Dai libri che leggi, posso giudicare della tua professione, cultura, curiosità, libertà. Dai libri che rileggi, conosco la tua età, la tua indole, quello che hai sofferto, quello che speri. (Ugo Ojetti) Esistono due motivi per leggere un libro: uno perchè vi piace, l'altro è che potrete vantarvi di averlo letto. (Bertrand Russell)
domenica 1 maggio 2016
Chiara Saraceno: «Un reddito di base contro i ricatti del lavoro povero»
Chiara Saraceno, sociologa e autrice del libro «Il lavoro non basta» (Feltrinelli) ha raccontato di essere stata pagata con un voucher per una lezione.
«Credevo di essere un’eccezione, ma ho scoperto di non essere l’unica tra chi fa ricerca – afferma – Non ho certo il profilo di chi lavora con i voucher. Quando è successo ero già in pensione. Il voucher non è solo una forma leggera di lavoro nero, ma è anche una forma di elusione fiscale non voluta dal lavoratore. Legalmente il denaro guadagnato con i voucher è esente da tasse e quindi è conveniente. Il dramma è che questo strumento è diventato la nuova frontiera del lavoro, non solo a tempo, ma precarissimo. Non era stato pensato così all’epoca della riforma Biagi. Allora c’era la positiva intenzione di fare emergere il lavoro nero e assegnare un minimo di contributi ai lavoratori molto occasionali. Il caso classico è la studentessa che fa la baby sitter o chi fa il commesso fa il commesso nei negozi per poche ore. Oggi invece è diventato una forma per passare al nero al grigio. Al datore di lavoro può convenire pagare un po’ in voucher, un po’ in nero. Se in un cantiere c’è un incidente, può sempre dire che quel giorno l’incidentato lavorava con il voucher. Pensato per essere usato per picchi produttivi, questo buono viene usato per pagare normalmente”.
La tracciabilità dei voucher proposta dal governo contrasterà questo fenomeno?
Non credo. Con la tracciabilità si dovrà dichiarare in anticipo per chi e per quante ore è stato usato. Ma questo non esclude che poi ci sia il nero: che si dichiari cioè di avere pagato con voucher per duemila euro per un tot di numero di ore. Il lavoratore potrà essere costretto a lavorarne altrettanto in nero. È importante che si facciano più controlli. Il sindacato dovrebbe essere molto più attento. I voucheristi sono molto ricattabili. Se denunciano, nessuno li riassume.
Il voucher inaugura una nuova epoca del precariato?
La diffusione abnorme di questa forma di pagamento tutto sommato marginale è dovuta alla capacità dei datori di lavoro di sfruttare ogni possibilità dei contratti per fregare i lavoratori. Non vale per tutti naturalmente. Accadde lo stesso con i cocopro. Il progetto in questione è diventato il fine, e non la causa, per fare questi contratti. Risultato: esistono persone che hanno lavorato con un cocopro per anni. Soprattutto per lo Stato italiano. Oppure nei consultori dove si può avere lo psicologo solo se ci si inventa un progetto. Questo progetto serve a giustificare un lavoro di routine.
È passato del tempo dalla riforma dei contratti a termine, un aspetto non molto citato del Jobs Act. Qual è il bilancio?
È assolutamente contraddittorio rispetto al contratto a tutele crescenti. Un lavoratore può essere contrattualizzato a termine e rinnovato fino a cinque volte. Resterà sempre precario con il terrore che non sia rinnovato. Se è fortunato può avere un contratto a tutele crescenti dove continuerà a essere precario. Questo diventa un periodo di prova allungato smisuratamente fino a otto anni. Il lavoro diventa una corsa ad ostacoli, senza contare che è molto più facile licenziare oggi.
La maggioranza dell’occupazione prodotta è data dal rinnovo dei contratti e riguarda gli over 50. Come si spiega questo andamento?
Da anni tutti gli interventi sul lavoro insistono sul lato dell’offerta per rendere i lavoratori più flessibili e meno costosi. In italia abbiamo il problema opposto: quello della domanda di lavoro e imprese non competitive che non sono in grado di stare sul mercato internazionale e non investono su quello nazionale. I governi potranno tagliare il costo della forza-lavoro perché un’impresa assuma. Ma se non c’è una vera ripresa e le imprese non diventano più efficienti, questo non avverrà.
La politica del governo Renzi va in questa direzione?
Assolutamente no, Sostengono che dipende dal mercato e che la politica non c’entra nulla. Hanno erogato miliardi di incentivi alle imprese a fondo perduto, senza chiedere una contropartita in nuova occupazione.
lunedì 25 aprile 2016
sabato 23 aprile 2016
venerdì 22 aprile 2016
In morte di Prince, Spike Lee: «Ho perso un fratello»
La notizia della morte del folletto del funk è rimbalzata prima
ufficiosa sui siti del sito scandalistico americano Tmz – e in molti sui
social hanno pensato e sperato nell’ennesima bufala, per poi rivelarsi
terribilmente vera. Il corpo di Prince, 57 anni – vero nome Prince
Rogers Nelson, è stato ritrovato nella sua villa – che era diventata
anche il suo personale studio di registrazione, di Channassen in
Minnesota, privo di vita.
Al momento di andare in stampa, le cause della morte sono ancora ignote. Prince era stato ricoverato d’urgenza giorni fa per una forma influenzale – almeno così era stato riferito alla stampa – che l’aveva costretto ad annullare numerose date del tour americano. Ma il giorno dopo la star era comunque apparsa a un concerto assicurando i fan che era tutto ok. Stessa versione ufficiale rilasciata dal suo agente: «si tratta soltanto di una brutta influenza». E invece ieri la notizia di un improvviso peggioramento delle sue condizioni di salute ha cominciato a trapelare, dapprima sotto forma di tweet inviato da una reporter della stazione televisiva locale KSTP (Farrah Fazal) via Twitter. A seguire l’ammissione da parte dell’ufficio dello Sceriffo della contea di Carver che parlava della morte di un uomo, fino alla conferma ufficiale, dall’addetto stampa inglese di Prince, intervistato dal Telegraph.
Prince stava combattendo contro una forma influenzale da un mese, tanto che durante un viaggio l’aereo su cui viaggiava aveva dovuto effettuare un atterraggio d’emergenza. Poi la riapparizione ad Atlanta, per una performance in tono minore, in cui lo stesso Prince si è scusato con i fan per la sua voce non proprio perfetta.
La morte ha scatenato le reazioni sui social media, e su facebook, twitter e Instagram è un susseguirsi incessante di messaggi di cordoglio. Sul sito del New York Times piovono post e interessanti raffronti: «Per me – scrive TheJadedCynic – la sua morte è più scioccante di quella di Michael Jackson, che era accettato pur nella sua eccentricità, mentre Prince era molto più sovversivo. La sua sessualità, la sua musica, la presenza andavano nella direzione opposta di quella più commerciale di Jacko». Anche colleghi, politici e personalità del mondo del cinema lo hanno salutato via social, tra i primi a ricordarlo la figlia di Hillary e Bill Clinton, Chelsea: «Grazie Prince. Tutti i miei pensieri e le mie preghiere sono con le persone che amavi».
«Prince, eri una leggenda, riposa in pace», scrive la popstar Lily Allen. E c’è Madonna – che con il folletto aveva duettato in una non memorabile Love song inserita nell’album Like a prayer (1989)-: «Sono devastata perché è un artista che ha cambiato il mondo. Lui è stato un visionario vero». Dal suo profilo, l’attore Samuel L Jackson scrive: «Un’enorme perdita per tutti noi! Che genio! Sono senza parole». Triste anche l’ex Take That Robbie Williams: «Ora anche Prince. No, no, no… Riposa in pace genio». Incredulo appare Spike Lee: «Ho perso mio fratello» scrive in tweet. Personale invece è il ricordo dell’attore australiano Russell Crowe: «È stato il più grande live che abbia mai visto. Geniale, poeta, sexy. Riposa in pace, Prince».
[Stefano Crippa 22/04/2016]
Al momento di andare in stampa, le cause della morte sono ancora ignote. Prince era stato ricoverato d’urgenza giorni fa per una forma influenzale – almeno così era stato riferito alla stampa – che l’aveva costretto ad annullare numerose date del tour americano. Ma il giorno dopo la star era comunque apparsa a un concerto assicurando i fan che era tutto ok. Stessa versione ufficiale rilasciata dal suo agente: «si tratta soltanto di una brutta influenza». E invece ieri la notizia di un improvviso peggioramento delle sue condizioni di salute ha cominciato a trapelare, dapprima sotto forma di tweet inviato da una reporter della stazione televisiva locale KSTP (Farrah Fazal) via Twitter. A seguire l’ammissione da parte dell’ufficio dello Sceriffo della contea di Carver che parlava della morte di un uomo, fino alla conferma ufficiale, dall’addetto stampa inglese di Prince, intervistato dal Telegraph.
Prince stava combattendo contro una forma influenzale da un mese, tanto che durante un viaggio l’aereo su cui viaggiava aveva dovuto effettuare un atterraggio d’emergenza. Poi la riapparizione ad Atlanta, per una performance in tono minore, in cui lo stesso Prince si è scusato con i fan per la sua voce non proprio perfetta.
La morte ha scatenato le reazioni sui social media, e su facebook, twitter e Instagram è un susseguirsi incessante di messaggi di cordoglio. Sul sito del New York Times piovono post e interessanti raffronti: «Per me – scrive TheJadedCynic – la sua morte è più scioccante di quella di Michael Jackson, che era accettato pur nella sua eccentricità, mentre Prince era molto più sovversivo. La sua sessualità, la sua musica, la presenza andavano nella direzione opposta di quella più commerciale di Jacko». Anche colleghi, politici e personalità del mondo del cinema lo hanno salutato via social, tra i primi a ricordarlo la figlia di Hillary e Bill Clinton, Chelsea: «Grazie Prince. Tutti i miei pensieri e le mie preghiere sono con le persone che amavi».
«Prince, eri una leggenda, riposa in pace», scrive la popstar Lily Allen. E c’è Madonna – che con il folletto aveva duettato in una non memorabile Love song inserita nell’album Like a prayer (1989)-: «Sono devastata perché è un artista che ha cambiato il mondo. Lui è stato un visionario vero». Dal suo profilo, l’attore Samuel L Jackson scrive: «Un’enorme perdita per tutti noi! Che genio! Sono senza parole». Triste anche l’ex Take That Robbie Williams: «Ora anche Prince. No, no, no… Riposa in pace genio». Incredulo appare Spike Lee: «Ho perso mio fratello» scrive in tweet. Personale invece è il ricordo dell’attore australiano Russell Crowe: «È stato il più grande live che abbia mai visto. Geniale, poeta, sexy. Riposa in pace, Prince».
[Stefano Crippa 22/04/2016]
venerdì 15 aprile 2016
L’ossessione a pois di Yayoi Kusama
Nagano è una prefettura fra le più grandi dell’arcipelago nipponico e
senza dubbio quella più ricca di catene montuose e di zone
verdeggianti. Situata nella zona centrale del Giappone, prima del
periodo di restaurazione Meiji la zona era conosciuta come Shinano e fra
le sue località più importanti c’era sicuramente Matsumoto, città che
ha nel vecchio castello, detto «castello corvo» per il suo colore
esterno nero, il suo simbolo più importante. Non molti sanno però che
proprio a Matsumoto nel 1929 nasce una delle artiste giapponesi più
importanti e popolari a livello internazionale che l’arcipelago abbia
visto prosperare in questi ultimi 50 anni, Yayoi Kusama. Quarta figlia
di una famiglia della borghesia alto media giapponese, Kusama fin da
piccolissima soffre di allucinazioni e visioni che la accompagneranno
per tutta la vita.
Il tratto ricorrente ed il marchio di fabbrica per cui è diventata famosa sono senza dubbio i pois colorati con cui comincia ad inondare le tele poco più che ventenne, ma che compaiono per la prima volta a soli dieci anni quando ricopre con questi cerchi colorati la figura di una donna col kimono.
Successivamente queste sfere andranno a coprire anche gli interni della sua abitazione e del suo studio ed infine perfino i corpi dei suoi assistenti. L’ossessione per questi pois deriva direttamente dalle sue allucinazioni ed è una sorta di esternalizzazione di questa visione ossessiva che è parte integrante dell’essere dell’artista. Secondo le sue stesse parole «un pois ha la forma del sole, simbolo dell’energia del nostro mondo e della vita, ma anche quello della luna, calma, rotonda, morbida, senza senso e senza conoscenza. I pois diventano movimento…e sono la strada per l’infinito».
A fine anni cinquanta Kusama si trasferisce negli Stati uniti dove conosce, frequenta, si ispira e a sua volta ispira gli artisti americani dell’avanguardia dell’epoca, ritorna in Giappone nel 1973 ma le sue condizioni mentali sono peggiorate e cerca di esorcizzare i tormenti interiori oltre che con l’arte visiva anche scrivendo storie brevi e poemi di tono surrealista. Alla fine decide però di entrare in un ospedale psichiatrico, luogo che le permette, come una novella Robert Walser femminile, di trovare una certa stabilità, luogo che continua ancora oggi ad essere la sua seconda casa.
Una traccia di questo straordinario e doloroso percorso artistico e di vita si trova nel bel museo municipale di Matsumoto che ha una collezione permanente dedicata all’artista, fin dall’esterno dove ad accogliere il visitatore ci sono dei giganteschi fiori fluttuanti. La parte più interessante però è all’interno dove è possibile esperire le opere di Kusama dal periodo giovanile fino a quelle più recenti ed alcune sono davvero notevoli perché si tratta di vere e proprie stanze che accolgono e abbracciano il visitatore. Stanze piene di specchi e pois naturalmente, installazioni con cui si entra quasi fisicamente nel mondo allucinatorio e destabilizzante dell’artista giapponese. Certo questi cerchi colorati sono diventati ora più che mai una sorta di merchandise da vendere e brandire come marchio, nel negozio del museo si vendono portachiavi, tazze e quant’altro e un paio di anni or sono la stessa
Kusama collaborò con Luis Vitton per una linea di prodotti della marca francese.
Ma qui sta il doppio significato della pop art e del mercato dell’arte moderna in generale, una contraddizione che la stessa artista portava alle sue estreme conseguenze già nel 1966 alla Biennale di Venezia quando durante l’esposizione del suo lavoro Narcissus Garden, cominciò a vendere le sfere che componevano l’opera stessa ai visitatori mettendo così in luce l’ambiguità dell’arte contemporanea e della sua necessaria ed inevitabile mercificazione.
[Matteo Boscarol da Il Manifesto del 15/04/2016]
Il tratto ricorrente ed il marchio di fabbrica per cui è diventata famosa sono senza dubbio i pois colorati con cui comincia ad inondare le tele poco più che ventenne, ma che compaiono per la prima volta a soli dieci anni quando ricopre con questi cerchi colorati la figura di una donna col kimono.
Successivamente queste sfere andranno a coprire anche gli interni della sua abitazione e del suo studio ed infine perfino i corpi dei suoi assistenti. L’ossessione per questi pois deriva direttamente dalle sue allucinazioni ed è una sorta di esternalizzazione di questa visione ossessiva che è parte integrante dell’essere dell’artista. Secondo le sue stesse parole «un pois ha la forma del sole, simbolo dell’energia del nostro mondo e della vita, ma anche quello della luna, calma, rotonda, morbida, senza senso e senza conoscenza. I pois diventano movimento…e sono la strada per l’infinito».
A fine anni cinquanta Kusama si trasferisce negli Stati uniti dove conosce, frequenta, si ispira e a sua volta ispira gli artisti americani dell’avanguardia dell’epoca, ritorna in Giappone nel 1973 ma le sue condizioni mentali sono peggiorate e cerca di esorcizzare i tormenti interiori oltre che con l’arte visiva anche scrivendo storie brevi e poemi di tono surrealista. Alla fine decide però di entrare in un ospedale psichiatrico, luogo che le permette, come una novella Robert Walser femminile, di trovare una certa stabilità, luogo che continua ancora oggi ad essere la sua seconda casa.
Una traccia di questo straordinario e doloroso percorso artistico e di vita si trova nel bel museo municipale di Matsumoto che ha una collezione permanente dedicata all’artista, fin dall’esterno dove ad accogliere il visitatore ci sono dei giganteschi fiori fluttuanti. La parte più interessante però è all’interno dove è possibile esperire le opere di Kusama dal periodo giovanile fino a quelle più recenti ed alcune sono davvero notevoli perché si tratta di vere e proprie stanze che accolgono e abbracciano il visitatore. Stanze piene di specchi e pois naturalmente, installazioni con cui si entra quasi fisicamente nel mondo allucinatorio e destabilizzante dell’artista giapponese. Certo questi cerchi colorati sono diventati ora più che mai una sorta di merchandise da vendere e brandire come marchio, nel negozio del museo si vendono portachiavi, tazze e quant’altro e un paio di anni or sono la stessa
Kusama collaborò con Luis Vitton per una linea di prodotti della marca francese.
Ma qui sta il doppio significato della pop art e del mercato dell’arte moderna in generale, una contraddizione che la stessa artista portava alle sue estreme conseguenze già nel 1966 alla Biennale di Venezia quando durante l’esposizione del suo lavoro Narcissus Garden, cominciò a vendere le sfere che componevano l’opera stessa ai visitatori mettendo così in luce l’ambiguità dell’arte contemporanea e della sua necessaria ed inevitabile mercificazione.
[Matteo Boscarol da Il Manifesto del 15/04/2016]
domenica 10 aprile 2016
L’ultimo raccolto strappato alla paura
Vite esemplari. "Al giardino ancora non l'ho detto", di Pia
Pera: in forma di diario, l’epilogo di una vita allenata ai distacchi
necessari per concedersi, in esclusiva, al più amato dei beni: il
proprio spazio verde
Al giardino ancora non l’ho detto di Pia Pera
(Ponte alle Grazie, pp. 216, euro 15,00) è un finale di partita, la
cronaca di una malattia inesorabile, l’ultima immagine del mondo
elaborata da un essere vivente che sente arrivare la fine. L’unica forma
possibile del libro era quella del diario, proprio perché questa
immagine del mondo è mutevole e sfrangiata come una nuvola, e non smette
di cambiare e di arricchirsi col passare del tempo, mentre le cose
continuano ad andare di male in peggio.
Come la selva oscura di Dante, la malattia è un luogo e una condizione di cui è difficile riferire precisamente come ci si sia entrati. Anche la prima avvisaglia è in realtà una manifestazione dell’irreparabile. Un giorno qualcuno fa osservare a Pia che cammina zoppicando leggermente. Quel minimo atto di consapevolezza è una frattura che inaugura un tempo del tutto diverso da tutto ciò che può essere presentito, immaginato, appreso dall’esperienza di altri. Non solo perché la mente deve adattarsi a un’emergenza. Questo adattamento infatti è di per sé sempre provvisorio, ogni giorno che passa portando ulteriori difficoltà, erigendo nuove barriere fra l’io e il possibile.
Presto diagnosticata, la patologia è di quelle che peggiorano e basta, il massimo della scienza medica consistendo nel rallentarla e poco altro. Il decorso prevede la perdita progressiva dell’uso del proprio corpo: arti, organi volontari, tutto. Non c’è nulla che renda in qualche modo preparati all’appuntamento con la propria sorte. E Pia ci arriva troppo presto, tra i cinquanta e i sessanta, nel pieno delle forze. Ormai da molti anni, si era dedicata completamente a una passione che per molti è un semplice hobby e che per lei era diventata una filosofia e una vera e propria forma integrale di vita. Molte cose della sua vita precedente lasciandosi alle spalle, infatti, Pia Pera ha inventato e accudito uno splendido giardino, nella campagna di Lucca.
È un luogo indimenticabile, in cui ogni minimo dettaglio possiede una storia e un significato ben precisi, ma dove tutto, in virtù di un supremo e definitivo artificio, è dotato della potente, ammaliante bellezza del selvatico. I libri e gli articoli che intanto andava scrivendo, le conferenze, le interviste hanno presto fatto di Pia un’autorità internazionale in quest’arte del giardino che sta conoscendo (a differenza di moltissime altre arti) un’epoca d’oro sia in Italia che in America, tra innovazioni sorprendenti e meditati ritorni alle più antiche tradizioni.
Il giardino esige un accordo fondamentale tra la mente che inventa, proiettandosi nel futuro, e il corpo che esegue, adagiandosi ai ritmi delle stagioni e alle leggi, al tempo stesso immutabili e sorprendenti, della vita vegetale. Questa è la castastrofe che Pia Pera ci racconta nel libro: il progressivo sfinimento che le impedisce dapprima di piegarsi per raccogliere un cespo d’insalata nell’orto, e che finirà per costringerla a faticose visite in sedia a rotelle in quello che fino a poco tempo prima considerava quasi come un’estensione del suo corpo, o il frutto di una simbiosi. E proprio nel momento in cui ciò che aveva progettato per la sua vita, tagliandosi alle spalle molti ponti, si rivela rapidamente impraticabile, giunge all’autrice il soccorso di una poesia di Emily Dickinson, il cui primo verso, «I haven’t told my garden yet», fornisce al suo libro il titolo.
Quella di Emily Dickinson è una grande meditazione sulla mortalità. Se è vero che presto, troppo presto anche lei «penetrerà dentro l’Ignoto», come farà l’amato giardino a comprendere che la sua giardiniera non verrà più a curarlo? Meglio nascondergli la verità, meglio nasconderla anche all’ape che ronza fra i cespugli, alle foreste e alle praterie dove Emily ha amato passeggiare. Che non si faccia parola della morte, insomma, la cui coscienza lancinante è un appannaggio esclusivamente umano. Che il giardino non venga turbato dalla notizia che chi tanto l’ha amato e accudito è prigioniero di un destino ben diverso dal suo.
Sarà importante osservare, a questo punto, che molti libri affini per l’argomento a quello di Pia (libri anche molto belli e capaci di scuotere profonde emozioni) ci raccontano di una saggezza, o perlomeno di un nuovo e faticato accordo con la vita, che seguono alla scoperta della malattia e delle sue conseguenze. Tutto ciò che viene prima del trauma potrà essere rimpianto, ma ormai è relegato nel regno dell’inconsapevolezza, dell’approssimazione, della mancata capacità di decifrare gli eventuali segnali provenienti dal futuro. Il grande archetipo dei racconti di malattia è quello della caduta sulla via di Damasco, non perché necessariamente venga implicata una conversione, ma perché quell’evento genera una metamorfosi radicale, come un’iniziazione e dunque una seconda nascita conseguente a una morte simbolica.
Pia Pera, però, si porta dietro un’esperienza umana e artistica che la costringe a sovvertire questo schema classico. In qualche modo, che sicuramente non è stato del tutto cosciente, tutta la sua vita, anche quella trascorsa in salute, è consistita in una serie di rinunce e di distacchi, a partire dalla sua identità di scrittrice e di traduttrice di tanti capolavori della letteratura russa (citerò solamente le sue memorabili, efficacissime versioni dell’Onegin di Puškin e di Un eroe del nostro tempo di Lermontov).
Il giardino, in questo percorso d’esistenza, ha assunto il ruolo di manifestazione concreta di un desiderio di solitudine che non escludendo l’amore per il prossimo, concedeva allo spirito quella libertà che si ottiene solo sciogliendo o allentando gli innumerevoli vincoli sociali e psicologici che sono le sbarre delle nostre prigioni. E dunque si potrebbe pensare che Pia sia sempre vissuta pensando alla morte, come si propone di fare Prospero alla fine della Tempesta. Ma nessuno ci dirà mai se Prospero in questo modo sia arrivato più sereno di fronte al grande salto.
La verità è che l’unica saggezza sembra consistere nel renderti conto che ogni saggezza, alla prova dei fatti, possiede la stessa forza di chi l’ha coltivata. «Com’è che tutto questo non è stato chiamato col suo nome, paura della morte?», si chiede Pia mentre ripensa a sogni ricorrenti e molto lontani ormai nel tempo. «Com’è che avevo sempre creduto di non averne paura?». Durante le notti che sembrano interminabili, questa paura sembra dilagare come un’onda densa e scura nella mente di Pia. E noi pian piano, pagina dopo pagina, ci rendiamo conto che una filosofia, una terapia, una pratica di meditazione che pretendessero di annullare la fragilità di uno spirito affacciato sul vuoto non sarebbero altro che chiacchiere di fanatici.
È proprio perché non sa essere saggia fino in fondo che Pia può regalarci le sue lancinanti intuizioni terminali, può comunicarci qualcosa della «limpidezza dell’essere soli al mondo». Leggendo questo libro, ho immaginato la nostra vita come un grande transatlantico, con tanta gente che lavora, o mangia nelle sale ristorante, o dorme inconsapevole in cabina. E ho pensato a Pia, ancora su questa grande nave, ma al limite estremo della prua, affacciata sull’aperto, investita dalle raffiche della tempesta. Ancora ama ciò che ha amato, ancora ha paura, e se fosse in grado di scegliere l’ultimo pensiero, questo andrebbe a Macchia, la sua adorata cagnolina, molto più che a Dio, o al Nulla, o a una delle tante parole di cui ci riempiamo la bocca senza che significhino realmente qualcosa.
Prima o poi, tutti noi che viaggiamo in questa nave prenderemo il posto di Pia. E chi ha letto il suo libro gliene sarà grato come di un dono personale, di un amuleto, di una mappa per evadere dal recinto della disperazione.
[Emanuele Trevi 10/04/2016]
Come la selva oscura di Dante, la malattia è un luogo e una condizione di cui è difficile riferire precisamente come ci si sia entrati. Anche la prima avvisaglia è in realtà una manifestazione dell’irreparabile. Un giorno qualcuno fa osservare a Pia che cammina zoppicando leggermente. Quel minimo atto di consapevolezza è una frattura che inaugura un tempo del tutto diverso da tutto ciò che può essere presentito, immaginato, appreso dall’esperienza di altri. Non solo perché la mente deve adattarsi a un’emergenza. Questo adattamento infatti è di per sé sempre provvisorio, ogni giorno che passa portando ulteriori difficoltà, erigendo nuove barriere fra l’io e il possibile.
Presto diagnosticata, la patologia è di quelle che peggiorano e basta, il massimo della scienza medica consistendo nel rallentarla e poco altro. Il decorso prevede la perdita progressiva dell’uso del proprio corpo: arti, organi volontari, tutto. Non c’è nulla che renda in qualche modo preparati all’appuntamento con la propria sorte. E Pia ci arriva troppo presto, tra i cinquanta e i sessanta, nel pieno delle forze. Ormai da molti anni, si era dedicata completamente a una passione che per molti è un semplice hobby e che per lei era diventata una filosofia e una vera e propria forma integrale di vita. Molte cose della sua vita precedente lasciandosi alle spalle, infatti, Pia Pera ha inventato e accudito uno splendido giardino, nella campagna di Lucca.
È un luogo indimenticabile, in cui ogni minimo dettaglio possiede una storia e un significato ben precisi, ma dove tutto, in virtù di un supremo e definitivo artificio, è dotato della potente, ammaliante bellezza del selvatico. I libri e gli articoli che intanto andava scrivendo, le conferenze, le interviste hanno presto fatto di Pia un’autorità internazionale in quest’arte del giardino che sta conoscendo (a differenza di moltissime altre arti) un’epoca d’oro sia in Italia che in America, tra innovazioni sorprendenti e meditati ritorni alle più antiche tradizioni.
Il giardino esige un accordo fondamentale tra la mente che inventa, proiettandosi nel futuro, e il corpo che esegue, adagiandosi ai ritmi delle stagioni e alle leggi, al tempo stesso immutabili e sorprendenti, della vita vegetale. Questa è la castastrofe che Pia Pera ci racconta nel libro: il progressivo sfinimento che le impedisce dapprima di piegarsi per raccogliere un cespo d’insalata nell’orto, e che finirà per costringerla a faticose visite in sedia a rotelle in quello che fino a poco tempo prima considerava quasi come un’estensione del suo corpo, o il frutto di una simbiosi. E proprio nel momento in cui ciò che aveva progettato per la sua vita, tagliandosi alle spalle molti ponti, si rivela rapidamente impraticabile, giunge all’autrice il soccorso di una poesia di Emily Dickinson, il cui primo verso, «I haven’t told my garden yet», fornisce al suo libro il titolo.
Quella di Emily Dickinson è una grande meditazione sulla mortalità. Se è vero che presto, troppo presto anche lei «penetrerà dentro l’Ignoto», come farà l’amato giardino a comprendere che la sua giardiniera non verrà più a curarlo? Meglio nascondergli la verità, meglio nasconderla anche all’ape che ronza fra i cespugli, alle foreste e alle praterie dove Emily ha amato passeggiare. Che non si faccia parola della morte, insomma, la cui coscienza lancinante è un appannaggio esclusivamente umano. Che il giardino non venga turbato dalla notizia che chi tanto l’ha amato e accudito è prigioniero di un destino ben diverso dal suo.
Sarà importante osservare, a questo punto, che molti libri affini per l’argomento a quello di Pia (libri anche molto belli e capaci di scuotere profonde emozioni) ci raccontano di una saggezza, o perlomeno di un nuovo e faticato accordo con la vita, che seguono alla scoperta della malattia e delle sue conseguenze. Tutto ciò che viene prima del trauma potrà essere rimpianto, ma ormai è relegato nel regno dell’inconsapevolezza, dell’approssimazione, della mancata capacità di decifrare gli eventuali segnali provenienti dal futuro. Il grande archetipo dei racconti di malattia è quello della caduta sulla via di Damasco, non perché necessariamente venga implicata una conversione, ma perché quell’evento genera una metamorfosi radicale, come un’iniziazione e dunque una seconda nascita conseguente a una morte simbolica.
Pia Pera, però, si porta dietro un’esperienza umana e artistica che la costringe a sovvertire questo schema classico. In qualche modo, che sicuramente non è stato del tutto cosciente, tutta la sua vita, anche quella trascorsa in salute, è consistita in una serie di rinunce e di distacchi, a partire dalla sua identità di scrittrice e di traduttrice di tanti capolavori della letteratura russa (citerò solamente le sue memorabili, efficacissime versioni dell’Onegin di Puškin e di Un eroe del nostro tempo di Lermontov).
Il giardino, in questo percorso d’esistenza, ha assunto il ruolo di manifestazione concreta di un desiderio di solitudine che non escludendo l’amore per il prossimo, concedeva allo spirito quella libertà che si ottiene solo sciogliendo o allentando gli innumerevoli vincoli sociali e psicologici che sono le sbarre delle nostre prigioni. E dunque si potrebbe pensare che Pia sia sempre vissuta pensando alla morte, come si propone di fare Prospero alla fine della Tempesta. Ma nessuno ci dirà mai se Prospero in questo modo sia arrivato più sereno di fronte al grande salto.
La verità è che l’unica saggezza sembra consistere nel renderti conto che ogni saggezza, alla prova dei fatti, possiede la stessa forza di chi l’ha coltivata. «Com’è che tutto questo non è stato chiamato col suo nome, paura della morte?», si chiede Pia mentre ripensa a sogni ricorrenti e molto lontani ormai nel tempo. «Com’è che avevo sempre creduto di non averne paura?». Durante le notti che sembrano interminabili, questa paura sembra dilagare come un’onda densa e scura nella mente di Pia. E noi pian piano, pagina dopo pagina, ci rendiamo conto che una filosofia, una terapia, una pratica di meditazione che pretendessero di annullare la fragilità di uno spirito affacciato sul vuoto non sarebbero altro che chiacchiere di fanatici.
È proprio perché non sa essere saggia fino in fondo che Pia può regalarci le sue lancinanti intuizioni terminali, può comunicarci qualcosa della «limpidezza dell’essere soli al mondo». Leggendo questo libro, ho immaginato la nostra vita come un grande transatlantico, con tanta gente che lavora, o mangia nelle sale ristorante, o dorme inconsapevole in cabina. E ho pensato a Pia, ancora su questa grande nave, ma al limite estremo della prua, affacciata sull’aperto, investita dalle raffiche della tempesta. Ancora ama ciò che ha amato, ancora ha paura, e se fosse in grado di scegliere l’ultimo pensiero, questo andrebbe a Macchia, la sua adorata cagnolina, molto più che a Dio, o al Nulla, o a una delle tante parole di cui ci riempiamo la bocca senza che significhino realmente qualcosa.
Prima o poi, tutti noi che viaggiamo in questa nave prenderemo il posto di Pia. E chi ha letto il suo libro gliene sarà grato come di un dono personale, di un amuleto, di una mappa per evadere dal recinto della disperazione.
[Emanuele Trevi 10/04/2016]
mercoledì 6 aprile 2016
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