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sabato 20 febbraio 2016

ci mancherai


SFOGLIARE
I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare.
LEGGERE
Chi non legge, a settant'anni avrà vissuto una sola vita. Chi legge avrà vissuto 5000 anni
CHI SCRIVE
Ognuno dovrebbe morire dopo aver scritto per non disturbare il cammino del testo.
CREDERE
I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti ad indagine.

sabato 13 febbraio 2016

Il mondo di Anna, Jostein Gaarder

Anna fa strani sogni ricorrenti: sogna un futuro dove tutto è perduto, dove gli effetti devastanti della mano dell'uomo sulla natura sono drammaticamente evidenti. Anna è una ragazzina davvero strana, animata da un amore profondo per la natura e dotata di una fervida immaginazione che talvolta la confina in un mondo tutto suo; eppure lo psicologo che la segue non fa che ammirare l'impegno e il senso di responsabilità di un'adolescente dall'intelligenza non comune.
Nel piccolo villaggio della Norvegia dove vive, cerca di figurarsi il proprio futuro e subito scorge il sinistro profilo della catastrofe ambientale che minaccia la terra. Non sono gli studi, gli svaghi e l'amore per il suo ragazzo a riempire le sue giornate, ma la preoccupazione ossessiva per il destino incerto di alcune specie animali.
Ma all'avvicinarsi del giorno del suo compleanno Anna sogna di essere una adolescente di nome Nova che vive nel 2082; nella terra ormai  tante specie animali sono estinte, quelle che sono sopravvissute si trovano nei giardini zoologici, ma anche in cattività finiscono per estinguersi.
La causa principale dell'estinzione di così tante specie vegetali e animali è il riscaldamento globale, ormai fuori controllo.
Si rende conto che Nova in realtà è la sua pronipote e nei sogni ricorrenti che fa vede il mondo come potrebbe diventare settantanni dopo.
Sente allora che deve fare qualcosa e deve farlo adesso. Non è al comando di una superpotenza o di una grande multinazionale, eppure il piano che sta per concepire insieme al suo ragazzo Jonas che come lei non ha paura di osare, potrebbe cambiare per sempre, anche grazie ad un magico rubino rosso, il destino del pianeta.

giovedì 4 febbraio 2016

Filastrocca di Carnevale, di Gabriele D'Annunzio

Carnevale vecchio e pazzo
s'è venduto il materasso
per comprare pane e vino
tarallucci e cotechino.
E mangiando a crepapelle
una montagna di frittelle
gli è cresciuto un gran pancione
che somiglia ad un pallone.
Beve e beve e all'improvviso
gli diventa rosso il viso,
poi gli scoppia anche la pancia
mentre ancora mangia, mangia…
Così muore Carnevale
e gli fanno il funerale,
dalla polvere era nato
ed in polvere è ritornato.

mercoledì 27 gennaio 2016

Se questo è un uomo. Primo Levi


Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide casa, 
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è un donna,
senza capelli e senza nome 
senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via, 
coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.

giovedì 14 gennaio 2016

Uomini senza donne, Murakami Haruki

Questo romanzo del 2015 è costituito da sette racconti. Il primo ha come titolo
Drive my car
è la storia di un attore Kafuku ormai rimasto vedovo che ha bisogno di un autista per la sua auto perché gli hanno sospeso la patente poichè guidava con un tasso alcolico superiore ai limiti consentiti e aveva un problema agli occhi.
Il suo meccanico gli fa il nome di una ragazza Misaki molto brava a guidare anche se è di poche parole e fuma in continuazione. Sulle prime Kafuku è diffidente perché secondo lui le donne al volante sono poco rilassate, ma la mette alla prova e si rende conto che è molto brava, guida bene e non si accorge quando cambia le marce e riesce a guidare nel traffico della città in maniera disinvolta.
Poco alla volta Kafuku si confida con Misaki le racconta di sua moglie, anche lei attrice, donna molto bella  che durante gli anni di matrimonio lo tradì con quattro uomini diversi. Non che tra di loro ci fossero dei problemi anzi erano una coppia ben affiatata, anche sessualmente ma la moglie ebbe queste relazioni extraconiugali e lui non riusciva a darsene una ragione. Aveva tentato di chiedere spiegazioni ma poi la moglie si ammalò e non lo fece. Era riuscito a diventare amico dell'ultimo amante della moglie per vendicarsi su di lui, ma poi lasciò perdere.
E' proprio la saggia Misaki che riesce a dare una risposta alla sua domanda.
"Tutto quello che possiamo fare  è cercare di sopravvivere, mandare giù e andare avanti."
 Yesterday
 "Per quel che ne so io, la sola persona che abbia mai provato a tradurre Yesterday dei Beatles in giapponese - anzi nel dialetto del Kansai - è stato un ragazzo chiamato Kitaru. La cantava spesso nel bagno di casa."
Kitaru e Tanimura si erano conosciuti quando lavoravano part-time in un caffè vicino all'ingresso principale del campus di Waseda. Tanimura frequentava il secondo anno di Lettere dell'Università di Waseda mentre Kitaru non aveva superato l'esame di ammissione per il secondo anno di fila, ma non dava certo l'impressione di impegnarsi sul serio.
I due ragazzi diventano amici e si frequentano anche fuori dell'orario di lavoro. Kitaru confida a Tanimura che stava con una ragazza Erika fin dai tempi delle elementari; ora si vedevano saltuariamente una volta la settimana per sua scelta. Era stata sempre la sua amica del cuore, avevano la stessa età ma lei aveva superato l'esame di ammissione alla Sophia University e frequentava il corso di letteratura francese. Un giorno Kitaru chiede a Tanimura di uscire con la sua ragazza perché gli spiega che con Erika hanno fatto tutte le scuole insieme e praticamente è come se avessero passato insieme la vita intera. Se avessero continuato d'amore e d'accordo fino alla laurea, sarebbero vissuti felici e contenti ma lui ha fatto un  fisco clamoroso all'esame di ammissione. Ora una parte di lui è terribilmente in ansia perché mentre lui si prepara a superare l'esame Erika invece si gode la vita universitaria, va a giocare a tennis, fa di tutto e di più. Dall'altra parte invece è sollevato perché se loro due avessero continuato ad avanzare insieme nella loro vita facile, senza problemi, dove gli avrebbe portati tutto questo? Non sarebbe meglio provare a percorrere per un certo periodo strade separate?
Tanimura accetta di uscire con Erika un sabato sera: vanno al cinema e poi a mangiare una pizza e mentre sorseggiano del Chianti Erika confida a Tanimura che non capisce il comportamento di Kitaru non studia e sembra non gli importi poi tanto superare l'esame di ammissione; gli dice anche che oltre a Kitaru ha un altro ragazzo. Lei vuole molto bene a Kitaru ma al tempo stesso c'è in lei il forte desiderio di conoscere altro, di provare altro, voglia di mettersi alla prova.
Due settimane dopo Kitaru lasciò il lavoro al caffè. Tutt'a un tratto non si fece più vedere, senza dare alcun preavviso.
Sedici anni dopo Tanimura incontra Erika a una degustazone di vini, si riconoscono subito e si fermano a parlare. Erika era ancora single, lavorava molto e non aveva certo tempo per il matrimonio. Kitaru invece faceva il cuoco a Denver, faceva sushi. Le aveva spedito una cartolina due mesi prima.
Tanimura quando sente alla radio  Yesterday dei Beatles pensa subito ai versi assurdi di Kitaru, stranamente gli è rimasto vivido il ricordo, sono stati amici solo per qualche mese ma il ricordo di quel periodo è rimasto indelebile.

Organo indipendente
Tra tutti i racconti della raccolta è quello più tragico e sofferto. E' la storia del dottor Tokai che faceva il chirurgo estetico e le occasioni di incontrare donne non gli mancava, ma non aveva mai avuto il desiderio di sposarsi e farsi una famiglia, anzi aveva sempre evitato di frequentare donne che vedevano in lui un possibile futuro marito.
Ma un bel giorno anche il dottor Tokai si innamora e la donna di cui si innamorò era sposata da sedici anni con una bambina piccola. Quando si rese conto che la relazione lo stava impegnando più del dovuto si sforzò di  non innamorarsi troppo per paura di soffrire. Cercava allo stesso tempo di non immamorarsi troppo della donna ma allo stesso tempo  sperava di non perderla.
Lo trovarono nel suo appartamento.
Per terra c'era di tutto, sparso ovunque. Giacche, pantaloni, cravatte, biancheria intima....vestiti che si era tolto e aveva gettato sul pavimento. Probabilmente erano mesi che non metteva ordine lì dentro. Le finestre erano chiuse e l'aria stagnava. Il dottore era sdraiato nel letto, l'aria tranquilla. - Goto doveva rivedere la scena, perché chiuse gli occhi e scosse lievemente la testa. - Appena l'ho visto, ho pensato che fosse morto. Stava per venirmi un colpo. Invece era vivo. Ha voltato verso di me il viso scarno e livido, ha aperto gli occhi e mi ha guardato. Ogni tanto batteva le palpebre. Respirava, anche se molto debolmente. Ma non si muoveva, le coperte tirate fino al collo.Ho provato a parlargli: nessuna reazione. Le sue labbra secche e serrate sembravano cucite. La barba gli era cresciuta parecchio. Prima di tutto andai ad aprire la finestra, per cambiare l'aria nella stanza. Visto che non c'erano misure urgenti da prendere, e il dottore on sembrava soffrire. mi sono messo a fare un po' di ordine nell'appartamento. Perchè era in uno stato davvero terribile. Ho raccolto i vestiti sparsi ovunque, ho messo in lavatrice le cose che si potevano lavare, infilato in una sacca quelle da portare in tintoria. Ho svuotato la vasca che era piena di acqua sporca, e l'ho pulita. Dalle incrostazioni che vi si erano formate, ho dedotto che non veniva svuotata da molto tempo. Una cosa impensabile per il dottore, un uomo che è sempre stato attento all'igiene.

In sintesi il dottor Tokai soffriva di una forma di anoressia. Non mangiava più nulla, si teneva in vita solo con un pò di acqua.Si era "consumato per amore". La donna di cui era innamorato lasciò lui e il marito per mettersi con un terzo uomo.

Shahrazad 
E' il soprannome che Habara aveva dato alla donna che andava a trovarlo due volte alla settimana.  Habara viveva segregato in un appartamento e  lei rappresentava l'unico contatto con il mondo  l'esterno.
Questa donna ogni volta che facevano sesso, narrava una storia bellissima, appassionante.

martedì 12 gennaio 2016

Charles Perrault 388 anni dalla nascita

Perrault era nato a Parigi il 12 gennaio 1628 e prima di dedicarsi alla scrittura era un avvocato. Charles Perrault proveniva da una famiglia dell’alta borghesia francese: il padre era un avvocato che divenne parlamentare, uno dei fratelli – Claude Perrault – era un importante architetto che disegnò la facciata dell’ala est del Louvre di Parigi, fra gli altri ci furono un generale dell’esercito francese e un medico che divenne membro dell’Accademia delle Scienze. Perrault studiò al College de Beauvais con ottimi risultati, lo abbandonò però in anticipo a causa di una discussione avuta con uno dei suoi professori sulla filosofia: in seguito alla discussione Perrault e un altro suo compagno decisero di mettersi a studiare filosofia per conto proprio. Si laureò in Giurisprudenza e diventò avvocato ma non esercitò la professione.
Charles Perrault raccolse molte fiabe della tradizione popolare: nel 1697 pubblicò I racconti di Mamma Oca, con alcune delle fiabe più famose come La bella addormentata nel bosco, 


Pollicino,  Il gatto con gli stivali, Capuccetto rosso, Cenerentola, Pelle d'asino e Enrichetto dal ciuffo.  

Alcune di queste fiabe erano già state raccolte da Giambattista Basile in Lo cunto de li cunti (da cui ha tratto ispirazione il film “Il Racconto dei Racconti” di Matteo Garrone), Perrault non si limitò però a raccogliere le fiabe così com’erano ma le arricchì con riferimenti alla vita francese del suo tempo e spesso sottolineandone l’aspetto morale. La paternità dei Racconti di Mamma Oca venne ufficialmente attribuita al figlio di Charles Perrault, Pierre: secondo l’intellettuale francese Marc Soriano il motivo è che Pierre Perrault era sotto processo per l’omicidio di un giovane in duello, con l’attribuzione della paternità dell’opera gli sarebbe stato permesso di ricevere la protezione della Corte Reale.

mercoledì 6 gennaio 2016

La ricca casa di fronte, Joseph Roth

Al tempo in cui ho vissuto quanto sto per raccontare non ero né povero né ricco. Non mi andava così male da essere roso da quell'invidia, alla vista di ricche case e persone, che può essere definita il conforto dei poveri, ma d'altra parte non mi andava così bene da poter  restare indifferente alla vista della ricchezza. Mi trovavo piuttosto in quella situazione in cui si cerca volontariamente la vicinanza della ricchezza, in una sorta di segreta speranza, accuratamente nascosta a se stessi, che un giorno, o magari presto, avrei potuto accedervi io stesso. Mi trovavo in una condizione in cui pensavo di non poter più sopportare un ambiente povero, un quartier miserevole e i vicoli angusti e sporchi. Decisi dunque di trasferirmi in una zona il cui nome già di per sé era pieno di splendore quanto il potere dei suoi abitanti. Ogniqualvolta questo nome veniva pronunciato o letto non sembrava contrassegnare un solo quartiere, bensì un intero regno sconosciuto e lontano in cui era impossibile trovare un povero bisognoso. Ci si dimentica che anche in quel quartiere dovevano viverci impiegati, custodi e tutto un popolo a servizio, piccoli bottegai e artigiani. Il nome del quartiere nascondeva la miseria dei poveri, e se talvolta mi fosse capitato di incontrarne uno, non mi sarebbe mai passato per la testa che potesse abitare lì dove grandi direttori di giornali, banchieri e costruttori avevano le loro magnifiche case.
   Trovai un piccolo hotel che si distingueva da tutti gli altri in cui avevo abitato per il solo fatto che si trovava in un quartiere ricco. I miei vicine erano dei ricchi decaduti che non volevano rinunciare alla vicinanza del denaro, perché credevano evidentemente che per tornarne in possesso servisse loro, al momento opportuno, minor tempo e meno strada. In modo analogo un cane che viene scacciato da una stanza resta comunquw nei pressi della porta dalla quale ha dovuto andarsene.
   Di fronte alla mia piccola ed angusta finestra c'era una casa grande ed imponente.Il portone scuro era chiuso e aveva nel mezzo un pomello dorato che catturava la luce del sole, la potenziava e la rifletteva così che il pomello stesso sembrava non essere affatto lì per sostituire una maniglia, bensì con la funzione di un riflettore la cui luce si gettava direttamente su di me nella mia finestra: in questo modo, attraverso la sua cortese mediazione, facevo per così dire, la conoscenza del sole, che trascurava altrimenti il mio hotel dedicandosi completamente alla ricca casa di fronte.
   Alle finestre della casa pendevano tutto il giorno delle discrete veneziane. Talvolta passavo due ore o anche di più a sorvegliare il grande portone giallo-bruno nella speranza di poter notare qualcuno che entrava o usciva. Mi sembrava di assoluta importanza conoscere i miei ricchi vicini, poiché non potevo per tutto il giorno o giorno dopo giorno contemplare un segreto che avevo davanti agli occhi o che sembrava fatto apposta per mettermi inquietudine. Ma il portone non si apriva.
   Una notte me ne andai a dormire. La mattina dopo mi svegliai a causa di un rumore allegro e operoso: guardai fuori dalla finestra; la casa di fronte aveva aperto tutte le finestre e anche il portone. Uomini in livrea e donne in grembiule bianco pulivano mobili e vetri, sbattevano tappeti, arieggiavano cuscini, strofinavano i bastoni di ottone e lucidavano di cera le assi del pavimento. Guardai le finestre, alte e grandi come portali, immaginavo la silenziosa profondità delle ricche e ampie camere, il tranquillo e raffinato splendore degli oggetti preziosi, credevo persino di avvertire ilo profumo del legno che proveniva dai mobili, e sentivo una cameriera cantare con zelo una vecchia canzonetta che risuonava come un duro oggetto di metallo.

   Un'ora dopo finestre e portoni furono richiusi e la casa rimase deserta. I domestici dovevano essere usciti da una porta posta sul retro, riservata appositamente a loro. Le veneziane pendevano davanti alle finestre discrete ed altere.
   Ogni mattina si ripetè la stessa scena. Per ben due mesi. Passò l'inverno. Il sole bruciava sempre più radioso e caldo sul pomello del portone, tanto che verso mezzogiorno pareva sciogliersi e già credevo di udirlo cadere giù sul selciato in gocce sonore, come la ceralacca su una lettera. Ma il portone restava chiuso.
   Domandai alla mia locandiera. Di fronte, mi disse, abita un vecchio signore che viene ogni anno per due mesi. Presto dovrebbe essere qui.
   Un giorno arrivò. Entrò lntamente, a bordo di una grande macchina nera, dentro il portone spalancato. Nel pomeriggio apparve sul balcome. Si appoggiava ad un bastone e un alano lo accompagnava lento, come se compiesse un cerimoniale. Indossava un panciotto bianco e una giacca scura, e il suo volto era gentile, scarno grigio e senza barba; il naso era affilato e aspro come il contorno di un'arma bizzarra. I suoi occhi erano grigi, stretti e guardavano direttamente verso di me senza farsi notare. Era come se quegli occhi non dovessero  trasmettere alla coscienza del vecchio le immagini del mondo esterno, bensì come se sviluppassero delle immagini che avevano conservato intimamente sulla loro stessa retina. Ogni pomeriggio il vecchio compariva sul balcone. Un servitore gli portava un cappello. Il vecchio se ne stava lì e guardava verso di me.
   Un giorno, era passata circa una settimana dal suo arrivo, salutai il vecchio signore. Lui ricambiò, esitante ma in modo chiaro. Ci guardammo l'un l'altro. Prima di lasciare il balcone mi fece un cenno col capo, frettoloso: E ogni giorno, per sette giorni, si ripetè la stessa scena. Circa dieci giorni dopo il vecchio morì. All'improvvido, durante la notte. Me lo raccontò la mia locandiera. Nella strada silenziosa la gente umile parlava della morte del vecchio: un ciabattino, un carboniao e i portieri. Io guardavo il funerale  dalla finestra; per un momento meditai se non dovessi andare anche io al cimitero. Ma la solenne magnificenza dei familiari in lutto, fieri e distaccati mi inimorì. La casa restò chiusa e silenziosa. Pensavo alla crudeltà del vecchio - che era ritornato a casa così freddo e quasi inumano prchè la morte già lo aspettava, e che probabilmente aveva vissuto senza amoreed era stato solo un amministratore  della sua ricchezza - quando il famoso notaio M., di cui conoscevo il nome, si fece annunciare presso di me. Il notaio mi consegnò una letterae disse che era delmiop vicino, il cui testamento era stato aperto il giorno prima. Nel testamento il vecchio aveva stabilito che il notaio mi avrebbe dovuto consegnare la lettera personalmente. "Uno dei suoi capricci!" disse il notaio, e se ne andò.
   La lettera diceva così:

"Egregio Signore,
come può vedere, sono riuscito a sapere il suo nome: Perchè?
Perchè mi sono affezzionato a lei. Lei è l'unica persona che
avrebbe potuto essere mia amica, perchè ha mantenuto le
distanze sebbene le fossi simpatico, e il silenzio, nonostante
fosse curioso. Lascio in eredità soltanto debiti, altrimenti lei
sarebbe il mio erede. Conservi di un piacevole ricordo.
                                                                                                                      Il suo I.B.

Il giorno dopo traslocai in un altro vicolo.