Dai libri che leggi, posso giudicare della tua professione, cultura, curiosità, libertà. Dai libri che rileggi, conosco la tua età, la tua indole, quello che hai sofferto, quello che speri. (Ugo Ojetti)
Esistono due motivi per leggere un libro: uno perchè vi piace, l'altro è che potrete vantarvi di averlo letto. (Bertrand Russell)
Fra i paesi che per la prima volta si affacciano in Laguna, come
presenza inedita alla Biennale Architettura, quest’anno ci sarà anche la
Nigeria (gli altri sono Filippine, Seychelles e Yemen). A dialogare con
il tema scelto dal curatore Alejandro Aravena – Reporting from the front – ci sarà così l’artista e architetto Ola-Dele Kuku con la sua mostra Diminished Capacity allestita allo spazio Punch, da oggi al 27 novembre.
Lo sguardo sui mondi abitabili del futuro comincia dunque da un
continente-mosaico come l’Africa in uno spazio espositivo che perde i
suoi connotati e in cui vari «oggetti feticcio inviteranno i visitatori a
porsi degli interrogativi», come spiega la curatrice Camilla Boemio. E
già l’installazione centrale suonerà come un avvertimento: Africa is not
a country! è, infatti, la grande scritta al neon che viene associata
alle prime parole della Dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Ola-Dele Kuku, studi a Los Angeles, vive e lavora a Bruxelles, ha una
posizione obliqua rispetto all’architettura. Non ama l’idea di
«funzionalità» e preferisce introdursi in quel mestiere sfoderando una
buona dose di esercizio critico. «L’architettura è una esperienza
continua, un’evoluzione – afferma -. È anche un principio di pura
identità. Gli egiziani facevano piramidi, i greci erigevano colonne, i
romani disegnavano archi. Oggi, l’architettura finisce per essere un
mero edificio, occupato da persone che vivono con stili e adattamenti
diversi. Io la considero una forma di deterioramento. Manca l’aspetto
spirituale, quella forza trainante che conduce a rappresentare l’ignoto,
a catturare qualcosa di immateriale. L’economia domina e non c’è
respiro per le arti. Forse le nostre società, confrontandosi con la
nozione di conflitto, disastro e distruzione, riattiveranno alcune
risposte».
Cosa ha voluto indicare nel titolo, insistendo su quella «capacità ridotta»?
Le aspirazioni degli individui si esprimono in termini di apprensione
psicologica o di aspettativa rispetto ai desideri e alla loro
realizzazione. Così l’analisi spazio-temporale della interrelazione tra
persone e ambiente sociale può fornire una sintesi di geografie
comportamentali, culturali, storiche e politiche. I limiti spaziali e
temporali sono meccanismi che facilitano e frenano le imprese umane e si
riflettono sulla comunità, soprattutto nella disposizione e
manipolazione del territorio geografico. Considera il conflitto un motore creativo, spiazzante?
È parte integrante della formazione ed evoluzione di un sistema sociale.
Il conflitto è un dispositivo che istiga al cambiamento, evitando
l’omologazione. È un fenomeno che si materializza sotto forma di vari
«eventi vitali» – guerre, catastrofi naturali, emigrazioni, nascite e
morti. Sono queste le «varianti» che preludono alle trasformazioni della
società. Il conflitto è un processo di modificazione che stimola
adattamenti e nuove condizioni di sviluppo. In genere, la sua
ricomposizione è un obiettivo primario della progettazione sociale.
Richiede l’abilità di anticipare gli eventi futuri, valutando le
soluzioni e anche la capacità di un pensiero originale, in grado di
ottenere soluzioni soddisfacenti.
Guerre, dislocamenti e calamità naturali stanno spostando i confini. Si
creano così territori che manifestano uno sviluppo discontinuo e un
governo non sostenibile. È un processo di transizione che genera inediti
modelli demografici. In più, la concentrazione sproporzionata della
popolazione in specifiche aree rende necessari elementi di controllo.
Questi territori diventano piattaforme fondamentali per alcuni
interventi innovativi, che però richiedono un approccio sistematico e
costante nel tempo. I corsi per una ricostruzione post-conflitto
dovrebbero entrare nelle istituzioni accademiche dove si studia
l’architettura, il design, le arti applicate, la sociologia, la
psicologia e la letteratura. Con il padiglione della Nigeria per la prima volta alla
Biennale c’è la possibilità di riscattare l’Africa dagli stereotipi e
dalle letture neocoloniali. Concorda?
Parole come Londra, Parigi o Roma non avrebbero senso se non vi fosse
alcun riferimento immaginabile, nessuna associazione. Così Parigi
potrebbe essere la proiezione mentale della Torre Eiffel, Londra del Big
Ben e Roma si può ispirare al Colosseo. Sono immagini che trasmettono
una raffigurazione delle realizzazioni e le potenzialità delle persone. A
loro volta, illustrano la sintesi di individuo-ambiente, la loro
interdipendenza. Cotonou, Ouagadougou, Lome, Freetown, Accra, Yaoundé,
Ijebu-Ode e altre grandi città africane devono ancora trovare le loro
immagini simboliche, un’identità. Credo che l’ostacolo maggiore sia
l’idea sbagliata che scaturisce da un’errata interpretazione della
differenza tra cultura e tradizione. La tradizione è un concetto che si
riferisce al passaggio di credenze da una generazione all’altra. La
credenza dà fiducia a ciò che è sconosciuto e lo rende vero e reale, non
ragiona su ciò che è buono o ideale, è opposta al cambiamento. Nelle
società in evoluzione, le dinamiche culturali – muovendosi in parallelo
alla sensazione ambigua e statica della tradizione – saranno sempre
fonte di disorientamento e polemiche. Oggi non ha senso lottare per
un’identità tradizionale: le società, attraversate da molteplici
tendenze, sono in perenne metamorfosi. I mutamenti sono le uniche
certezze. Il Cultural Mapping Project, in corso dal 2002, è
stato pensato da me in collaborazione con L-Arn (Laboratorium – Academic
Research Network) di Bruxelles e con The Creative Intelligence
Association di Lagos, in Nigeria. È il risultato di intensi dibattiti
accademici e dello studio di casi concreti, che indagavano la
possibilità di rigenerare le città africane contemporanee. Nella sua installazione, lei ha tenuto a specificare che «Africa is not a country»…
L’errore più comune è l’uso improprio che si fa della parola «Africa».
Al momento, ci sono cinquantatré paesi in Africa, ognuno con una
distinta identità culturale. Quindi, l’Africa non è un paese, ma un
continente. Pertanto, i valori di ogni paese sono le strutture
simboliche vitali che servono per costruire l’immagine di quel luogo
stesso. È importante la sua origine yoruba nelle pratiche artistiche?
«Yoruba» non riguarda solo le persone. È una religione, una filosofia e
una struttura sociale. Il cosmo yoruba comprende la consapevolezza dei
limiti temporali dell’essere, in altre parole invalida ogni valore
assoluto. Filosofia e religione yoruba sono sopravvissute a quattrocento
anni di schiavitù, sono ancora rilevanti in Brasile, Cuba, Haiti e in
altre società che hanno avuto a che fare con la tratta degli schiavi
provenienti da «Yorubaland».
Ola-Dele Kuku
Lei vive a Bruxelles, città con un forte métissage culturale,
divenuta adesso il crocevia della paura. Possono l’architettura o
l’arte arginare la deriva securitaria e la tentazione dell’Europa di
reinnalzare muri e barriere?
Non va dimenticato che il Belgio è stato il campo dove si sono svolte
alcune delle più grandi battaglie della storia – da Napoleone a Hitler,
da Waterloo a Dunkerque! Ora Bruxelles è la capitale dell’Unione
europea. La mia domanda è: «Perché tutti scaricano i loro problemi in
Belgio?». L’architettura dei muri e delle barriere ha una lunga storia
in Europa – dal Vaticano a Buckingham Palace. Anche il giardino
dell’Eden era recintato, Adamo e Eva furono espulsi. Proprio come il
cuore è nascosto nel corpo, ciò che è prezioso richiede protezione. Il
muro è uno dei mezzi più efficaci di separazione per reagire alla paura
collettiva di una intrusione (naturale o antagonista), e sembra
rivelarsi fondamentale durante la formazione di una società.
Uscito in libreria lo stesso anno in cui E.T. è arrivato nei cinema, The Big Friendly Giant (Il grande gigante gentile,
pubblicato in Italia da Salani, nel 1987) è uno dei grandi scritti di
Roald Dahl, un dissacrante, buffissimo, ottovolante di giochi di parole,
pieno di viaggi ai confini del mondo, grondante del sangue di bambini
divorati da cannibali alti come montagne, fetido dei peti provocati da
una bibita esilarante, con bolle che vanno a fondo invece di venire a
galla, e in cui lo spirito combattivo di un’orfanella londinese e la
mite saggezza di un gigante vegetariano seducono persino la regina
d’Inghilterra.
Dopo Wes Anderson (Fantastic Mr. Fox), Tim Burton (Willi Wonka e la fabbrica di cioccolato), Henry Selig (James and the Giant Peach), e il presidente della giuria di Cannes 2016 George Miller (Le streghe),
è Steven Spielberg a misurarsi con l’inesauribile fantasia dello
scrittore inglese, di cui quest’anno si celebra il centenario. Il
risultato, The BFG, presentato al festival fuori concorso, è un
film molto bello da guardare ma meno dahliano, e ispirato, di quello
che speravamo. Spielberg, e la sceneggiatrice di E.T. Melissa
Mathison (scomparsa l’anno scorso, questo è l’ultimo copione che ha
scritto), sciolgono il furioso ritmo impresso sulla pagina in una
narrazione contemplativa, tranquilla, evitando di avventurarsi nei
meandri più paurosi e dissacranti del libro di Dahl e riducendo
(probabilmente giocoforza), lo sparring verbale tra il gigante e la
bambina; ma rinunciano così a una buone dose di spessore emotivo e
filosofico. Oltre che di humor.
Forse la qualità anarchica, dark, costruttivista e spesso
distruttiva, dell’immaginario di Dahl lo rendono più idoneo alla
malinconia perversa del cinema di Tim Burton e alla materia ossessiva di
quello di Wes Anderson, che alla luccicanza di Spielberg, la cui magia,
evidentemente, resiste l’idea di decostruire se stessa. Dopo tutto,
anche se Spielberg lo ha prodotto, è stato Joe Dante a dirigere Gremlins,
un film ispirato da creature mitiche, cattivissime, votate al
sabotaggio e alla sovversione, a cui lo scrittore inglese aveva dedicato
un altro dei suoi libri.
The BFG inizia nel cuore della notte. È – ci spiega Sophie
(l’esordiente inglese Ruby Barnhill), che soffre d’insonnia – l’ora
delle streghe. Non è una strega, però, quella che, infilando una mano
enorme dalla finestra, strappa la bambina al letto dell’orfanotrofio
dove abita, bensì un signore alto, una decina di metri e dotato di
orecchie enormi e sensibili. Ancora avvinghiata alla trapunta, in cui
era avvolta, Sophie vede scorrere davanti a sé, a grande velocità, mari e
montagne, fino alla dimora del suo rapitore, che sono una caverna nel
paese dei giganti. Nonostante l’armamentario di cucina e una breve
permanenza in padella, la bimba scopre presto che il Grande Gigante
Gentile (Mark Rylance, la spia sovietica di Il ponte delle spie, qui
rielaborato con la magia dell’animazione motion capture), che la tiene
prigioniera, non solo non ha intenzione di farle male: è vegetariano,
condannato a nutrirsi di putridi cetrionzoli, bianco/verdi e pieni di
vermi, che sono l’unica cosa che cresce lì intorno.
Purtroppo, la avvisa però il GGG, non sono vegetariani i suoi simili,
che rumoreggiano fuori dalla porta – nove in tutto, con nomi evocativi
come (nella traduzione italiana del libro) il ciuccia-budella, il
trita-bimbo, il succhia-ossa, lo spella-fanciulle e il sanguinario.
Molto più grandi e rozzi del GGG, questi cannibali X large, partono per
regolari spedizioni notturne di caccia, durante le quali danno sfogo
alla loro passione per carne giovane quindi tenerissima. Regolarmente
schernito e brutalizzato dagli altri, anche il GGG ha un hobby: la
raccolta dei sogni, di tutti gli umori e i colori possibili, che
colleziona in centinaia di barattoli trasparenti nella sua caverna e
che, con il favore delle tenebre, poi inietta nel sonno degli umani
dormienti. Nella spedizione di Sophie e del GGG in cerca di sogni,
Spielberg crea alcuni dei momenti visivamente più incantevoli e
complessi del film, con giochi cromatici, di superfici traslucide e di
sotto/sopra. Rylance dà al gigante una calma benevola, rassicurante,
qualità completamente opposte a quelle che probabilmente gli avrebbe
portato Robin Williams, l’attore che i produttori Kathleen Kennedy e
Frank Marshall volevano quasi vent’anni fa, quando iniziato a sviluppare
il progetto (Spielberg lo aveva già scritturato nel ruolo di Peter
Pan).
Guardando The BFG, viene in mente anche la trasposizione di Bob Zemeckis del dickensiano A Christmas Carol,
un capolavoro di motion capture animation a cui l’animazione e
l’ideazione del gigante di questo film devono molto. Ma di cui qui manca
l’energia eversiva portata a Scrooge da Jim Carrey.
Chiara Saraceno, sociologa e autrice del libro «Il
lavoro non basta» (Feltrinelli) ha raccontato di essere stata pagata con
un voucher per una lezione.
«Credevo di essere un’eccezione, ma ho scoperto di non essere l’unica
tra chi fa ricerca – afferma – Non ho certo il profilo di chi lavora
con i voucher. Quando è successo ero già in pensione. Il voucher non è
solo una forma leggera di lavoro nero, ma è anche una forma di elusione
fiscale non voluta dal lavoratore. Legalmente il denaro guadagnato con i
voucher è esente da tasse e quindi è conveniente. Il dramma è che
questo strumento è diventato la nuova frontiera del lavoro, non solo a
tempo, ma precarissimo. Non era stato pensato così all’epoca della
riforma Biagi. Allora c’era la positiva intenzione di fare emergere il
lavoro nero e assegnare un minimo di contributi ai lavoratori molto
occasionali. Il caso classico è la studentessa che fa la baby sitter o
chi fa il commesso fa il commesso nei negozi per poche ore. Oggi invece è
diventato una forma per passare al nero al grigio. Al datore di lavoro
può convenire pagare un po’ in voucher, un po’ in nero. Se in un
cantiere c’è un incidente, può sempre dire che quel giorno l’incidentato
lavorava con il voucher. Pensato per essere usato per picchi
produttivi, questo buono viene usato per pagare normalmente”. La tracciabilità dei voucher proposta dal governo contrasterà questo fenomeno?
Non credo. Con la tracciabilità si dovrà dichiarare in anticipo per chi e
per quante ore è stato usato. Ma questo non esclude che poi ci sia il
nero: che si dichiari cioè di avere pagato con voucher per duemila euro
per un tot di numero di ore. Il lavoratore potrà essere costretto a
lavorarne altrettanto in nero. È importante che si facciano più
controlli. Il sindacato dovrebbe essere molto più attento. I voucheristi
sono molto ricattabili. Se denunciano, nessuno li riassume. Il voucher inaugura una nuova epoca del precariato?
La diffusione abnorme di questa forma di pagamento tutto sommato
marginale è dovuta alla capacità dei datori di lavoro di sfruttare ogni
possibilità dei contratti per fregare i lavoratori. Non vale per tutti
naturalmente. Accadde lo stesso con i cocopro. Il progetto in questione è
diventato il fine, e non la causa, per fare questi contratti.
Risultato: esistono persone che hanno lavorato con un cocopro per anni.
Soprattutto per lo Stato italiano. Oppure nei consultori dove si può
avere lo psicologo solo se ci si inventa un progetto. Questo progetto
serve a giustificare un lavoro di routine. È passato del tempo dalla riforma dei contratti a termine, un aspetto non molto citato del Jobs Act. Qual è il bilancio?
È assolutamente contraddittorio rispetto al contratto a tutele
crescenti. Un lavoratore può essere contrattualizzato a termine e
rinnovato fino a cinque volte. Resterà sempre precario con il terrore
che non sia rinnovato. Se è fortunato può avere un contratto a tutele
crescenti dove continuerà a essere precario. Questo diventa un periodo
di prova allungato smisuratamente fino a otto anni. Il lavoro diventa
una corsa ad ostacoli, senza contare che è molto più facile licenziare
oggi. La maggioranza dell’occupazione prodotta è data dal rinnovo
dei contratti e riguarda gli over 50. Come si spiega questo andamento?
Da anni tutti gli interventi sul lavoro insistono sul lato dell’offerta
per rendere i lavoratori più flessibili e meno costosi. In italia
abbiamo il problema opposto: quello della domanda di lavoro e imprese
non competitive che non sono in grado di stare sul mercato
internazionale e non investono su quello nazionale. I governi potranno
tagliare il costo della forza-lavoro perché un’impresa assuma. Ma se non
c’è una vera ripresa e le imprese non diventano più efficienti, questo
non avverrà. La politica del governo Renzi va in questa direzione?
Assolutamente no, Sostengono che dipende dal mercato e che la politica
non c’entra nulla. Hanno erogato miliardi di incentivi alle imprese a
fondo perduto, senza chiedere una contropartita in nuova occupazione.