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venerdì 17 aprile 2015

La mano di Fatima, Ildefonso Falcones




Alcuni anni fa ho fatto un bel viaggio in Andalusia, questo romanzo mi ha invogliato a ripercorrere quei luoghi ricchi di storia.
La Mano di Fatima, per i musulmani, anche nota come Khamsa (in arabo: ﺧﻤﺴـة, ossia il numero "cinque"), è un amuleto caratteristico delle religioni ebraica, musulmana e dei cristiani d'oriente che hanno traslato la figura di Miriam con quella della Vergine Maria, molto diffuso nel Medio Oriente e nell'Africa settentrionale.
Per gli ebrei si tratta della mano di Miriam, sorella di Mosè ed Aronne. Cinque (hamesh in ebraico) rappresenta i cinque libri della Torah. Simboleggia anche la quinta lettera dell'alfabeto He, che rappresenta uno dei nomi di Dio.
Presso i musulmani la Mano di Miriam venne poi applicata alla tradizione secondo la quale Fatima, figlia del profeta Maometto, mentre preparava la cena, avrebbe assistito al ritorno del marito con una concubina; ingelosita da ciò, per errore mise la propria mano nell'acqua bollente, senza tuttavia avvertire dolore. Per i credenti musulmani rappresenta dunque il simbolo della serietà e dell'autocontrollo.
Da un punto di vista antropologico-religioso, la mano è collegabile alle basi stesse del credo islamico: le cinque dita della mano ricordano infatti i cinque pilastri dell'Islam della fede. Per l'Islam popolare, la Mano rappresenta tuttavia più che altro un rimedio infallibile contro il malocchio e gli influssi negativi in genere. D'altro canto come dimostrano molti ritrovamenti archeologici nell'area mesopotamica, questo particolare amuleto non nasce con le religioni abramitiche ma sembra essere collegato a religioni estremamente precedenti, come i culti di Inanna e Ishtar.
Sono arrivata ad un terzo del libro, che è di circa 900 pagina, ma se devo essere sincera non riesco a entrare nel vivo del racconto. I fatti narrati dal punto di vista storico sono molto dettagliati e descrivono la ribellione dei moriscos nel 1568 contro i cristiani che li hanno costretti alla conversione. Trovo molto pesante la descrizione degli atti di violenza dei cristiani nei confronti dei moriscos e viceversa.
Il personaggio principale del racconto è Hernando, un ragazzo di quattordici anni dai capelli castano scuro, ma con la pelle molto più chiara rispetto a quella olivastra dei suoi simili. I lineamenti ricordavano quelli degli altri moriscos dalle ciglia folte, ma sotto di esse spiccavano due grandi occhi azzurri. Al villaggio lo insultavano chiamandolo "il Nazareno" perché sua madre all'età di quindici anni venne violentata dal prete del villaggio. Brahim il suo patrigno di professione mulattiere non perde occasione per maltrattarlo, la madre Aisha solo quando non è presente il marito può abbandonarsi a gesti affettuosi con l'amato figlio.
In più di una occasione Hernando si dimostra un ragazzo generoso e coraggioso. Quando giunse la voce che la rivolta era iniziata era ormai la vigilia di Natale del 1568. Le donne recuperarono i veli e gli sgargianti vestiti di seta, lino o lana, ricamati in oro o argento, e uscirono in strada con le mani e i piedi tatuati con l’hennè, indossando indumenti molti diversi da quelli cristiani. Alcune con casacche che arrivavano alla vita, altre con lunghe tuniche che terminavano a punta; sotto, vesti ricamate; indossavano brache alla turca fino ai polpacci e calze spesse e increspate fino alle cosce, strette dalle caviglie alle ginocchia, dove si univano ai calzoni. Portavano zoccoli con cinghie di cuoio o pantofole. Tutto il villaggio era una esplosione di colori: verde, azzurro, giallo…Ovunque c’erano donne agghindate, ma sempre e senza eccezione a capo coperto: alcune nascondevano solo i capelli, la maggioranza tutto il viso.
A Juviles i moriscos cantavano e ballavano le famiglie cristiane catturate vennero confinate  in chiesa, sotto la tutela di Hamid che aveva il compito di farli abiurare e convertire all’Islam. E’ lo stesso Hamid che salva la vita di Hernando quando viene trovato in chiesa ad aiutare il sacrestano per la messa di mezzanotte.
Il sacrestano Andrès l’aveva trattato meglio che il suo patrigno;  aveva preso in simpatia Hernando e gli aveva insegnato a leggere, scrivere e fare di conto e si era dedicato alla sua istruzione più che a quella degli altri ragazzi del villaggio e si faceva aiutare in chiesa, ma anche Hamid il faqih la sera lo accoglieva nella sua umile dimora e gli insegnava la preghiera e la dottrina musulmana. Quando i moriscos irrompono in chiesa e lo trovano con il sacrestano lo voglio fare prigioniero ma interviene Hamid che gli fa recitare la professione di fede, salvandolo da una fine tragica.
L’opportunità di aver ricevuto sia gli insegnamenti cristiani che quelli musulmani lo inducono in più occasioni a difendere e proteggere dei cristiani. Lo fa quando incontra i due fratellini Gonzalico e Isabel. Gonzalico morirà ma prima di essere barbaramente ucciso durante la notte Hernando gli terrà la mano convincendolo a convertirsi per avere salva la vita.
Il 24 dicembre del 1568 fu nominato re di Granada e Cordova Fernando di Vàlor che i cristiani trasformarono in Aben Humeya un giovane di ventidue anni.
Le scaramucce tra musulmani e cristiani continuano con alterne vittorie ed Hernando è costretto a fuggire e rifugiarsi sulle montagne con gli uomini armati ed il bottino lasciando la madre con i fratelli al paese assieme ad altri musulmani terrorizzati dall’arrivo dell’esercito cristiano.
Hernando giunto tra i monti sente parlottare degli uomini e capisce che la madre in paese è in serio pericolo così torna indietro e arrivato in paese in mezzo al buio cerca di individuare in mezzo alla confusione e alle urla il viso della madre, riesce a fatica a trovarla e assieme ai fratelli a condurla lontano ma si accorge che c’è stato uno scambio hanno tratto in salvo una ragazzina che non è sua sorellastra ma una certa Fatima con il suo bambino.
Hernando riesce, per le sue abilità nel condurre la carovana la carovana di mule con il bottino confiscato ai cristiani e per il suo coraggio a ottenere la stima del re che lo vuole accanto a se in più occasioni.