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mercoledì 6 gennaio 2016

La ricca casa di fronte, Joseph Roth

Al tempo in cui ho vissuto quanto sto per raccontare non ero né povero né ricco. Non mi andava così male da essere roso da quell'invidia, alla vista di ricche case e persone, che può essere definita il conforto dei poveri, ma d'altra parte non mi andava così bene da poter  restare indifferente alla vista della ricchezza. Mi trovavo piuttosto in quella situazione in cui si cerca volontariamente la vicinanza della ricchezza, in una sorta di segreta speranza, accuratamente nascosta a se stessi, che un giorno, o magari presto, avrei potuto accedervi io stesso. Mi trovavo in una condizione in cui pensavo di non poter più sopportare un ambiente povero, un quartier miserevole e i vicoli angusti e sporchi. Decisi dunque di trasferirmi in una zona il cui nome già di per sé era pieno di splendore quanto il potere dei suoi abitanti. Ogniqualvolta questo nome veniva pronunciato o letto non sembrava contrassegnare un solo quartiere, bensì un intero regno sconosciuto e lontano in cui era impossibile trovare un povero bisognoso. Ci si dimentica che anche in quel quartiere dovevano viverci impiegati, custodi e tutto un popolo a servizio, piccoli bottegai e artigiani. Il nome del quartiere nascondeva la miseria dei poveri, e se talvolta mi fosse capitato di incontrarne uno, non mi sarebbe mai passato per la testa che potesse abitare lì dove grandi direttori di giornali, banchieri e costruttori avevano le loro magnifiche case.
   Trovai un piccolo hotel che si distingueva da tutti gli altri in cui avevo abitato per il solo fatto che si trovava in un quartiere ricco. I miei vicine erano dei ricchi decaduti che non volevano rinunciare alla vicinanza del denaro, perché credevano evidentemente che per tornarne in possesso servisse loro, al momento opportuno, minor tempo e meno strada. In modo analogo un cane che viene scacciato da una stanza resta comunquw nei pressi della porta dalla quale ha dovuto andarsene.
   Di fronte alla mia piccola ed angusta finestra c'era una casa grande ed imponente.Il portone scuro era chiuso e aveva nel mezzo un pomello dorato che catturava la luce del sole, la potenziava e la rifletteva così che il pomello stesso sembrava non essere affatto lì per sostituire una maniglia, bensì con la funzione di un riflettore la cui luce si gettava direttamente su di me nella mia finestra: in questo modo, attraverso la sua cortese mediazione, facevo per così dire, la conoscenza del sole, che trascurava altrimenti il mio hotel dedicandosi completamente alla ricca casa di fronte.
   Alle finestre della casa pendevano tutto il giorno delle discrete veneziane. Talvolta passavo due ore o anche di più a sorvegliare il grande portone giallo-bruno nella speranza di poter notare qualcuno che entrava o usciva. Mi sembrava di assoluta importanza conoscere i miei ricchi vicini, poiché non potevo per tutto il giorno o giorno dopo giorno contemplare un segreto che avevo davanti agli occhi o che sembrava fatto apposta per mettermi inquietudine. Ma il portone non si apriva.
   Una notte me ne andai a dormire. La mattina dopo mi svegliai a causa di un rumore allegro e operoso: guardai fuori dalla finestra; la casa di fronte aveva aperto tutte le finestre e anche il portone. Uomini in livrea e donne in grembiule bianco pulivano mobili e vetri, sbattevano tappeti, arieggiavano cuscini, strofinavano i bastoni di ottone e lucidavano di cera le assi del pavimento. Guardai le finestre, alte e grandi come portali, immaginavo la silenziosa profondità delle ricche e ampie camere, il tranquillo e raffinato splendore degli oggetti preziosi, credevo persino di avvertire ilo profumo del legno che proveniva dai mobili, e sentivo una cameriera cantare con zelo una vecchia canzonetta che risuonava come un duro oggetto di metallo.

   Un'ora dopo finestre e portoni furono richiusi e la casa rimase deserta. I domestici dovevano essere usciti da una porta posta sul retro, riservata appositamente a loro. Le veneziane pendevano davanti alle finestre discrete ed altere.
   Ogni mattina si ripetè la stessa scena. Per ben due mesi. Passò l'inverno. Il sole bruciava sempre più radioso e caldo sul pomello del portone, tanto che verso mezzogiorno pareva sciogliersi e già credevo di udirlo cadere giù sul selciato in gocce sonore, come la ceralacca su una lettera. Ma il portone restava chiuso.
   Domandai alla mia locandiera. Di fronte, mi disse, abita un vecchio signore che viene ogni anno per due mesi. Presto dovrebbe essere qui.
   Un giorno arrivò. Entrò lntamente, a bordo di una grande macchina nera, dentro il portone spalancato. Nel pomeriggio apparve sul balcome. Si appoggiava ad un bastone e un alano lo accompagnava lento, come se compiesse un cerimoniale. Indossava un panciotto bianco e una giacca scura, e il suo volto era gentile, scarno grigio e senza barba; il naso era affilato e aspro come il contorno di un'arma bizzarra. I suoi occhi erano grigi, stretti e guardavano direttamente verso di me senza farsi notare. Era come se quegli occhi non dovessero  trasmettere alla coscienza del vecchio le immagini del mondo esterno, bensì come se sviluppassero delle immagini che avevano conservato intimamente sulla loro stessa retina. Ogni pomeriggio il vecchio compariva sul balcone. Un servitore gli portava un cappello. Il vecchio se ne stava lì e guardava verso di me.
   Un giorno, era passata circa una settimana dal suo arrivo, salutai il vecchio signore. Lui ricambiò, esitante ma in modo chiaro. Ci guardammo l'un l'altro. Prima di lasciare il balcone mi fece un cenno col capo, frettoloso: E ogni giorno, per sette giorni, si ripetè la stessa scena. Circa dieci giorni dopo il vecchio morì. All'improvvido, durante la notte. Me lo raccontò la mia locandiera. Nella strada silenziosa la gente umile parlava della morte del vecchio: un ciabattino, un carboniao e i portieri. Io guardavo il funerale  dalla finestra; per un momento meditai se non dovessi andare anche io al cimitero. Ma la solenne magnificenza dei familiari in lutto, fieri e distaccati mi inimorì. La casa restò chiusa e silenziosa. Pensavo alla crudeltà del vecchio - che era ritornato a casa così freddo e quasi inumano prchè la morte già lo aspettava, e che probabilmente aveva vissuto senza amoreed era stato solo un amministratore  della sua ricchezza - quando il famoso notaio M., di cui conoscevo il nome, si fece annunciare presso di me. Il notaio mi consegnò una letterae disse che era delmiop vicino, il cui testamento era stato aperto il giorno prima. Nel testamento il vecchio aveva stabilito che il notaio mi avrebbe dovuto consegnare la lettera personalmente. "Uno dei suoi capricci!" disse il notaio, e se ne andò.
   La lettera diceva così:

"Egregio Signore,
come può vedere, sono riuscito a sapere il suo nome: Perchè?
Perchè mi sono affezzionato a lei. Lei è l'unica persona che
avrebbe potuto essere mia amica, perchè ha mantenuto le
distanze sebbene le fossi simpatico, e il silenzio, nonostante
fosse curioso. Lascio in eredità soltanto debiti, altrimenti lei
sarebbe il mio erede. Conservi di un piacevole ricordo.
                                                                                                                      Il suo I.B.

Il giorno dopo traslocai in un altro vicolo.

venerdì 1 gennaio 2016

Combaciarsi a Natale, Paola Mastrocola

Vorrei condividere alcuni stralci significativi di un articolo comparso domenica 27 sul "il Sole 24 Ore" di Paola Mastrocola:

"Nei giorni prima di Natale ho sentito schiere di genitori  raccontare che si accingevano a regalare la Play 4 ai loro bambini, che non c'era niente da fare, perchè a Babbo Natale avevano chiesto solo quel dono, e quindi pazienza se costava caro, ci si piegava.
   Non so nulla della Play 4, ma avrei tre domande: perchè i bambini chiedono tutti lo stesso regalo? Considerato che possiedono già la Play 3, cosa pensano che la Play 4 possa mai aggiungere di così strabiliante nella loro vita? E perchè i genitori gliela comprano anche se non vorrebbero?
   Bisognerebbe che ci prodigassimo ad esaudire i sogni, non le richieste commerciali. E bisognerebbe saper riconoscere, nel proprio figlio, il volto artefatto del mini-consumatore  che è diventato, e ritrovare il volto del bambino che per fortuna è ancora, e che giocherebbe volentieri a palla, a birilli, ai cubi di legno, o anche a niente, se solo fosse libero di farlo, se non fosse ingozzato di pubblicità e intriso del nostro collettivo conformismo competitivo, per cui se tutti hanno l'iPhone compriamo tutti l'iPhone.
   Se i nostri figli fossero liberi, già...Se noi fossimo liberi!
LIBRI COME FRECCE DI EROS
Dovremo regalare solo libri ai ragazzi.
   Non so quanti ne abbiano trovati sotto l'albero, spero almeno due o tre. Ma credo che dovremmo regalargliene di continuo, non solo a Natale o al compleanno: uno ogni tanto, a scadenza regolare, durante tutto l'anno e per tutta la vita.
   I libri in realtà non dovrebbero essere nemmeno regalati. Non si dovrebbe impacchettarli nè coprirgli il prezzo: sono necessari come il cibo, quindi andrebbero solo semplicemente distribuiti.
   Ci vorrebbe qualcuno che si occupasse, quasi per mestiere, di rifornire regolarmente di libri un ragazzo. Un genitore, uno zio, un amico, un maestro, un libraio. Qualcuno che, insomma, si prenda cura dell'anima che cresce, soprattutto durante l'infanzia e l'adolescenza, quando credo che l'anima cresca con una velocità diversa: cambiamo di continuo quando siamo giovani, abbiamo pensieri e paure e sogni perennemente in evoluzione. Per questo ci vorrebbe un libro per ogni fase, e bisognerebbe non sbagliare libro. O meglio, non sbagliare il tempo.
   Questo mi è sempre sembrato un punto fondamentale: non tutti i libri vanno bene in un certo momento della vita: possono essereanche grandi capolavori, ma se non ci parlano, non valgono per noi. Il libro è giusto, ma il momento no: magari ci parlerà più avanti, fra un anno, o fra dieci. O non ci parlerà mai,..........
   Per questo non è facile regalare un libro. E non si può fare come con gli altri regali, entrare nel negozio e prendere il primo che capita come se fosse una saponetta, e neanche farsi semplicemnte consigliare dal libraio o scegliere il libro più venduto del momento. Intanto bisogna conoscere bene il ragazzo a cui si vuol regalare il libro, e possibilmente sapere in che fase della vita si trova........Infine l'impresa più difficile: capire se quel libro si adatta alla fase in cui è il ragazzo: se ci può essere incontro. Se libro e ragazzo combaciano.
   Certo, possiamo sbagliare. Ma se facciamo giusto, non avremo regalato un libro, ma molto di più: avremo fatto in modo che una persona e una storia si trovino al momento giusto.  Che cosa poi nasca da lì non ci è dato sapere. Noi siamo solo i donatori ignari, i procuratori inconsapevoli di scintille. Un pò come faceva Eros con le sue frecce d'oro: ne lanciava una a un tale, e poi se ne tornava a fare le sue cose, ignorando cosa ne sarebbe stato di lui, con quale amore di colpo si sarebbe trovato a fare i conti nella vita.
   Regalare un liubro è diventare Eros.
COMBACIARE
Combaciare... E' un verbo bellissimo, lo usiamo troppo poco. E' legato a certe attività che implicano precisione: per esempio quando i due lati di un qualche oggetto devono combaciare perchè funzioni. Lo usava molto mia madre, che faceva la sarta: quando tagliava un vestito, poi i vari pezzi dovevano combaciare perfettamente per potrli cucire insieme.
   Vuole anche dire corrispondere, intonarsi.
Una persona per esempio ci corrisponde quando sentiamo che c'è sintonia con lei. E un vestito s'intona alla serata. O un colore si intona al nostro incarnato. Sono tutti verbi che segnalano un incontro riuscito: sono indicatori di armonia, di momenti privilegiati della vita in cui le cose vanno insieme, collaborano, non fanno attrito.
   E' bello che anche i libri combacino con quel che siamo, che ci corrispondano come un amico, che s'intonino a noi. Come un vestito.
ACCOMPAGNARE
Una volta regalato un libro a un ragazzo, però, bisognerebbe accompagnarlo, non lasciarlo solo davanti al suo libro. Perchè può darsi che non lo apra nemmeno, oppure che cominci volontariamente a leggerne qualche pagina ma poi si stufi subito, e dica che è noioso o che non ci capisce niente. Quando i ragazzi dicono così, non è mai così. Vuol solo dire che non hanno trovato la chiave per entrare nel libro, e quindi sono rimastoi fuori, al freddo. E' bruttissimo quando non abbiamo la chiave, o perchè l'abbiamo dimeticata o perchè non ce l'hanno mai data.
   Se non ci danno la chiave, quella non sarà mai casa nostra, ci sentiremo sempre stranieri. I ragazzi si sentono stranieri davanti ad un libro, oggi......
   Lo so che una volta non c'era bisogno, noi leggevamo e basta, non era necessario che ci accompagnassero. Ma ora non può più essere così, perchè siamo tutti occupati in altro, non c'è l'abitudine a leggere e quindi, quando non c'è l'abitudine, tocca ricominciare a imparare.
   Accompagnare un ragazzo dentro un libro vuol dire leggergli qualche paagina ad alta voce. E fermarsi sulle parole. Ancor meglio, direi "fermare" le parole: non lasciarle scivolare via. accompagnare con calma anche loro.........
   Insomma, quando regaliamo un libro ad un ragazzino dovremo anche prevedere di regalargli un pò del nostro tempo, sederci vicino a lui e leggergliene qualche pezzo. Poi chiudere, salutare e, a quel punto, fidarsi ciecamente del libro. Se le avremo accompagnate per un breve tratto, le parole poi scorreranno da sole. Lente, profonde. Come un fiume. E quel ragazzo, di sicuro se lo porteranno via.
AUGURI DI LIBERTA' 
Vorrei che potessimo continuare a cantare quel che ci piace, negli anni a venire, i Beatles, Umberto Tozzi o i canti di Natale. Vorrei che ci fosse data questa libertà. Ma penso che innanzi tutto siamo noi a dovercela prendere.
   ....Lo dico in altro modo: se siamo così pronti a dismettere i  nostri canti per una fraintesa idea di accoglienza, forse può voler dire che non ci crediamo più così tanto, che li cantiamo solo per effetto decorativo.
   Mi piacerebbe anche, allo stesso modo che non "depurassimo" i nostri capolavori di quei passi o di quelle immagini che di colpo adesso, temiamo possano offendere o urtare chi appartiene ad un'altra civiltà. Si tratta delle grandi opere dell'arte e della letteratura che hanno fatto la nostra tradizione, e che per secoli ci sono piaciute tanto;...
E poi la grande arte non offende mai. E soprattutto ha una sua sostanza atemporale, che va lasciata intatta. Nessuna nuova idea o tendenza modaiola ha il diritto di fare un tale scempio dei capolavori del passato (che sono un patrimonio dell'umanità), tanto meno le idee conformiste dei novelli benpensanti, palidini del politicamente corretto imperante. Sono idee per forza di cose anguste, limitate. La libertà è molto più vasta.
   Siamo esseri liberi, vorrei che accettassimo  questa nostra condizione fortunata fino in fondo; lo so che è un peso notevole, come diceva Eric Fromm nel suo "Fuga dalla libertà" ma è un peso che sarebbe bello portare con serenità, e anche con un pò di orgoglio.
Questo il mio augurio per l'anno nuovo.

mercoledì 23 dicembre 2015

Avviso ai naviganti, E. Annie Proulx



Con il viso coperto dai foruncoli  e le viscere bombardate dai gas e dai crampi, Quoyle era sopravvissuto all’infanzia. All’università statale, con la mano sul mento, aveva camuffato la propria sofferenza con sorrisi e silenzi. Aveva attraversato a stento i primi vent’anni  e si era inoltrato nei trenta imparando a separare i sentimenti dalla vita, senza fare affidamento su nulla.  Aveva un appetito prodigioso, adorava il prosciutto e le patate al burro.
I suoi mestieri: fornitore di dolciumi per distributori automatici, commesso notturno in un negozio di generi alimentari, cronista di terz’ordine. A trentasei anni, orbato e traboccante di dolore e di amore frustrato, Quoyle aveva virato verso Terranova, l’isola che aveva generato i suoi antenati, un luogo che non aveva mai visitato, né mai aveva pensato di visitare.
Un luogo d’acqua. E Quoyle temeva l’acqua: Non sapeva nuotare. Più di una volta suo padre aveva mollato la presa per lasciarlo cadere in stagni, torrenti e laghi, oppure tra i flutti. Quoyle conosceva il sapore dell’acqua torbida e dell’elodea.
A partire da quel primo insuccesso nel mantenersi a galla, il padre vide sbocciare nel figlio minore  tutta una serie di insuccessi, come in un’esplosione di cellule virulente: l’insuccesso nel parlare in modo chiaro, nel tenere le spalle ritte. Nell’alzarsi la mattina. Un insuccesso nell’atteggiamento, nelle ambizioni e nelle capacità. Un insuccesso totale. In breve, il proprio insuccesso.
 Quoyle si trascinava, di un palmo più alto rispetto agli altri bambini. Era fiacco. Lo sapeva bene. «Grande grosso e rammollito», gli diceva il padre , pur non essendo lui stesso un pigmeo. E suo fratello Dick,  il cocco di papà, fingeva di vomitare ogni volta che Quoyle entrava nella stanza. «Faccia di lardo, moccioso, bomba puzzolente, maiale schifoso, lanciascorregge, cinghiale verrucoso, palla di grasso», gli sibilava, e lo riempiva di pugni e calci, finché Quoyle non si raggomitolava piagnucolando sul linoleum, con la testa fra le mani. Tutto dipendeva dal principale insuccesso di Quoyle, quello di non avere un aspetto normale.
Il suo corpo era un polpettone enorme e flaccido. A sei anni pesava trentasei chili. A sedici era sepolto da una corazza di carne: la testa a forma di melone, niente collo, i capelli rossicci mandati all’indietro. I lineamenti ravvicinati come le dita di una mano unite per lanciare un bacio. Gli occhi color plastica. Un mento mostruoso, una specie di mensola che gli sporgeva dalla parte inferiore del viso.”

Come non si può dall’inizio del romanzo non provare una simpatia travolgente per Quoyle. Un uomo che non è stato molto fortunato a partire dalla sua famiglia che lo ha sempre considerato un “insuccesso” quando riesce a farsene una di sua,  sposa Petal che la sera stessa che lo conosce esordisce dicendo: «Allora che ne dici? Mi vuoi sposare vero? » «Si» rispose lui serio.  Gettandosi in un amore doloroso.
Petal di giorno vendeva antifurti e di notte si trasformava in una creatura che non riusciva a star lontana dalle stanze da letto degli sconosciuti, che doveva possederli a tutti i costi. La loro vita in comune fu piuttosto sofferta. L’unica felicità di Quoyle furono le sue bambine Bunny di sei anni e Sunshine di quattro e mezzo capelli rossi e lentiggini come lui.
A trentasei anni la sua vita cambia quando: prima i genitori ammalati uno di cancro al fegato e l’altra di tumore alla testa decidono di ingoiare spontaneamente dei barbiturici per togliersi di mezzo e poi la moglie morta in un incidente stradale, decide con l’unico parente rimasto, zia Agnis , di trasferirsi a Terranova.
Da questo momento il romanzo diventa più interessante c’è la descrizione della vita dura della gente di Terranova, pescatori, marinai,  cacciatori di foche; un luogo con un tempo supera ogni immaginazione.
Quando arrivano sull’isola l’idea della zia era quella andare a stabilirsi nella vecchia casa di famiglia che rimasta chiusa per cinquant’anni era oramai in condizioni precarie e necessitava di numerosi interventi
La costruzione si ergeva desolata sulla roccia. L’unica particolarità era una grande finestra fiancheggiata da due finestre più piccole, come un adulto che abbraccia due bambini per proteggerli. Sulla porta, una lunetta a ventaglio. Quoyle  notò che metà delle finestre non avevano vetri: la vernice sul legno era scrostata. Il tetto pieno di buchi. E la baia continuava a muoversi agitata.
La casa era stata trasportata dagli avi dall’ultimo villaggio dal quale erano stati scacciati e legata con dei grossi cavi a una serie di anelli fissati nella roccia.
Poco dopo il suo arrivo va alla sede del giornale per il quale dovrà lavorare il “Gammy Bird”. Il giornale era un tabloid di quarantaquattro pagine, stampato su carta sottile. Sei colonne, titoli modesti – corpo trentasei era considerato sensazionale – il carattere era un sans serif robusto ma inconsueto. Pochissime notizie e un  numero incredibile di inserzioni pubblicitarie.
Come primo incarico al giornale Quoyle dovette  occuparsi di incidenti stradali e del bollettino marittimo: le navi in arrivo e in partenza nel porto­. Ma questo lo getta nello sconforto perché il direttore è mezzo matto, non conosce ancora la zona e deve occuparsi degli incidenti stradali, ma non può occuparsene perché gli fanno venire in mente quello che è successo alla sua defunta ex moglie.
Con la zia decideranno di sistemare la vecchia casa, Quoyle di sua iniziativa prenderà una barca che si dimostra essere una bagnarola, inizierà a stringere amicizia con le famiglie del posto Denis e Beety, crescerà lentamente un dolce affetto per la riservata Wavey.
A contatto con la gente del posto Quoyle riuscirà a dimostrare, per la prima volta quello che vale.
Fa da sfondo alla narrazione il clima di Terranova: il mare, la distesa di ghiaccio, la neve, le  tempeste e il vento impetuoso.
Il libro ha la particolarità che all'inizio di ogni capitolo e raffigurato un nodo con la sua descrizione e come precisa l'autrice senza l'ispirazione fornitale da Clifford W. Ashley con la splendida opera  del 1944, "Il libro dei nodi" questo romanzo sarebbe rimasto solo il filo di un'idea.

martedì 15 dicembre 2015

Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, Luis Sepùlveda

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"Ho sempre sostenuto che gran parte della mia vocazione di scrittore nasce dal fatto di avere avuto nonni che raccontavano storie, e nel lontano sud del Cile, in una regione chiamata Araucania o Wallmapu, ho avuto un prozio, Ignacio Kallfukurà, mapuche, che al tramonto raccontava mapuv
che storie nella sua lingua, il mapudungun."
Durante la lettura di questo breve racconto si trovano molte parole in  mapudungun e alla fine del libro c'è un glossario completo.
La storia accompagnata da illustrazioni di Simona Maluzzani narra una profonda amicizia tra un cane e un bambino della popolazione dei "mapuche" la Gente della Terra.
E' il cane, un cane lupo per la precisione, di nome Aufman la voce narrante che parla dei suoi amici mapuche che lo hanno accolto nella loro comunità,  del rispetto che ha questo popolo per la natura e tutte le sue creature, del profondo legame con il bambino Aukaman da cui lo hanno separato ma che riuscirà a ritrovare.
Il titolo può trarre in inganno perchè in realtà è la storia di una profonda amicizia.

lunedì 14 dicembre 2015

Hanukkah



Hanukkah non è il Natale Ebraico
Festività di Chanuccà 5776 (7-14 dicembre 2015) inizia al tramonto di Domenica, 6 dicembre alle ore 16.00 e termina il Lunedi, 14 dicembre

Comunità ebraiche negli Stati Uniti celebrano il primo giorno di Hanukkah il giorno 25 del mese di Kislev nel calendario ebraico. Il periodo di Hanukkah dura otto giorni e si celebra dal 25 giorno di Kislev al secondo giorno di Tevet. La prima notte di Hanukkah (o Chanukah) inizia con benedizioni speciali al tramonto il giorno prima del 25 di Kislev. Molti ebrei luce la menorah, noto anche come il hanukiah (o chanukkiyah), che è un tipo di candelabro.
Molti americani di fede ebraica mangiano anche cibi fritti in olio d'oliva, come torte di patate, e diversi tipi di pane fritti. Piatti Hanukkah comprendono sufganiot (ciambelle Hanukkah), frittelle di patate (frittelle), mandelbrot (questo può essere affettato come un pane duro), e rugelach (pasticceria con ripieni diversi). Il primo giorno di Hanukkah è l'inizio di un periodo celebrativo in cui viene utilizzato un giocattolo quadrilatera chiamato dreidel per giochi. La prima notte di Hanukkah è anche una notte in cui la gente canta canzoni tradizionali per celebrare Hanukkah. Gift-giving è popolare anche in questo periodo dell'anno.
Si commemora la vittoria degli antichi israeliti sopra l'esercito greco siriano, e la conseguente miracolo di ripristinare la menorah nel Santo Tempio di Gerusalemme.
Il miracolo di Hanukkah è che solo una fiala di olio è stato trovato con solo olio sufficiente per un giorno, ma durò per otto giorni interi.

 

Come festeggiate Hanukkah?

Si celebra Hanukkah a casa, illuminata  dalla menorah (ogni sera si accende una candela oltre al numero dalla notte precedente), giocando a dreidel, e mangiando speciali cibi unici a Hanukkah. Alcune persone anche cantano canzoni Hanukkah o si scambiano doni dopo l'accensione del menorah.  

Quali sono i cibi  Hanukkah

Molti alimenti Hanukkah sono fritti in olio, che simboleggia l'olio dalla menorah utilizzato nel tempio. Questi includono latkes, o frittelle di patate, e ciambelle gelatina. Molti anche fare i delicatezza sefarditi bimuelos e utilizzare, naturalmente, succo di mela come condimento.