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giovedì 26 maggio 2016

Il cambiamento ci salverà

Fra i paesi che per la prima volta si affacciano in Laguna, come presenza inedita alla Biennale Architettura, quest’anno ci sarà anche la Nigeria (gli altri sono Filippine, Seychelles e Yemen). A dialogare con il tema scelto dal curatore Alejandro Aravena – Reporting from the front – ci sarà così l’artista e architetto Ola-Dele Kuku con la sua mostra Diminished Capacity allestita allo spazio Punch, da oggi al 27 novembre.
Lo sguardo sui mondi abitabili del futuro comincia dunque da un continente-mosaico come l’Africa in uno spazio espositivo che perde i suoi connotati e in cui vari «oggetti feticcio inviteranno i visitatori a porsi degli interrogativi», come spiega la curatrice Camilla Boemio. E già l’installazione centrale suonerà come un avvertimento: Africa is not a country! è, infatti, la grande scritta al neon che viene associata alle prime parole della Dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Ola-Dele Kuku, studi a Los Angeles, vive e lavora a Bruxelles, ha una posizione obliqua rispetto all’architettura. Non ama l’idea di «funzionalità» e preferisce introdursi in quel mestiere sfoderando una buona dose di esercizio critico. «L’architettura è una esperienza continua, un’evoluzione – afferma -. È anche un principio di pura identità. Gli egiziani facevano piramidi, i greci erigevano colonne, i romani disegnavano archi. Oggi, l’architettura finisce per essere un mero edificio, occupato da persone che vivono con stili e adattamenti diversi. Io la considero una forma di deterioramento. Manca l’aspetto spirituale, quella forza trainante che conduce a rappresentare l’ignoto, a catturare qualcosa di immateriale. L’economia domina e non c’è respiro per le arti. Forse le nostre società, confrontandosi con la nozione di conflitto, disastro e distruzione, riattiveranno alcune risposte».

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Teatro Dell’archivio, 1996 © Ola-Dele Kuku Projects / courtesy Philippe Laeremans Tribal Art Gallery, Bruxelles
Cosa ha voluto indicare nel titolo, insistendo su quella «capacità ridotta»?
Le aspirazioni degli individui si esprimono in termini di apprensione psicologica o di aspettativa rispetto ai desideri e alla loro realizzazione. Così l’analisi spazio-temporale della interrelazione tra persone e ambiente sociale può fornire una sintesi di geografie comportamentali, culturali, storiche e politiche. I limiti spaziali e temporali sono meccanismi che facilitano e frenano le imprese umane e si riflettono sulla comunità, soprattutto nella disposizione e manipolazione del territorio geografico.
Considera il conflitto un motore creativo, spiazzante?
È parte integrante della formazione ed evoluzione di un sistema sociale. Il conflitto è un dispositivo che istiga al cambiamento, evitando l’omologazione. È un fenomeno che si materializza sotto forma di vari «eventi vitali» – guerre, catastrofi naturali, emigrazioni, nascite e morti. Sono queste le «varianti» che preludono alle trasformazioni della società. Il conflitto è un processo di modificazione che stimola adattamenti e nuove condizioni di sviluppo. In genere, la sua ricomposizione è un obiettivo primario della progettazione sociale. Richiede l’abilità di anticipare gli eventi futuri, valutando le soluzioni e anche la capacità di un pensiero originale, in grado di ottenere soluzioni soddisfacenti.
Guerre, dislocamenti e calamità naturali stanno spostando i confini. Si creano così territori che manifestano uno sviluppo discontinuo e un governo non sostenibile. È un processo di transizione che genera inediti modelli demografici. In più, la concentrazione sproporzionata della popolazione in specifiche aree rende necessari elementi di controllo. Questi territori diventano piattaforme fondamentali per alcuni interventi innovativi, che però richiedono un approccio sistematico e costante nel tempo. I corsi per una ricostruzione post-conflitto dovrebbero entrare nelle istituzioni accademiche dove si studia l’architettura, il design, le arti applicate, la sociologia, la psicologia e la letteratura.
Con il padiglione della Nigeria per la prima volta alla Biennale c’è la possibilità di riscattare l’Africa dagli stereotipi e dalle letture neocoloniali. Concorda?
Parole come Londra, Parigi o Roma non avrebbero senso se non vi fosse alcun riferimento immaginabile, nessuna associazione. Così Parigi potrebbe essere la proiezione mentale della Torre Eiffel, Londra del Big Ben e Roma si può ispirare al Colosseo. Sono immagini che trasmettono una raffigurazione delle realizzazioni e le potenzialità delle persone. A loro volta, illustrano la sintesi di individuo-ambiente, la loro interdipendenza. Cotonou, Ouagadougou, Lome, Freetown, Accra, Yaoundé, Ijebu-Ode e altre grandi città africane devono ancora trovare le loro immagini simboliche, un’identità. Credo che l’ostacolo maggiore sia l’idea sbagliata che scaturisce da un’errata interpretazione della differenza tra cultura e tradizione. La tradizione è un concetto che si riferisce al passaggio di credenze da una generazione all’altra. La credenza dà fiducia a ciò che è sconosciuto e lo rende vero e reale, non ragiona su ciò che è buono o ideale, è opposta al cambiamento. Nelle società in evoluzione, le dinamiche culturali – muovendosi in parallelo alla sensazione ambigua e statica della tradizione – saranno sempre fonte di disorientamento e polemiche. Oggi non ha senso lottare per un’identità tradizionale: le società, attraversate da molteplici tendenze, sono in perenne metamorfosi. I mutamenti sono le uniche certezze. Il Cultural Mapping Project, in corso dal 2002, è stato pensato da me in collaborazione con L-Arn (Laboratorium – Academic Research Network) di Bruxelles e con The Creative Intelligence Association di Lagos, in Nigeria. È il risultato di intensi dibattiti accademici e dello studio di casi concreti, che indagavano la possibilità di rigenerare le città africane contemporanee.
Nella sua installazione, lei ha tenuto a specificare che «Africa is not a country»…
L’errore più comune è l’uso improprio che si fa della parola «Africa». Al momento, ci sono cinquantatré paesi in Africa, ognuno con una distinta identità culturale. Quindi, l’Africa non è un paese, ma un continente. Pertanto, i valori di ogni paese sono le strutture simboliche vitali che servono per costruire l’immagine di quel luogo stesso.
È importante la sua origine yoruba nelle pratiche artistiche?
«Yoruba» non riguarda solo le persone. È una religione, una filosofia e una struttura sociale. Il cosmo yoruba comprende la consapevolezza dei limiti temporali dell’essere, in altre parole invalida ogni valore assoluto. Filosofia e religione yoruba sono sopravvissute a quattrocento anni di schiavitù, sono ancora rilevanti in Brasile, Cuba, Haiti e in altre società che hanno avuto a che fare con la tratta degli schiavi provenienti da «Yorubaland».

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Ola-Dele Kuku
Lei vive a Bruxelles, città con un forte métissage culturale, divenuta adesso il crocevia della paura. Possono l’architettura o l’arte arginare la deriva securitaria e la tentazione dell’Europa di reinnalzare muri e barriere?
Non va dimenticato che il Belgio è stato il campo dove si sono svolte alcune delle più grandi battaglie della storia – da Napoleone a Hitler, da Waterloo a Dunkerque! Ora Bruxelles è la capitale dell’Unione europea. La mia domanda è: «Perché tutti scaricano i loro problemi in Belgio?». L’architettura dei muri e delle barriere ha una lunga storia in Europa – dal Vaticano a Buckingham Palace. Anche il giardino dell’Eden era recintato, Adamo e Eva furono espulsi. Proprio come il cuore è nascosto nel corpo, ciò che è prezioso richiede protezione. Il muro è uno dei mezzi più efficaci di separazione per reagire alla paura collettiva di una intrusione (naturale o antagonista), e sembra rivelarsi fondamentale durante la formazione di una società.