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martedì 28 giugno 2016

Cameron, un capitano sul Titanic


A tre giorni dal più grande evento storico ed istituzionale europeo dal Secondo dopoguerra, al pari della caduta del muro di Berlino, il paese si confronta con le conseguenze della decisione presa dai 17 milioni di elettori che hanno votato per l’uscita dalla Ue. Il clima è chiaramente ancora di sgomento, come evidenziano le prime pagine di lunedì di due quotidiani agli antipodi: al posto delle consuete soubrette e calciatori, Metro mostrava una foto notturna di Westminster col titolo “Le luci sono accese ma in casa non c’è nessuno”, mentre sulla prima del Financial Times campeggiava un lugubre sfondo nero. «Almeno il titanic aveva un capitano», scriveva il Guardian in un editoriale.
Pur essendo ridotto politicamente a un ologramma, è ancora David Cameron quel capitano, e in quella veste ha presieduto la prima riunione di gabinetto dopo il quasi singhiozzante annuncio di dimissioni venerdì scorso. Il suo portavoce ha subito escluso che la strampalata iniziativa di indire un secondo referendum a rettifica di quello che ha appena sancito l’ineluttabile Brexit si possa praticare, con buona pace dei tre milioni – parte di cui era gonfiata dall’intervento di alcuni hacker – di firme che hanno intasato in poche ore il sito delle petizioni online del governo. Ciononostante, la questione rimane in piedi: a parte l’avvocato Geoffrey Robertson, che, facendo leva sull’oralità della costituzione, sempre dalle pagine del Guardian avverte che è comunque il parlamento britannico a dover approvare l’avvio del ritiro dall’Europa, c’è la netta opposizione di Nicola Sturgeon, che non ci sta a vedere la devoluta Scozia, in maggioranza per il remain, trascinata fuori contro voglia dall’Europa. Già venerdì scorso, Sturgeon aveva detto chiaramente che un nuovo referendum scozzese è probabile.
Cameron ha poi parlato ai Comuni nel primo pomeriggio, delineando i futuri passaggi della negoziazione per l’uscita a fronte di quella che sarà la sua imbarazzante comparsa davanti ai colleghi europei a Bruxelles martedì. Ha annunciato la costituzione di una task force amministrativa che se ne occuperà, con l’apporto di figure tra le «migliori e più intelligenti» di Westminster sotto la guida di Oliver Letwin e cui parteciperanno i parlamenti devoluti di Scozia e Galles, oltre che l’amministrazione della capitale. Ha condannato gli episodi di razzismo e intolleranza che hanno preso di mira membri della comunità polacca e cittadini perfettamente britannici di origine asiatica e assicurato che non vi sarà alcun mutamento nello status dei cittadini comunitari che vivono in Gran Bretagna. Ha poi ribadito le assicurazioni che il cancelliere George Osborne aveva fatto qualche ora prima allo scopo di rassicurare sulla tenuta dell’economia.
L’ologramma sarà poi sostituito con una persona politicamente in carne ossa subito dopo l’estate, almeno stando al 1922 Committee, un comitato di backbenchers conservatori che ha stabilito una tabella di marcia: le nomination dovranno essere rese note entro questo mercoledì, e il risultato raggiunto entro il prossimo 2 settembre. Ha anche ribadito che la clausola 50 che dovrebbe mettere in moto la negoziazione del distacco non sarà posta in opera prima di ottobre, ignorando le ripetute pressioni dei ministri degli esteri Europei per una maggiore celerità.
Quanto alla rassicurazione di Osborne, non ha rassicurato un granché. La volatilità in borsa è ripresa poche ore dopo ieri il ministro dell’economia faceva il suo discorso. Le banche britanniche sono crollate per via della loro cospicua esposizione. La vendita delle parzialmente nazionalizzate Royal Bank of Scotland e Lloyds, che Osborne voleva vendere per abbassare il debito non saranno affatto vendute. Sia Barclays che Lloyds hanno perso il 30% del valore, la sterlina è scesa contro il dollaro a livelli del 1985 dopo che i mercati asiatici se ne erano liberati a favore dello Yen. Il budget di emergenza che aveva minacciato in campagna referendaria, attirandosi accuse terroristiche, non si è materializzato.
Quanto al nome del futuro leader, la scelta è abbastanza ristretta, e i nomi più papabili sono quelli di Johnson e Theresa May. Nella loro prima conferenza stampa all’interno del cabinato che fungeva da loro quartier generale, Gove e Johnson sembravano due senili fanciulli scappati di casa e ritrovati dalla polizia sani e salvi dopo febbrili ricerche. La loro vittoria, ottenuta grazie – e soprattutto – alla trucida retorica razzistoide dei creativi di casa Farage, li mette ora di fronte a una serie di test per cui non li si sospetta granché preparati. Dovranno fare una serie di marce indietro soprattutto con quelli che hanno votato leave dopo aver visto il gaglioffo poster di Farage (quello con la scritta “punto di rottura” davanti a una fila di profughi siriani) e che ora si aspettano l’impossibile chiusura delle frontiere. Il loro dilemma principale? Stare nel mercato unico e non poter fare nulla sull’immigrazione, o uscirne innescando una quasi certa contrazione dell’economia.
[Leonardo Clausi  28/06/2016]

giovedì 9 giugno 2016

Una vita in lotta contro la mafia

Venticinque anni trascorsi nel nome di Libero Grassi, da quel giorno maledetto in cui trovò suo marito morto sparato davanti al portone di casa, in via Alfieri. A fianco i figli, Alice e Davide. Infaticabile nella difesa dell’azienda di famiglia, eredità di un «cittadino onesto» e non di un eroe, divenuto icona dell’antimafia, quella vera, silenziosa e normale.
Fuori dalle mura di casa, Pina Maisano ha avuto pochi ma veri amici. E tanti “nipoti”. Non c’è mai stato il mondo delle associazioni imprenditoriali, troppo grande la ferita inferta da quel pezzo di Confindustria palermitana che aveva bollato la ribellione di Libero Grassi come il gesto di un pazzo. In casa le foto del marito, finito nel lungo elenco delle vittime di mafia, assassinato perché aveva osato sfidare il racket del pizzo, scrivendo di suo pugno la lettera al «caro estortore».
Ucciso d’estate, Libero. Era il ’91, a Palermo quasi ogni giorno un morto ammazzato per strada. Pina Maisano, piccola di fisico e grande d’animo, per le strade della città che amava e che odiava, vide quegli adesivi listati a lutto, scritta nera su fondo bianco, nessun nome, nessun logo: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità». Era il 29 giugno del 2004.
Tredici anni senza Libero. «Mi chiama una giornalista e mi chiede cosa pensassi di quella frase, e ovviamente se ne conoscessi gli autori. Rispondo che non li conosco, ma che, se fossero stati dei giovani, li avrei adottati come nipoti miei e di Libero», racconterà Pina Maisano. E il giorno dopo nel suo studio citofonano dei ragazzi: «Siamo i tuoi nipoti». Con quell'”adozione” particolare nasceva Addiopizzo, l’associazione che raccogliendo il testimone di Grassi lancerà l’iniziativa del consumo critico antimafioso: un bollino per ogni negozio antiracket “certificato”. E “rinasceva” anche Pina Maisano, non più la vedova di Libero Grassi, ma la “nonna” dei ragazzi che sfidano il racket, andando per negozi e imprese, infondendo coraggio e dando sostegno concreto a commercianti e imprenditori che pagano.

La diffidenza che si portava dentro

Pina è morta a 87 anni. È spirata a Villa Sofia, a pochi giorni dall’inizio dell’estate. La sua è stata una vita di sacrifici e lotta nel nome del marito. Non amava i riflettori, anzi. Mai una parola in più. Mai presenzialista. Composta, diretta. A tratti dura, per quella diffidenza che si portava dentro.
Dopo l’assassinio del marito prende le redini dell’azienda, la Sigma. Un anno dopo, era il ’92 si candida con i Verdi. Scelta non di comodo la sua. Avrebbe potuto optare per l’ex Pci, che Achille Occhetto aveva appena trasformato nel Pds. Ma non lo fece. Era fatta così. Viene eletta in Senato. Ma non sono i siciliani a sceglierla: si candida nel collegio del Piemonte. Anche il figlio Davide, qualche tempo dopo tenterà l’ingresso con i socialisti in Parlamento, ma non ce la fa. Ai “nipoti” di Addiopizzo per il ventennale dell’omicidio del marito aprì il cassetto dei ricordi più intimi, raccontando Libero, le cui battaglie di legalità erano iniziate molto prima del ’91. A capo della Sigma, terza italiana del settore, un fatturato di 7 miliardi di lire, negli anni Sessanta s’era battuto perché il «sacco di Palermo» di Vito Ciancimino non inghiottisse il villino liberty del circolo Roggero di Lauria, a Mondello. Come consigliere d’amministrazione dell’azienda locale per l’energia, Grassi un decennio dopo si era speso perché la città fosse dotata di una rete di distribuzione del gas, mettendosi contro la lobby dei “bombolari”. Aveva poi creato la Solange impiantistica, che avrebbe dovuto fare da battistrada in Italia per l’energia solare.
E poi c’era il Grassi impegnato in politica. Quello che, in viaggio a Parigi con la moglie, trova sul parabrezza dell’auto il messaggio di un certo Marco, un italiano che si diceva in difficoltà economiche e chiedeva aiuto. «Era Marco Pannella – ricorderà Pina Maisano – tra lui e Libero si creò subito una certa intesa. Discutevano spesso su un punto: i politici, per poter davvero fare politica, non possono partecipare a più di due legislature, perché sennò perdono il contatto con la realtà di tutti i giorni». È così che Grassi si iscrive al Partito radicale, dopo una militanza con i repubblicani di Ugo La Malfa, col quale dà vita, insieme a pezzi di Democrazia proletaria, al Comitato opposizione Palermo, votato all’antimafia per denunciare «il sistema di potere Dc» come «espressione della “borghesia mafiosa”».
Di quel sistema, tredici anni più tardi, la senatrice Pina Maisano chiederà conto a Giulio Andreotti. «Era il giorno in cui la giunta per le autorizzazioni a procedere doveva esprimersi sull’azione penale contro di lui – racconterà Pina – Il primo documento a disposizione, 250 pagine, era la relazione dei pentiti: Buscetta, Calderone, Mutolo, Mannoja… Si parlava dei Salvo, di Ciancimino, del maxi processo… Per gli altri senatori, si trattava di fatti lontani. Per me, palermitana, erano ferite aperte sul mio corpo. E allora non potei fare a meno di chiedere ad Andreotti: onorevole, mi scusi: ma lei, nella sua posizione, non poteva non sapere, visti i suoi rapporti con Lima e Ciancimino, quale fosse la situazione a Palermo. Non è così?». Il «divo Giulio» promise che avrebbe risposto a processo chiuso. Nel 2003, dopo la sentenza d’appello che dichiarava prescritti i reati di mafia del senatore a vita fino al 1980, Pina Maisano gli scrive ricordandogli quel vecchio impegno. E lui risponde a suo modo, mandando in prescrizione la memoria: «Grazie, cara collega, della lettera gentile e dei ricordi di un periodo interessante. Sinceri auguri e saluti». Due mondi diversi. Due mondi lontani.

Senza guardarlo negli occhi

Libero fu ammazzato alle 7.45, a sparargli fu Salvino Madonia. Il killer, condannato all’ergastolo, rampollo di una potentissima famiglia lo attese sotto casa assieme a Marco Favaloro, poi pentito. Gli sparò alle spalle, senza neanche guardarlo negli occhi. Troppo pesante per Cosa nostra quella lettera che l’imprenditore qualche giorno prima scrisse al «Caro estortore…», pubblicata dal Giornale di Sicilia. Ogni anno Alice Grassi, proprio dove la mafia ha ucciso suo padre, scrive: «Qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall’omertà dell’associazione degli industriali, dall’indifferenza dei partiti, dall’assenza dello Stato». Parole dure, parole vere. Come a ricordare quegli anni Novanta quando un giudice, Luigi Russo di Catania, stabiliva in una sentenza che non era reato acquistare la “protezione” dei boss, quando il presidente degli industriali di Palermo, Salvatore Cozzo, urlava alla radio, proprio in risposta a Grassi, che «i panni sporchi si lavano in famiglia».
Adesso che Pina non c’è più, tocca ai “nipoti” di Addiopizzo. «Hai segnato per noi una strada che ancora oggi proviamo a percorrere seguendo i passi tuoi e di Libero. Passi lievi, garbati e al tempo stesso determinati e forti. Non sempre siamo stati all’altezza della tua sagacia, della tua intelligenza e ironia, della tua generosità e della tua grande capacità di amare, ma siamo stati onorati di camminare insieme, accompagnati dal tuo esempio d’amore, sapiente e generoso, che trasformava ciò che fa star male, che provoca dolore e rabbia in capacità di essere qualcosa di diverso dalla violenza in cui siamo cresciuti. Grazie, nonna».
[Alfredo Marsala 9/06/2016]

mercoledì 8 giugno 2016

La radicalizzazione lenta del mondo parallelo degli «hui»

In qualunque città cinese ci si trovi, si può star certi di imbattersi in ristoranti con la vetrina abbellita da uno striscione verde e parole scritte in arabo. In caratteri cinesi, questi ristoranti annunciano lamian (un tipo di spaghetti freschi, tirati a mano), e manzo e agnello spolverati di cumino. Ristoranti piccoli e a buon mercato, decorati all’interno da grandi poster di panorami montani e minareti.
I proprietari e gestori di questi locali halal appartengono al gruppo etnico-culturale cinese hui. È la seconda «etnia» cinese musulmana più importante del paese, subito dopo gli uiguri. Si tratta di più di dieci milioni di persone, concentrate nelle regioni del nord-ovest ma sparse anche in tutta la Cina, ma che, contrariamente agli uiguri del Xinjiang, parlano mandarino, e i vari dialetti locali dei posti in cui vivono. Gli hui sono particolarmente numerosi nel Gansu, tanto a Lanzhou (capitale provinciale e patria dei lamian), che a Linxia, una cittadina detta «piccola Mecca cinese»; così come nel Ningxia – la «regione autonoma» a maggioranza hui, dove è appena stato costruito un parco a tema «islamico» per turisti – e nello Shanxi, dove la presenza di questi musulmani assimilati è maggiormente vistosa.
Ma nell’intera Cina i cittadini hui occupano le strade e i quartieri intorno ai loro luoghi di culto, e sono facilmente identificabili: le donne portano l’hijab, lasciando dunque il volto scoperto, e gli uomini, con appena degli accenni di barba, indossano calotte ricamate. Presenti in Cina da secoli, sono separati dal resto della popolazione in particolare dai tabù alimentari.
E se per la maggior parte dei cinesi l’idea di non mangiare carne di maiale è poco appetibile, nessun ristoratore in Cina si stupisce alla richiesta di piatti senza lardo o darou, la «carne grossa»: l’islam degli hui è profondamente parte della Cina. Gli hui sono infatti figli di un meticciato di origine mercantile: i commercianti arabi e persiani arrivarono in Cina fin dal VII secolo, sia lungo la Via della Seta che attraversava l’Asia Centrale che soprattutto lungo quella marittima, che arrivava a Guangzhou (Canton). Erano i secoli della dinastia Tang (618-907), la più cosmopolita della storia cinese, e gli hui ottennero un raro favore imperiale: l’autorizzazione a sposare donne cinesi, dopo che, vuole la leggenda, l’imperatore Taizong (626-649) sognò che dei saggi uomini dall’Occidente in turbante verde l’avrebbero aiutato a risolvere svariate difficoltà di governo.
Da allora, gli hui esistono in Cina in modo parallelo, assimilati al resto della popolazione per lingua ed aspetto, presenti in ogni mercato, in ogni porto, in ogni città di transito. Sono i musulmani grazie a cui la Cina può mostrare di non avere un problema con l’Islam per se, ma solo con il «separatismo uiguro». Anzi: percorrendo le aride strade del Ningxia e del Gansu le moschee nuove, appena costruite sono onnipresenti, ed il richiamo alla preghiera del muezzin risuona forte, diffuso da altoparlanti elettrici proibiti nel vicino Xinjiang.
La loro presenza centenaria in Cina fa sì che non solo l’Islam sia visto come una religione in un certo senso di casa, malgrado le sanguinose rivolte musulmane che ebbero luogo nel 19esimo secolo, quando la dinastia Qing (1636-1911) mostrava le sue debolezze, ma anche che la loro esistenza possa essere utilizzata come ponte privilegiato fra la Cina e i Paesi a maggioranza musulmana. È anche un elemento importante con cui Pechino promuove la sua spinta verso Occidente del progetto «One Belt One Road», serie di iniziative diplomatiche e di infrastrutture con cui la Cina vuole consolidare la sua presenza nel mondo.
Contrariamente agli uiguri conquistati e colonizzati in epoche più recenti, gli hui non hanno rivendicazioni territoriali, e non subiscono la convivenza con gli altri cinesi come l’invasione della loro terra ancestrale. La moschea di Huisheng, a Guangzhou, con accanto il più antico cimitero musulmano cinese, fu eretta più di 1.300 anni fa (e ricostruita a varie riprese), quando Taizong approvò che i mercanti arabi risiedessero in Cina. Dagli anni Ottanta ad oggi, è stata meta di pellegrinaggi religiosi, e di visite di potenziali investitori dal Sud-Est Asiatico musulmano e dai Paesi del Golfo.
Scambi grazie a cui Pechino vorrebbe proporre la vicina Hong Kong come piattaforma finanziaria musulmana, e affermarsi come primo esportatore al mondo di cibo halal e altri prodotti «islamici» (in particolare di abbigliamento ed elettronica) con parchi industriali appositi.
Ma negli ultimi anni nemmeno la comunità hui è stata immune dalle tensioni politiche, e dalle seduzioni del salafismo. Musulmani sinizzati, certo, ma non per questo indifferenti a quanto avviene nel resto del mondo e della Cina: man mano che la repressione in Xinjiang ha portato all’arresto degli imam considerati troppo poco patriottici, ecco che gli imam hui hanno dapprima sostituito i loro confratelli uiguri, scontrandosi però con la stessa interferenza religiosa. Ed anche fra gli hui – che non hanno le stesse difficoltà ad ottenere un passaporto riscontrate invece dagli uiguri – si trovano giovani studenti islamici rientrati dall’Arabia Saudita determinati a rendere l’islamismo della loro comunità più «puro» e vicino al wahabismo saudita. Diverse scuole coraniche, del resto, sono state recentemente chiuse, e non è più permesso accettare finanziamenti esteri per la costruzione delle moschee.
Una radicalizzazione lenta e fin’ora poco visibile, saltata maggiormente alla ribalta lo scorso dicembre, quando Daesh per la prima volta ha diffuso via internet una canzone in mandarino, in cui incita i veri musulmani a «svegliarsi» e «impugnare le armi per combattere». La voce registrata ha un accento del nord-ovest, forse proprio del Gansu, e l’episodio, che ha ricevuto scarsa pubblicità in Cina, sembra essere stato però preso seriamente dalle autorità. Gli sviluppi di questa relazione poco nota sono dunque tutti da osservare.
[Ilaria Maria Sala 8/06/2016]

giovedì 26 maggio 2016

Il cambiamento ci salverà

Fra i paesi che per la prima volta si affacciano in Laguna, come presenza inedita alla Biennale Architettura, quest’anno ci sarà anche la Nigeria (gli altri sono Filippine, Seychelles e Yemen). A dialogare con il tema scelto dal curatore Alejandro Aravena – Reporting from the front – ci sarà così l’artista e architetto Ola-Dele Kuku con la sua mostra Diminished Capacity allestita allo spazio Punch, da oggi al 27 novembre.
Lo sguardo sui mondi abitabili del futuro comincia dunque da un continente-mosaico come l’Africa in uno spazio espositivo che perde i suoi connotati e in cui vari «oggetti feticcio inviteranno i visitatori a porsi degli interrogativi», come spiega la curatrice Camilla Boemio. E già l’installazione centrale suonerà come un avvertimento: Africa is not a country! è, infatti, la grande scritta al neon che viene associata alle prime parole della Dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Ola-Dele Kuku, studi a Los Angeles, vive e lavora a Bruxelles, ha una posizione obliqua rispetto all’architettura. Non ama l’idea di «funzionalità» e preferisce introdursi in quel mestiere sfoderando una buona dose di esercizio critico. «L’architettura è una esperienza continua, un’evoluzione – afferma -. È anche un principio di pura identità. Gli egiziani facevano piramidi, i greci erigevano colonne, i romani disegnavano archi. Oggi, l’architettura finisce per essere un mero edificio, occupato da persone che vivono con stili e adattamenti diversi. Io la considero una forma di deterioramento. Manca l’aspetto spirituale, quella forza trainante che conduce a rappresentare l’ignoto, a catturare qualcosa di immateriale. L’economia domina e non c’è respiro per le arti. Forse le nostre società, confrontandosi con la nozione di conflitto, disastro e distruzione, riattiveranno alcune risposte».

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Teatro Dell’archivio, 1996 © Ola-Dele Kuku Projects / courtesy Philippe Laeremans Tribal Art Gallery, Bruxelles
Cosa ha voluto indicare nel titolo, insistendo su quella «capacità ridotta»?
Le aspirazioni degli individui si esprimono in termini di apprensione psicologica o di aspettativa rispetto ai desideri e alla loro realizzazione. Così l’analisi spazio-temporale della interrelazione tra persone e ambiente sociale può fornire una sintesi di geografie comportamentali, culturali, storiche e politiche. I limiti spaziali e temporali sono meccanismi che facilitano e frenano le imprese umane e si riflettono sulla comunità, soprattutto nella disposizione e manipolazione del territorio geografico.
Considera il conflitto un motore creativo, spiazzante?
È parte integrante della formazione ed evoluzione di un sistema sociale. Il conflitto è un dispositivo che istiga al cambiamento, evitando l’omologazione. È un fenomeno che si materializza sotto forma di vari «eventi vitali» – guerre, catastrofi naturali, emigrazioni, nascite e morti. Sono queste le «varianti» che preludono alle trasformazioni della società. Il conflitto è un processo di modificazione che stimola adattamenti e nuove condizioni di sviluppo. In genere, la sua ricomposizione è un obiettivo primario della progettazione sociale. Richiede l’abilità di anticipare gli eventi futuri, valutando le soluzioni e anche la capacità di un pensiero originale, in grado di ottenere soluzioni soddisfacenti.
Guerre, dislocamenti e calamità naturali stanno spostando i confini. Si creano così territori che manifestano uno sviluppo discontinuo e un governo non sostenibile. È un processo di transizione che genera inediti modelli demografici. In più, la concentrazione sproporzionata della popolazione in specifiche aree rende necessari elementi di controllo. Questi territori diventano piattaforme fondamentali per alcuni interventi innovativi, che però richiedono un approccio sistematico e costante nel tempo. I corsi per una ricostruzione post-conflitto dovrebbero entrare nelle istituzioni accademiche dove si studia l’architettura, il design, le arti applicate, la sociologia, la psicologia e la letteratura.
Con il padiglione della Nigeria per la prima volta alla Biennale c’è la possibilità di riscattare l’Africa dagli stereotipi e dalle letture neocoloniali. Concorda?
Parole come Londra, Parigi o Roma non avrebbero senso se non vi fosse alcun riferimento immaginabile, nessuna associazione. Così Parigi potrebbe essere la proiezione mentale della Torre Eiffel, Londra del Big Ben e Roma si può ispirare al Colosseo. Sono immagini che trasmettono una raffigurazione delle realizzazioni e le potenzialità delle persone. A loro volta, illustrano la sintesi di individuo-ambiente, la loro interdipendenza. Cotonou, Ouagadougou, Lome, Freetown, Accra, Yaoundé, Ijebu-Ode e altre grandi città africane devono ancora trovare le loro immagini simboliche, un’identità. Credo che l’ostacolo maggiore sia l’idea sbagliata che scaturisce da un’errata interpretazione della differenza tra cultura e tradizione. La tradizione è un concetto che si riferisce al passaggio di credenze da una generazione all’altra. La credenza dà fiducia a ciò che è sconosciuto e lo rende vero e reale, non ragiona su ciò che è buono o ideale, è opposta al cambiamento. Nelle società in evoluzione, le dinamiche culturali – muovendosi in parallelo alla sensazione ambigua e statica della tradizione – saranno sempre fonte di disorientamento e polemiche. Oggi non ha senso lottare per un’identità tradizionale: le società, attraversate da molteplici tendenze, sono in perenne metamorfosi. I mutamenti sono le uniche certezze. Il Cultural Mapping Project, in corso dal 2002, è stato pensato da me in collaborazione con L-Arn (Laboratorium – Academic Research Network) di Bruxelles e con The Creative Intelligence Association di Lagos, in Nigeria. È il risultato di intensi dibattiti accademici e dello studio di casi concreti, che indagavano la possibilità di rigenerare le città africane contemporanee.
Nella sua installazione, lei ha tenuto a specificare che «Africa is not a country»…
L’errore più comune è l’uso improprio che si fa della parola «Africa». Al momento, ci sono cinquantatré paesi in Africa, ognuno con una distinta identità culturale. Quindi, l’Africa non è un paese, ma un continente. Pertanto, i valori di ogni paese sono le strutture simboliche vitali che servono per costruire l’immagine di quel luogo stesso.
È importante la sua origine yoruba nelle pratiche artistiche?
«Yoruba» non riguarda solo le persone. È una religione, una filosofia e una struttura sociale. Il cosmo yoruba comprende la consapevolezza dei limiti temporali dell’essere, in altre parole invalida ogni valore assoluto. Filosofia e religione yoruba sono sopravvissute a quattrocento anni di schiavitù, sono ancora rilevanti in Brasile, Cuba, Haiti e in altre società che hanno avuto a che fare con la tratta degli schiavi provenienti da «Yorubaland».

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Ola-Dele Kuku
Lei vive a Bruxelles, città con un forte métissage culturale, divenuta adesso il crocevia della paura. Possono l’architettura o l’arte arginare la deriva securitaria e la tentazione dell’Europa di reinnalzare muri e barriere?
Non va dimenticato che il Belgio è stato il campo dove si sono svolte alcune delle più grandi battaglie della storia – da Napoleone a Hitler, da Waterloo a Dunkerque! Ora Bruxelles è la capitale dell’Unione europea. La mia domanda è: «Perché tutti scaricano i loro problemi in Belgio?». L’architettura dei muri e delle barriere ha una lunga storia in Europa – dal Vaticano a Buckingham Palace. Anche il giardino dell’Eden era recintato, Adamo e Eva furono espulsi. Proprio come il cuore è nascosto nel corpo, ciò che è prezioso richiede protezione. Il muro è uno dei mezzi più efficaci di separazione per reagire alla paura collettiva di una intrusione (naturale o antagonista), e sembra rivelarsi fondamentale durante la formazione di una società.

domenica 15 maggio 2016

Un gigante poco eversivo

Uscito in libreria lo stesso anno in cui E.T. è arrivato nei cinema, The Big Friendly Giant (Il grande gigante gentile, pubblicato in Italia da Salani, nel 1987) è uno dei grandi scritti di Roald Dahl, un dissacrante, buffissimo, ottovolante di giochi di parole, pieno di viaggi ai confini del mondo, grondante del sangue di bambini divorati da cannibali alti come montagne, fetido dei peti provocati da una bibita esilarante, con bolle che vanno a fondo invece di venire a galla, e in cui lo spirito combattivo di un’orfanella londinese e la mite saggezza di un gigante vegetariano seducono persino la regina d’Inghilterra.
Dopo Wes Anderson (Fantastic Mr. Fox), Tim Burton (Willi Wonka e la fabbrica di cioccolato), Henry Selig (James and the Giant Peach), e il presidente della giuria di Cannes 2016 George Miller (Le streghe), è Steven Spielberg a misurarsi con l’inesauribile fantasia dello scrittore inglese, di cui quest’anno si celebra il centenario. Il risultato, The BFG, presentato al festival fuori concorso, è un film molto bello da guardare ma meno dahliano, e ispirato, di quello che speravamo. Spielberg, e la sceneggiatrice di E.T. Melissa Mathison (scomparsa l’anno scorso, questo è l’ultimo copione che ha scritto), sciolgono il furioso ritmo impresso sulla pagina in una narrazione contemplativa, tranquilla, evitando di avventurarsi nei meandri più paurosi e dissacranti del libro di Dahl e riducendo (probabilmente giocoforza), lo sparring verbale tra il gigante e la bambina; ma rinunciano così a una buone dose di spessore emotivo e filosofico. Oltre che di humor.

Forse la qualità anarchica, dark, costruttivista e spesso distruttiva, dell’immaginario di Dahl lo rendono più idoneo alla malinconia perversa del cinema di Tim Burton e alla materia ossessiva di quello di Wes Anderson, che alla luccicanza di Spielberg, la cui magia, evidentemente, resiste l’idea di decostruire se stessa. Dopo tutto, anche se Spielberg lo ha prodotto, è stato Joe Dante a dirigere Gremlins, un film ispirato da creature mitiche, cattivissime, votate al sabotaggio e alla sovversione, a cui lo scrittore inglese aveva dedicato un altro dei suoi libri.
The BFG inizia nel cuore della notte. È – ci spiega Sophie (l’esordiente inglese Ruby Barnhill), che soffre d’insonnia – l’ora delle streghe. Non è una strega, però, quella che, infilando una mano enorme dalla finestra, strappa la bambina al letto dell’orfanotrofio dove abita, bensì un signore alto, una decina di metri e dotato di orecchie enormi e sensibili. Ancora avvinghiata alla trapunta, in cui era avvolta, Sophie vede scorrere davanti a sé, a grande velocità, mari e montagne, fino alla dimora del suo rapitore, che sono una caverna nel paese dei giganti. Nonostante l’armamentario di cucina e una breve permanenza in padella, la bimba scopre presto che il Grande Gigante Gentile (Mark Rylance, la spia sovietica di Il ponte delle spie, qui rielaborato con la magia dell’animazione motion capture), che la tiene prigioniera, non solo non ha intenzione di farle male: è vegetariano, condannato a nutrirsi di putridi cetrionzoli, bianco/verdi e pieni di vermi, che sono l’unica cosa che cresce lì intorno.
Purtroppo, la avvisa però il GGG, non sono vegetariani i suoi simili, che rumoreggiano fuori dalla porta – nove in tutto, con nomi evocativi come (nella traduzione italiana del libro) il ciuccia-budella, il trita-bimbo, il succhia-ossa, lo spella-fanciulle e il sanguinario. Molto più grandi e rozzi del GGG, questi cannibali X large, partono per regolari spedizioni notturne di caccia, durante le quali danno sfogo alla loro passione per carne giovane quindi tenerissima. Regolarmente schernito e brutalizzato dagli altri, anche il GGG ha un hobby: la raccolta dei sogni, di tutti gli umori e i colori possibili, che colleziona in centinaia di barattoli trasparenti nella sua caverna e che, con il favore delle tenebre, poi inietta nel sonno degli umani dormienti. Nella spedizione di Sophie e del GGG in cerca di sogni, Spielberg crea alcuni dei momenti visivamente più incantevoli e complessi del film, con giochi cromatici, di superfici traslucide e di sotto/sopra. Rylance dà al gigante una calma benevola, rassicurante, qualità completamente opposte a quelle che probabilmente gli avrebbe portato Robin Williams, l’attore che i produttori Kathleen Kennedy e Frank Marshall volevano quasi vent’anni fa, quando iniziato a sviluppare il progetto (Spielberg lo aveva già scritturato nel ruolo di Peter Pan).
Guardando The BFG, viene in mente anche la trasposizione di Bob Zemeckis del dickensiano A Christmas Carol, un capolavoro di motion capture animation a cui l’animazione e l’ideazione del gigante di questo film devono molto. Ma di cui qui manca l’energia eversiva portata a Scrooge da Jim Carrey.
[Giulia D'Agnolo Vallan]

domenica 1 maggio 2016

Chiara Saraceno: «Un reddito di base contro i ricatti del lavoro povero»


Chiara Saraceno, sociologa e autrice del libro «Il lavoro non basta» (Feltrinelli) ha raccontato di essere stata pagata con un voucher per una lezione.
«Credevo di essere un’eccezione, ma ho scoperto di non essere l’unica tra chi fa ricerca – afferma – Non ho certo il profilo di chi lavora con i voucher. Quando è successo ero già in pensione. Il voucher non è solo una forma leggera di lavoro nero, ma è anche una forma di elusione fiscale non voluta dal lavoratore. Legalmente il denaro guadagnato con i voucher è esente da tasse e quindi è conveniente. Il dramma è che questo strumento è diventato la nuova frontiera del lavoro, non solo a tempo, ma precarissimo. Non era stato pensato così all’epoca della riforma Biagi. Allora c’era la positiva intenzione di fare emergere il lavoro nero e assegnare un minimo di contributi ai lavoratori molto occasionali. Il caso classico è la studentessa che fa la baby sitter o chi fa il commesso fa il commesso nei negozi per poche ore. Oggi invece è diventato una forma per passare al nero al grigio. Al datore di lavoro può convenire pagare un po’ in voucher, un po’ in nero. Se in un cantiere c’è un incidente, può sempre dire che quel giorno l’incidentato lavorava con il voucher. Pensato per essere usato per picchi produttivi, questo buono viene usato per pagare normalmente”.
La tracciabilità dei voucher proposta dal governo contrasterà questo fenomeno?
Non credo. Con la tracciabilità si dovrà dichiarare in anticipo per chi e per quante ore è stato usato. Ma questo non esclude che poi ci sia il nero: che si dichiari cioè di avere pagato con voucher per duemila euro per un tot di numero di ore. Il lavoratore potrà essere costretto a lavorarne altrettanto in nero. È importante che si facciano più controlli. Il sindacato dovrebbe essere molto più attento. I voucheristi sono molto ricattabili. Se denunciano, nessuno li riassume.
Il voucher inaugura una nuova epoca del precariato?
La diffusione abnorme di questa forma di pagamento tutto sommato marginale è dovuta alla capacità dei datori di lavoro di sfruttare ogni possibilità dei contratti per fregare i lavoratori. Non vale per tutti naturalmente. Accadde lo stesso con i cocopro. Il progetto in questione è diventato il fine, e non la causa, per fare questi contratti. Risultato: esistono persone che hanno lavorato con un cocopro per anni. Soprattutto per lo Stato italiano. Oppure nei consultori dove si può avere lo psicologo solo se ci si inventa un progetto. Questo progetto serve a giustificare un lavoro di routine.
È passato del tempo dalla riforma dei contratti a termine, un aspetto non molto citato del Jobs Act. Qual è il bilancio?
È assolutamente contraddittorio rispetto al contratto a tutele crescenti. Un lavoratore può essere contrattualizzato a termine e rinnovato fino a cinque volte. Resterà sempre precario con il terrore che non sia rinnovato. Se è fortunato può avere un contratto a tutele crescenti dove continuerà a essere precario. Questo diventa un periodo di prova allungato smisuratamente fino a otto anni. Il lavoro diventa una corsa ad ostacoli, senza contare che è molto più facile licenziare oggi.
La maggioranza dell’occupazione prodotta è data dal rinnovo dei contratti e riguarda gli over 50. Come si spiega questo andamento?
Da anni tutti gli interventi sul lavoro insistono sul lato dell’offerta per rendere i lavoratori più flessibili e meno costosi. In italia abbiamo il problema opposto: quello della domanda di lavoro e imprese non competitive che non sono in grado di stare sul mercato internazionale e non investono su quello nazionale. I governi potranno tagliare il costo della forza-lavoro perché un’impresa assuma. Ma se non c’è una vera ripresa e le imprese non diventano più efficienti, questo non avverrà.
La politica del governo Renzi va in questa direzione?
Assolutamente no, Sostengono che dipende dal mercato e che la politica non c’entra nulla. Hanno erogato miliardi di incentivi alle imprese a fondo perduto, senza chiedere una contropartita in nuova occupazione.