza se costava caro, ci si piegava.
   Non so nulla della Play 4, ma avrei tre domande: perchè i bambini chiedono tutti lo stesso regalo? Considerato che possiedono già la Play 3, cosa pensano che la Play 4 possa mai aggiungere di così strabiliante nella loro vita? E perchè i genitori gliela comprano anche se non vorrebbero?
   Bisognerebbe che ci prodigassimo ad esaudire i sogni, non le richieste commerciali. E bisognerebbe saper riconoscere, nel proprio figlio, il volto artefatto del mini-consumatore  che è diventato, e ritrovare il volto del bambino che per fortuna è ancora, e che giocherebbe volentieri a palla, a birilli, ai cubi di legno, o anche a niente, se solo fosse libero di farlo, se non fosse ingozzato di pubblicità e intriso del nostro collettivo conformismo competitivo, per cui se tutti hanno l'iPhone compriamo tutti l'iPhone.
   Se i nostri figli fossero liberi, già...Se noi fossimo liberi!
LIBRI COME FRECCE DI EROS
Dovremo regalare solo libri ai ragazzi.
   Non so quanti ne abbiano trovati sotto l'albero, spero almeno due o tre. Ma credo che dovremmo regalargliene di continuo, non solo a Natale o al compleanno: uno ogni tanto, a scadenza regolare, durante tutto l'anno e per tutta la vita.
   I libri in realtà non dovrebbero essere nemmeno regalati. Non si dovrebbe impacchettarli nè coprirgli il prezzo: sono necessari come il cibo, quindi andrebbero solo semplicemente distribuiti.
   Ci vorrebbe qualcuno che si occupasse, quasi per mestiere, di rifornire regolarmente di libri un ragazzo. Un genitore, uno zio, un amico, un maestro, un libraio. Qualcuno che, insomma, si prenda cura dell'anima che cresce, soprattutto durante l'infanzia e l'adolescenza, quando credo che l'anima cresca con una velocità diversa: cambiamo di continuo quando siamo giovani, abbiamo pensieri e paure e sogni perennemente in evoluzione. Per questo ci vorrebbe un libro per ogni fase, e bisognerebbe non sbagliare libro. O meglio, non sbagliare il tempo.
   Questo mi è sempre sembrato un punto fondamentale: non tutti i libri vanno bene in un certo momento della vita: possono essereanche grandi capolavori, ma se non ci parlano, non valgono per noi. Il libro è giusto, ma il momento no: magari ci parlerà più avanti, fra un anno, o fra dieci. O non ci parlerà mai,..........
   Per questo non è facile regalare un libro. E non si può fare come con gli altri regali, entrare nel negozio e prendere il primo che capita come se fosse una saponetta, e neanche farsi semplicemnte consigliare dal libraio o scegliere il libro più venduto del momento. Intanto bisogna conoscere bene il ragazzo a cui si vuol regalare il libro, e possibilmente sapere in che fase della vita si trova........Infine l'impresa più difficile: capire se quel libro si adatta alla fase in cui è il ragazzo: se ci può essere incontro. Se libro e ragazzo combaciano.
   Certo, possiamo sbagliare. Ma se facciamo giusto, non avremo regalato un libro, ma molto di più: avremo fatto in modo che una persona e una storia si trovino al momento giusto.  Che cosa poi nasca da lì non ci è dato sapere. Noi siamo solo i donatori ignari, i procuratori inconsapevoli di scintille. Un pò come faceva Eros con le sue frecce d'oro: ne lanciava una a un tale, e poi se ne tornava a fare le sue cose, ignorando cosa ne sarebbe stato di lui, con quale amore di colpo si sarebbe trovato a fare i conti nella vita.
   Regalare un liubro è diventare Eros.
COMBACIARE
Combaciare... E' un verbo bellissimo, lo usiamo troppo poco. E' legato a certe attività che implicano precisione: per esempio quando i due lati di un qualche oggetto devono combaciare perchè funzioni. Lo usava molto mia madre, che faceva la sarta: quando tagliava un vestito, poi i vari pezzi dovevano combaciare perfettamente per potrli cucire insieme.
   Vuole anche dire corrispondere, intonarsi.
Una persona per esempio ci corrisponde quando sentiamo che c'è sintonia con lei. E un vestito s'intona alla serata. O un colore si intona al nostro incarnato. Sono tutti verbi che segnalano un incontro riuscito: sono indicatori di armonia, di momenti privilegiati della vita in cui le cose vanno insieme, collaborano, non fanno attrito.
   E' bello che anche i libri combacino con quel che siamo, che ci corrispondano come un amico, che s'intonino a noi. Come un vestito.
ACCOMPAGNARE
Una volta regalato un libro a un ragazzo, però, bisognerebbe accompagnarlo, non lasciarlo solo davanti al suo libro. Perchè può darsi che non lo apra nemmeno, oppure che cominci volontariamente a leggerne qualche pagina ma poi si stufi subito, e dica che è noioso o che non ci capisce niente. Quando i ragazzi dicono così, non è mai così. Vuol solo dire che non hanno trovato la chiave per entrare nel libro, e quindi sono rimastoi fuori, al freddo. E' bruttissimo quando non abbiamo la chiave, o perchè l'abbiamo dimeticata o perchè non ce l'hanno mai data.
   Se non ci danno la chiave, quella non sarà mai casa nostra, ci sentiremo sempre stranieri. I ragazzi si sentono stranieri davanti ad un libro, oggi......
   Lo so che una volta non c'era bisogno, noi leggevamo e basta, non era necessario che ci accompagnassero. Ma ora non può più essere così, perchè siamo tutti occupati in altro, non c'è l'abitudine a leggere e quindi, quando non c'è l'abitudine, tocca ricominciare a imparare.
   Accompagnare un ragazzo dentro un libro vuol dire leggergli qualche paagina ad alta voce. E fermarsi sulle parole. Ancor meglio, direi "fermare" le parole: non lasciarle scivolare via. accompagnare con calma anche loro.........
   Insomma, quando regaliamo un libro ad un ragazzino dovremo anche prevedere di regalargli un pò del nostro tempo, sederci vicino a lui e leggergliene qualche pezzo. Poi chiudere, salutare e, a quel punto, fidarsi ciecamente del libro. Se le avremo accompagnate per un breve tratto, le parole poi scorreranno da sole. Lente, profonde. Come un fiume. E quel ragazzo, di sicuro se lo porteranno via.
AUGURI DI LIBERTA' 
Vorrei che potessimo continuare a cantare quel che ci piace, negli anni a venire, i Beatles, Umberto Tozzi o i canti di Natale. Vorrei che ci fosse data questa libertà. Ma penso che innanzi tutto siamo noi a dovercela prendere.
   ....Lo dico in altro modo: se siamo così pronti a dismettere i  nostri canti per una fraintesa idea di accoglienza, forse può voler dire che non ci crediamo più così tanto, che li cantiamo solo per effetto decorativo.
   Mi piacerebbe anche, allo stesso modo che non "depurassimo" i nostri capolavori di quei passi o di quelle immagini che di colpo adesso, temiamo possano offendere o urtare chi appartiene ad un'altra civiltà. Si tratta delle grandi opere dell'arte e della letteratura che hanno fatto la nostra tradizione, e che per secoli ci sono piaciute tanto;...
E poi la grande arte non offende mai. E soprattutto ha una sua sostanza atemporale, che va lasciata intatta. Nessuna nuova idea o tendenza modaiola ha il diritto di fare un tale scempio dei capolavori del passato (che sono un patrimonio dell'umanità), tanto meno le idee conformiste dei novelli benpensanti, palidini del politicamente corretto imperante. Sono idee per forza di cose anguste, limitate. La libertà è molto più vasta.
   Siamo esseri liberi, vorrei che accettassimo  questa nostra condizione fortunata fino in fondo; lo so che è un peso notevole, come diceva Eric Fromm nel suo "Fuga dalla libertà" ma è un peso che sarebbe bello portare con serenità, e anche con un pò di orgoglio.
Questo il mio augurio per l'anno nuovo.