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mercoledì 8 giugno 2016

La radicalizzazione lenta del mondo parallelo degli «hui»

In qualunque città cinese ci si trovi, si può star certi di imbattersi in ristoranti con la vetrina abbellita da uno striscione verde e parole scritte in arabo. In caratteri cinesi, questi ristoranti annunciano lamian (un tipo di spaghetti freschi, tirati a mano), e manzo e agnello spolverati di cumino. Ristoranti piccoli e a buon mercato, decorati all’interno da grandi poster di panorami montani e minareti.
I proprietari e gestori di questi locali halal appartengono al gruppo etnico-culturale cinese hui. È la seconda «etnia» cinese musulmana più importante del paese, subito dopo gli uiguri. Si tratta di più di dieci milioni di persone, concentrate nelle regioni del nord-ovest ma sparse anche in tutta la Cina, ma che, contrariamente agli uiguri del Xinjiang, parlano mandarino, e i vari dialetti locali dei posti in cui vivono. Gli hui sono particolarmente numerosi nel Gansu, tanto a Lanzhou (capitale provinciale e patria dei lamian), che a Linxia, una cittadina detta «piccola Mecca cinese»; così come nel Ningxia – la «regione autonoma» a maggioranza hui, dove è appena stato costruito un parco a tema «islamico» per turisti – e nello Shanxi, dove la presenza di questi musulmani assimilati è maggiormente vistosa.
Ma nell’intera Cina i cittadini hui occupano le strade e i quartieri intorno ai loro luoghi di culto, e sono facilmente identificabili: le donne portano l’hijab, lasciando dunque il volto scoperto, e gli uomini, con appena degli accenni di barba, indossano calotte ricamate. Presenti in Cina da secoli, sono separati dal resto della popolazione in particolare dai tabù alimentari.
E se per la maggior parte dei cinesi l’idea di non mangiare carne di maiale è poco appetibile, nessun ristoratore in Cina si stupisce alla richiesta di piatti senza lardo o darou, la «carne grossa»: l’islam degli hui è profondamente parte della Cina. Gli hui sono infatti figli di un meticciato di origine mercantile: i commercianti arabi e persiani arrivarono in Cina fin dal VII secolo, sia lungo la Via della Seta che attraversava l’Asia Centrale che soprattutto lungo quella marittima, che arrivava a Guangzhou (Canton). Erano i secoli della dinastia Tang (618-907), la più cosmopolita della storia cinese, e gli hui ottennero un raro favore imperiale: l’autorizzazione a sposare donne cinesi, dopo che, vuole la leggenda, l’imperatore Taizong (626-649) sognò che dei saggi uomini dall’Occidente in turbante verde l’avrebbero aiutato a risolvere svariate difficoltà di governo.
Da allora, gli hui esistono in Cina in modo parallelo, assimilati al resto della popolazione per lingua ed aspetto, presenti in ogni mercato, in ogni porto, in ogni città di transito. Sono i musulmani grazie a cui la Cina può mostrare di non avere un problema con l’Islam per se, ma solo con il «separatismo uiguro». Anzi: percorrendo le aride strade del Ningxia e del Gansu le moschee nuove, appena costruite sono onnipresenti, ed il richiamo alla preghiera del muezzin risuona forte, diffuso da altoparlanti elettrici proibiti nel vicino Xinjiang.
La loro presenza centenaria in Cina fa sì che non solo l’Islam sia visto come una religione in un certo senso di casa, malgrado le sanguinose rivolte musulmane che ebbero luogo nel 19esimo secolo, quando la dinastia Qing (1636-1911) mostrava le sue debolezze, ma anche che la loro esistenza possa essere utilizzata come ponte privilegiato fra la Cina e i Paesi a maggioranza musulmana. È anche un elemento importante con cui Pechino promuove la sua spinta verso Occidente del progetto «One Belt One Road», serie di iniziative diplomatiche e di infrastrutture con cui la Cina vuole consolidare la sua presenza nel mondo.
Contrariamente agli uiguri conquistati e colonizzati in epoche più recenti, gli hui non hanno rivendicazioni territoriali, e non subiscono la convivenza con gli altri cinesi come l’invasione della loro terra ancestrale. La moschea di Huisheng, a Guangzhou, con accanto il più antico cimitero musulmano cinese, fu eretta più di 1.300 anni fa (e ricostruita a varie riprese), quando Taizong approvò che i mercanti arabi risiedessero in Cina. Dagli anni Ottanta ad oggi, è stata meta di pellegrinaggi religiosi, e di visite di potenziali investitori dal Sud-Est Asiatico musulmano e dai Paesi del Golfo.
Scambi grazie a cui Pechino vorrebbe proporre la vicina Hong Kong come piattaforma finanziaria musulmana, e affermarsi come primo esportatore al mondo di cibo halal e altri prodotti «islamici» (in particolare di abbigliamento ed elettronica) con parchi industriali appositi.
Ma negli ultimi anni nemmeno la comunità hui è stata immune dalle tensioni politiche, e dalle seduzioni del salafismo. Musulmani sinizzati, certo, ma non per questo indifferenti a quanto avviene nel resto del mondo e della Cina: man mano che la repressione in Xinjiang ha portato all’arresto degli imam considerati troppo poco patriottici, ecco che gli imam hui hanno dapprima sostituito i loro confratelli uiguri, scontrandosi però con la stessa interferenza religiosa. Ed anche fra gli hui – che non hanno le stesse difficoltà ad ottenere un passaporto riscontrate invece dagli uiguri – si trovano giovani studenti islamici rientrati dall’Arabia Saudita determinati a rendere l’islamismo della loro comunità più «puro» e vicino al wahabismo saudita. Diverse scuole coraniche, del resto, sono state recentemente chiuse, e non è più permesso accettare finanziamenti esteri per la costruzione delle moschee.
Una radicalizzazione lenta e fin’ora poco visibile, saltata maggiormente alla ribalta lo scorso dicembre, quando Daesh per la prima volta ha diffuso via internet una canzone in mandarino, in cui incita i veri musulmani a «svegliarsi» e «impugnare le armi per combattere». La voce registrata ha un accento del nord-ovest, forse proprio del Gansu, e l’episodio, che ha ricevuto scarsa pubblicità in Cina, sembra essere stato però preso seriamente dalle autorità. Gli sviluppi di questa relazione poco nota sono dunque tutti da osservare.
[Ilaria Maria Sala 8/06/2016]