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venerdì 17 aprile 2015

La mano di Fatima, Ildefonso Falcones




Alcuni anni fa ho fatto un bel viaggio in Andalusia, questo romanzo mi ha invogliato a ripercorrere quei luoghi ricchi di storia.
La Mano di Fatima, per i musulmani, anche nota come Khamsa (in arabo: ﺧﻤﺴـة, ossia il numero "cinque"), è un amuleto caratteristico delle religioni ebraica, musulmana e dei cristiani d'oriente che hanno traslato la figura di Miriam con quella della Vergine Maria, molto diffuso nel Medio Oriente e nell'Africa settentrionale.
Per gli ebrei si tratta della mano di Miriam, sorella di Mosè ed Aronne. Cinque (hamesh in ebraico) rappresenta i cinque libri della Torah. Simboleggia anche la quinta lettera dell'alfabeto He, che rappresenta uno dei nomi di Dio.
Presso i musulmani la Mano di Miriam venne poi applicata alla tradizione secondo la quale Fatima, figlia del profeta Maometto, mentre preparava la cena, avrebbe assistito al ritorno del marito con una concubina; ingelosita da ciò, per errore mise la propria mano nell'acqua bollente, senza tuttavia avvertire dolore. Per i credenti musulmani rappresenta dunque il simbolo della serietà e dell'autocontrollo.
Da un punto di vista antropologico-religioso, la mano è collegabile alle basi stesse del credo islamico: le cinque dita della mano ricordano infatti i cinque pilastri dell'Islam della fede. Per l'Islam popolare, la Mano rappresenta tuttavia più che altro un rimedio infallibile contro il malocchio e gli influssi negativi in genere. D'altro canto come dimostrano molti ritrovamenti archeologici nell'area mesopotamica, questo particolare amuleto non nasce con le religioni abramitiche ma sembra essere collegato a religioni estremamente precedenti, come i culti di Inanna e Ishtar.
Sono arrivata ad un terzo del libro, che è di circa 900 pagina, ma se devo essere sincera non riesco a entrare nel vivo del racconto. I fatti narrati dal punto di vista storico sono molto dettagliati e descrivono la ribellione dei moriscos nel 1568 contro i cristiani che li hanno costretti alla conversione. Trovo molto pesante la descrizione degli atti di violenza dei cristiani nei confronti dei moriscos e viceversa.
Il personaggio principale del racconto è Hernando, un ragazzo di quattordici anni dai capelli castano scuro, ma con la pelle molto più chiara rispetto a quella olivastra dei suoi simili. I lineamenti ricordavano quelli degli altri moriscos dalle ciglia folte, ma sotto di esse spiccavano due grandi occhi azzurri. Al villaggio lo insultavano chiamandolo "il Nazareno" perché sua madre all'età di quindici anni venne violentata dal prete del villaggio. Brahim il suo patrigno di professione mulattiere non perde occasione per maltrattarlo, la madre Aisha solo quando non è presente il marito può abbandonarsi a gesti affettuosi con l'amato figlio.
In più di una occasione Hernando si dimostra un ragazzo generoso e coraggioso. Quando giunse la voce che la rivolta era iniziata era ormai la vigilia di Natale del 1568. Le donne recuperarono i veli e gli sgargianti vestiti di seta, lino o lana, ricamati in oro o argento, e uscirono in strada con le mani e i piedi tatuati con l’hennè, indossando indumenti molti diversi da quelli cristiani. Alcune con casacche che arrivavano alla vita, altre con lunghe tuniche che terminavano a punta; sotto, vesti ricamate; indossavano brache alla turca fino ai polpacci e calze spesse e increspate fino alle cosce, strette dalle caviglie alle ginocchia, dove si univano ai calzoni. Portavano zoccoli con cinghie di cuoio o pantofole. Tutto il villaggio era una esplosione di colori: verde, azzurro, giallo…Ovunque c’erano donne agghindate, ma sempre e senza eccezione a capo coperto: alcune nascondevano solo i capelli, la maggioranza tutto il viso.
A Juviles i moriscos cantavano e ballavano le famiglie cristiane catturate vennero confinate  in chiesa, sotto la tutela di Hamid che aveva il compito di farli abiurare e convertire all’Islam. E’ lo stesso Hamid che salva la vita di Hernando quando viene trovato in chiesa ad aiutare il sacrestano per la messa di mezzanotte.
Il sacrestano Andrès l’aveva trattato meglio che il suo patrigno;  aveva preso in simpatia Hernando e gli aveva insegnato a leggere, scrivere e fare di conto e si era dedicato alla sua istruzione più che a quella degli altri ragazzi del villaggio e si faceva aiutare in chiesa, ma anche Hamid il faqih la sera lo accoglieva nella sua umile dimora e gli insegnava la preghiera e la dottrina musulmana. Quando i moriscos irrompono in chiesa e lo trovano con il sacrestano lo voglio fare prigioniero ma interviene Hamid che gli fa recitare la professione di fede, salvandolo da una fine tragica.
L’opportunità di aver ricevuto sia gli insegnamenti cristiani che quelli musulmani lo inducono in più occasioni a difendere e proteggere dei cristiani. Lo fa quando incontra i due fratellini Gonzalico e Isabel. Gonzalico morirà ma prima di essere barbaramente ucciso durante la notte Hernando gli terrà la mano convincendolo a convertirsi per avere salva la vita.
Il 24 dicembre del 1568 fu nominato re di Granada e Cordova Fernando di Vàlor che i cristiani trasformarono in Aben Humeya un giovane di ventidue anni.
Le scaramucce tra musulmani e cristiani continuano con alterne vittorie ed Hernando è costretto a fuggire e rifugiarsi sulle montagne con gli uomini armati ed il bottino lasciando la madre con i fratelli al paese assieme ad altri musulmani terrorizzati dall’arrivo dell’esercito cristiano.
Hernando giunto tra i monti sente parlottare degli uomini e capisce che la madre in paese è in serio pericolo così torna indietro e arrivato in paese in mezzo al buio cerca di individuare in mezzo alla confusione e alle urla il viso della madre, riesce a fatica a trovarla e assieme ai fratelli a condurla lontano ma si accorge che c’è stato uno scambio hanno tratto in salvo una ragazzina che non è sua sorellastra ma una certa Fatima con il suo bambino.
Hernando riesce, per le sue abilità nel condurre la carovana la carovana di mule con il bottino confiscato ai cristiani e per il suo coraggio a ottenere la stima del re che lo vuole accanto a se in più occasioni.






 

mercoledì 15 aprile 2015

Numero Zero, Umberto Eco

 
racconto che si legge piacevolmente magari seduti in una sala d'aspetto aspettando un medico in ritardo!!!!
La storia è molto semplice è raccontata in prima persona da un certo Colonna che si definisce un perdente uomo che ha cinquant'anni non si è laureato perché conosceva il tedesco, si iscrive all'università ma non conclude gli studi e per campare ha fatto il tutore di un ragazzo tedesco, ha scritto sui quotidiani locali, ha corretto bozze per almeno tre case editrici, leggeva manoscritti per editori. "Intanto sognavo quello che sognano tutti i perdenti, di scrivere un giorno un libro che mi avrebbe dato gloria e ricchezza".
Colonna viene contattato da Simei che lo incarica di scrivere un libro: "Le memorie di un giornalista, il racconto di un anno di lavoro per preparare un quotidiano che non sarà mai uscito. D'altra parte il titolo del giornale dovrebbe essere Domani, sembra un motto pei i nostri governi, se ne riparla domani."
Da questo punto in poi inizio a rendermi conto che il racconto sta prendendo la conformazione di un fanta-giallo.
I collaboratori di Colonna saranno sei giornalisti con esperienze diverse: Maia, l'unica donna, che ha collaborato per una rivista di gossip; Romano Braggadocio, specializzato in rivelazioni scandalose; Cambria, aveva passato le notti nelle astanterie o nei commissariati per beccare la notizia fresca; Lucidi che ispirava sfiducia al primo sguardo e aveva collaborato a pubblicazioni che nessuno aveva mai sentito nominare; Palatino veniva da una lunga carriera in settimanali di giochi ed enigmistica varia; Costanza aveva lavorato come proto in alcuni giornali. Questi sei personaggi non sanno che collaboreranno ad un giornale che non verrà mai pubblicato, l'unica a saperlo sarà Maia.
Braggadocio è uno dei personaggi chiave del racconto, calvo come von Stroheim, con la nuca che continuava a picco sul collo, ma il volto era quello di Telly Savalas, il tenente Kojak.
Il primo giorno che si sono conosciuti Braggadocio, facendo una confidenza a Colonna, gli svela che se il giornale parte spera che, alcune scoperte che ha fatto, verranno prese sul serio. Le scoperte che ha fatto Braggadocio, che ci vengono rivelate di volta in volta, riguardano Mussolini. Ecco che il racconto non è solo fanta-giallo ma diviene fanta-politico.
Ci sono nel racconto vari esempi di come scrivere articoli di un certo genere: i fatti separato dalle opinioni, o quello della smentita, oppure cose più frivole ma spiritose come immaginare di aver chiesto di fornire le risposte più stupide a un perché altrettanto stupido.
Come è prevedibile a metà racconto nasce una tenera storia d'amore tra Colonna e Maia. Non solo alla fine ci scappa pure il morto.
"E' che Maia mi ha restituito la pace, la fiducia in me stesso, o almeno la calma sfiducia nel mondo che mi circonda. La vita è sopportabile, basta accontentarsi."



lunedì 13 aprile 2015

Middlesex, Jeffrey Eugenids

 
 
Calliope, detta Callie, poi Cal, una rara specie di ermafrodito, ha vissuto i primi quattordici anni della sua vita come bambina, senza che nessuno si accorgesse della sua anomalia, fino a quando l'arrivo della pubertà l'ha sottoposta (sottoposto) a inevitabili trasformazioni. E adesso, uomo adulto, vuole scoprire le origini della mutazione genetica responsabile di questa sua "eccentricità biologica", e per farlo ripercorre l'intensa, drammatica e a sua volta alquanto "eccentrica" storia della famiglia Stephanides.
Il romanzo è ricco di spunti di riflessione e di approfondimenti: partendo dalla famiglia di Cal i nonni Lefty e Desdemona sono fuggiti da Smirne in fiamme nel settembre del 1922 imbarcandosi su una nave spacciandosi per cittadini francesi.
Si imbarcano assieme ad altri profughi diretti a Detroit dove abita una cugina Sourmelina Zizmo. Arrivati a Detroit si trovano davanti agli occhi un panorama stupefacente: tram elettrici, fabbriche che scintillano come vulcani, fumaioli dappertutto come cannoni che bombardavano l'atmosfera.
C'è una bella descrizione del periodo in cui nonno Lefty lavora alla Ford Motors: la descrizione della fabbrica, del tipo di lavoro con i vari compiti che spettavano a ciascuno nella catena di montaggio, le condizioni degli operai, i controlli igienico sanitari da parte dell'azienda.
Il breve periodo che Lefty passò alla Ford Motors Company fu l'unico contatto degli Stephanides con l'industria automobilistica. In un freddo venerdì sera di febbraio del 1924 nonno Lefty aprì un locale la Zebra Room un posto senza pretese aperto a orari irregolari. Quando era aperto  Lefty metteva un'icona di San Giorgio alla finestra del salotto, che dava sulla strada. Gli avventori facevano il giro della casa, bussavano: un colpo lungo e due corti seguiti da due lunghi, sulla porta della cantina.
Successivamente diventarono produttori di hamburger e insalata greca, industriali della spanikopita e dei toast al formaggio, tecnocrati dei budini di riso e delle torte alla banana.
Nell'estate del luglio del 1967 a Detroit ci fu una sommossa dove vennero impiegati carri armati che durò dal 23 al 27. Come scrive la protagonista la sommossa  di Detroit si rivelò l'evento più fortunato della loro vita. Passammo nel giro di una notte dalla condizione di una famiglia disperata in lotta per sopravvivere nella classe media a quella di una buona famiglia con buone speranze di introdursi nella categoria dei veri ricchi o perlomeno dei medioricchi.
Dunque ricapitolando, Sourmelina Zizmo non era soltanto mia prima cugina di secondo grado. Era anche mia nonna. Mio padre era nipote di sua madre (e di suo padre). Oltre a essere nonni, Desdemona e Lefty per me erano anche prozii. I miei genitori erano miei secondi cugini e Chapter Eleven, oltre che fratello, terzo cugino. 
Dice Cal verso la fine del racconto "Dalla mia nascita, quando passarono inosservati, al mio battesimo dove rubarono al prete il ruolo di protagonista, fino alla mia tormentata adolescenza, quando non erano niente di preciso ed erano troppe cose insieme, i miei genitali sono stati la cosa più significativa che mi sia capitata nella vita. Qualcuno eredita case, altri dipinti o archetti di violino assicurati per cifre pazzesche. Altri ancora un tansu giapponese o un nome famoso. Io ho ricevuto un gene recessivo nel quinto cromosoma, gioiello di famiglia davvero raro".
 
 
 
 

giovedì 29 gennaio 2015

Weisz in campo di lavoro



(notizie tratte da Matteo Marani, Dallo scudetto ad Auschwitz. Storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo)
 
Curriculum. Arpad Weisz calciatore poi allenatore, tre scudetti di cui uno sulla panchina dell'Inter e due su quella del Bologna, in tasca anche il Trofeo dell'Esposizione di Parigi, una sorta di Champions League, primo straniero ad aggiudicarsi un campionato in Italia, e primo assoluto a vincere col sistema del girone unico nel 1929-1930.
Bologna. A Bologna è presidente Renato Dall'Ara che s'è preso la squadra l'anno prima, costretto da Mussolini.
Stipendio. Stipendio di un calciatore di serie "A" nel 1936: tremila lire al mese (2700 euro attuali).
Vita. Nato il 16 aprile del 1896 a Solt, cento chilometri da Budapest, figlio di due ebrei, arriva in Italia a 28 anni per giocare nel Padova, poi passa all'Inter ma si infortuna e diventa allenatore. Sposato con Elena, ebrea ungherese, due figli: Clara e Roberto.
Olanda. Il decreto 1381 del 7 settembre 1938 con cui l'Italia costringe la famiglia di Weisz ad espatriare. Destinazione: Parigi, poi l'Olanda per allenare il Dfc.
Calcio. Il calcio di allora in Olanda: "totalmente dilettantistico. Non esistono giornali specializzati come in Italia, nessun calciatore svolge u unico lavoro. Il calcio è un fenomeno dopolavorista, da diporto, per il quale si muovono alla domenica poche migliaia di tifosi.
Olandesi. "Non saremmo stati in grado di arrestare neppure il dieci per cento degli ebrei senza l'aiuto degli olandesi" (l'ex SS WillyLages).
Limitazioni. Limitazioni imposte agli ebrei olandesi dai nazisti: indossare la stella gialla; coprifuoco dalle sei alle dieci della mattina; acquisti e spostamenti sui mezzi pubblici solo tra le due e le cinque di pomeriggio; divieto di entrare in case non ebree, eccetera.
Foto. Weisz cercava di non farsi fotografare mai. Dice Bergeijk, difensore del Dfc: "Era una persona timida, ma molto cortese con tutti noi. Era spaventato, cercava di evitare ogni presenza nelle fotografie. Quando parlava dell'Italia era ancora triste".
Arresto. E' il 2 agosto del 1942 quando la Gestapo si presenta a casa di Weisz. Arrestati e trasferiti in un campo di lavoro. A Westerbork, nella zona nord dell'Olanda.
Westerbork. A Westerbork i prigionieri sono sottoposti alla trafila iniziale: la registrazione dei documenti, l'assegnazione di una baracca, il cosiddetto "blocco"; quindi, l'ispezione dei capelli e quella del corpo. Nudi, insieme agli altri, in uno stanzone, stanno gli uomini; in un altro, le donne. A ognuno è stato concesso di portare una valigia. Westerbork non ha camera a gas. Non è un campo di sterminio. E' un campo di passaggio. Ma racchiude i due aspetti salienti della deportazione: l'apparente normalità e la sospensione delle vite e dei tempi. Nel campoi va in scena una routine che ricopia quella abituale: matrimoni, nascite, un teatro dove si tengono opere in tedesco e una baracca-scuola dentro cui si affacciano, probabilmente, sia Roberto che Clara Weisz. Ci sono alcune botteghe, un ospedale una libreria e persino un campi da calcio, con un filmato dell'epoca che mostra una partitella seguita da tanti sostenitori a bordo campo.
Auschwitz. Ad Auschwitz i prigionieri hanno stelle colorate: gli omosessuali, il rosa; gli zingari, il nero; i politici, il rosso; i testimoni di Geova, il viola; i prigionieri comuni, il verde; gli ebrei, il solito giallo.
Lavatoi. Ad Auschwitz Elena Weisz e i due figli vengono subito sistemati nella fila di sinistra, quella diretta alle camere a gas. Seguono le indicazioni: lavarsi, mangiare un buon pasto caldo ed affrettarsi perché non si raffreddi. Ricevono asciugamani e sapone. Sulla parete c'è scritto "Lavatoio".
Arpad. Di Arpad Weisz si perdono le tracce, forse è in un campo di lavoro. Si sa solo che morì il 31 gennaio 1944.

giovedì 22 gennaio 2015

Giuda, Amos Oz

Il libro libro dello scrittore israeliano è un grande romanzo che coinvolge non solo per lo stile fresco e invitante restituito egregiamente dalla traduttrice (E. Loewenthal), ma anche per la ricchezza delle problematiche che mette in campo narrando le vicende che coinvolgono i tre personaggi principali, magnificamente tratteggiati nelle loro sembianze fisiche, nei loro profili culturali e nei loro tratti psicologici.
La storia è ambientata tra la fine del 1959 e l'inizio del 1960, cioè a dieci anni dalla guerra che è seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, in una suggestiva Gerusalemme, piovosa e irrigidita dai rigori dell'inverno. I tre personaggi principali del romanzo sono Shemuel, un giovane sui venticinque anni, corpulento, timido, sensibile, asmatico, "propenso tanto all'entusiasmo quanto alla precoce delusione". Reduce da una delusione amorosa e in difficoltà anche per un dissesto economico subito dalla famiglia, abbandona l'Università e trova lavoro e sistemazione in una casa abitata da un arguto ex professore di storia, ora vecchio e invalido che deve essere accudito: Gershom Wald, che vive con la vedova del figlio, Atalia, una donna quarantacinquenne, attraente, sensuale, segnata dalla vita e in lotta con il mondo. A questi tre personaggi si affiancano altre due figure chiave, due spettri potremmo dire, che non sono personaggi della storia narrata, ma che giocano un ruolo fondamentale nella vita dei protagonisti e nelle problematiche che Oz è interessato a discutere. Uno è Giuda Iscariota, l'apostolo che "ha tradito Gesù", che è oggetto delle appassionate ricerche di Shemuel che ha iniziato una tesi di dottorato intitolata "Gesù in una prospettiva ebraica"; l'altro è il padre di Atalia, ormai morto da anni, personaggio storico inventato da Oz, che è presentato come fautore di una prospettiva sionista antinazionalista e antistatalista, di una originale visione politico-culturale, sconfitta dalla storia.
Su questo spartito di base l'autore dà spessore alla sua narrazione focalizzando diverse decisive problematiche, che non è interessato a risolvere, ma piuttosto a presentare nella loro irriducibile complessità, attraverso la polifonia di voci che prendono corpo e si confrontano con i suoi personaggi.
L'altro tema importante del libro è quello che viene sviluppato sulla base degli interessi del giovane Shemuel che è impegnato in una ricerca sul Gesù in una prospettiva ebraica. Qui diventa centrale il problema dei rapporti fra Gesù e il mondo ebraico, tra ebraismo e cristianesimo e l'autore, rivisitando molti momenti della riflessione ebraica sulla figura di Cristo, focalizza l'attenzione sull'apostolo Giuda che entra nella ricostruzione che il giovane Shemuel fa della passione di Gesù con un ruolo nuovo e inaspettato.
Infine un terzo nucleo tematico è introdotto da Oz attraverso la figura di Shaltiel Abrabanel, padre di Atalia, personaggio storico inventato che assume un ruolo fondamentale per il discorso che l'autore vuole aprire sull'origine dello Stato di Israele e sulle tragiche vicende storiche che hanno segnato e continuano a segnare la sua esistenza. Abrabanel è presentato come il politico sionista che dichiarandosi contro la nascita di uno Stato ebraico si era scontrato con la prospettiva di Ben Gurion e per questo era stato poi emarginato e accusato di essere un traditore. Il suo progetto era quello di un convivenza tra arabi ed ebrei senza Stati, perché respingeva l'idea "di un mondo diviso in centinaia di Stati con frontiere, filo spinato, passaporti, bandiere, eserciti e monete diverse", la trovava un'idea arcaica e omicida. Prevedeva che la nascita di un piccolo staterello ebraico sarebbe stata condannata a un eterno ciclo di violenza e di odio. Prevedeva, cioè, quello che poi è successo. Oz costruisce il suo personaggio per aprire u  problema non per risolverlo, come è nella tradizione dei pensatori ebrei. Nel libro il vecchio Wald, che mette in guardia contro il pericolo dei programmi politici che vogliono riscattare l'umanità intera, afferma in ina delle sue conversazioni, in una prospettiva antitetica rispetto a quella di Abrabanel, che Ben Gurion è stato il più grande leader ebreo della storia.
Quindi anche su questo punto l'obiettivo principale dell'autore è quello di evidenziare la inestricabile complessità del problema e quindi di evitare di formulare giudizi definitivi, di condannare o di assolvere senza vedere, capire le ragioni di tutte le parti in causa
 
 
 
 
 
 
 

mercoledì 14 gennaio 2015

Je suis CHARLIE


La Francia ha seppellito le sue vittime. Ma l'allarme terrorismo risuona forte: "Non possiamo prevenire nuovi attacchi", ha dichiarato il capo dell'antiterrorismo Ue, Gilles de Kechove, aggiungendo che le prigioni "sono incubatori di una massiccia radicalizzazione".
Secondo Rob Wainwright, direttore di Europol ci sarebbero fra i 3mila e i 5mila 'fighters', ossia europei che sono andati a combattere in Medio Oriente per la jihad e che potrebbero compiere attentati terroristici una volta tornati in patria.
Per quel che riguarda le modalità di reclutamento, Wainwright ha spiegato che "i social network costituiscono un utile strumento" anche per la propaganda, e vengono utilizzati "in modo molto più aggressivo" che non in precedenza: "abbiamo bisogno di una cooperazione più stretta e produttiva fra le autorità e le aziende tecnologiche", ha concluso.
A Parigi, si è svolta una cerimonia in onore dei tre poliziotti uccisi a Parigi e Montrouge e in contemporanea a Gerusalemme ci sono stati i funerali dei quattro ebrei uccisi nel bagno di sangue scatenato dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly.

sabato 3 gennaio 2015

Dona Flor e i suoi due mariti, Jorge Amado

 
Questo romanzo può essere paragonato ad un quadro naif: pieno di colore, che raffigura un mercato con gente che compra, con merce esposta, profumi di spezie, rumori di gente che parla che contratta che guarda curiosa…….tanta gente che si sposta con bei vestiti colorati, che parla a voce alta con il loro accento particolare. I protagonisti sono tre: Donna Flor, il suo primo marito Vadinho, e il suo secondo marito il dott. Teodoro. Attorno a loro ruotano tanti personaggi descritti magistralmente dall’autore.
(pag556)...Un amore così grande che resiste oltre la mia vita disastrosa, così grande, che, dopo di non essere, sono tornato ad esistere, e sono qua. Per darti gioia, sofferenza e godimento, sono qui. Ma non per restarti accanto, essere la tua compagnia [...]per questo no, amore mio. Questo è compito del mio nobile collega di letto.....e migliore di lui non ne troverai...io sono il marito della povera dona Flor, colui che viene a risvegliare la tua ansia, a mordere il tuo desiderio, nascosti nel fondo del tuo essere, dietro al tuo ritegno...lui si occupa della tua virtù, del tuo onore, del tuo rispetto...lui è il tuo volto mattutino, io sono la tua notte, l' amante di fronte al quale non hai né possibilità di fuga, né forza. Siamo i tuoi due mariti, i tuoi due volti, il tuo sì e la tua negazione. Per essere felice hai bisogno di tutti e due. Quando eri sola con me, avevi il mio amore ma ti mancava tutto, e quanto soffrivi! Poi avesti solo lui: avevi tutto, non ti mancava nulla, e soffrivi ancora di più. Ora, si, sei dona Flor intera, come devi essere......(
Il romanzo è una divagazione di cucina baiana, ricavata dalle ricette o dalle lezioni della protagonista, che per mantenersi fa la maestra di cucina. Ambientato nella capitale dello stato di Bahia, nei primi anni ’60, il libro è un affresco della vivace vita dei quartieri popolari baiani. Inizia con la morte di Vadinho, allegro e scapestrato giocatore che si accascia improvvisamente, ballando per la strada a carnevale, e lascia vedova Flor, moglie innamoratissima ma in continua tribolazione per la vita sregolata del marito. Nella prima parte è raccontata in flash back la storia dell'amore fra Flor e Vadinho, fra tradimenti, fughe e dissipatezze di lui, alternati con rari momenti di fortuna e splendore.
Nella seconda parte viene rappresentato il ritorno ad una vita pacata ed ordinata della vedova ma anche il crescendo di nostalgia per gli amplessi appassionati del marito, carenza di cui Flor, pudica e morigerata, si vergogna moltissimo e di cui soffre in silenzio. Nello stesso tempo è corteggiata da un pretendente, un farmacista pacato e religioso. I due finiscono per sposarsi. Ma, benché innamoratissimo e pieno di premure, dal punto di vista sessuale il nuovo marito non soddisfa del tutto Dona Flor, che sempre più rimpiange Vadinho.
Nella terza parte, gli eventi si ribaltano e prendono un andamento fantastico, quando lo spirito di Vadinho ritorna sulla terra e incomincia a stuzzicare Dona Flor. Solamente lei vede Vadinho, che quando sta con Dona Flor sembra essere capace di realizzare le stesse cose che faceva a letto quando era vivo. Dona Flor esita, se rimanere fedele al suo nuovo marito o cedere allo spirito del primo.
Spesso in Jorge Amado il tessuto del romanzo è corale, ricco di personaggi secondari coloriti, ma in questo caso tale qualità raggiunge il massimo grado per l'ambiente in cui vive Flor, un quartiere piccolo-borghese dove un vero e proprio coro di comari sorveglia, commenta e propala ai quattro venti ogni minima vicenda della vita dei vicini.
Con pochi tratti felici l'autore dà vita a tutta una galleria di personaggi secondari:
Dona Norma, materna amica, confidente e protettrice di Flor, nel suo modo di essere e di agire non esisteva la benchè minima sfumatura di artificio; si sentiva un po’ responsabile di tutti, era la provvidenza del quartiere: una specie di pronto soccorso del vicinato. Da ogni parte correvano a battere alla sua porta.
Zè Sampaio marito di Donna Norma che aveva in orrore gli impegni sociali di qualsiasi specie, ma particolarmente le cerimonie funebri, veglie, cimiteri, messe di suffragio il che spingeva dona Norma a gridargli: “Quando muori tu, Sampaio, non ci sarà un cane neppure per portare la bara….Sarà una vergogna.”
Dona Gisa, la yankee innamorata del Brasile dove si mantiene insegnando inglese e tenta invano di predicare ai retrogradi abitanti di Salvador una libertà sessuale che lei stessa non mette in pratica,
Dona Rozilda la pestifera e ambiziosa madre di Flor, autrice di scenate epiche contro Vadinho, “Quella non è una donna è un mercoledì delle ceneri, stermina il buon umore di chiunque”. Parole del genero Morais il meccanico che risiedeva già da vari anni in un sobborgo di Rio de Janeiro. Si rifiutava di rimettere piede a Bahia, fosse pure in visita, finchè quella megera appestasse i luoghi. Donna Rozilda abitava col figlio sposato impiegato delle Ferrovie, amareggiando la vita della nuora, schiava al suo dittatoriale comando.
Dona Magnolia, venere di periferia che tenta invano di sedurre l'integerrimo farmacista, il languido "Principe" abile truffatore specializzato in vedove, la giovane e romantica Marilda dalla voce d'usignolo, che sogna di cantare alla radio; e poi tutte le allieve di Flor, i compagni di bagordi di Vadinho, la società benpensante e pretenziosa in cui Flor viene introdotta dalla sua seconda unione.
Presentato al Festival di Taormina del 1977, il film tratto dal romanzo è intanto divenuto il campione assoluto degli incassi in Brasile. Con l’occhio agli aspetti più corrivi e pittoreschi della vicenda, l’ha diretto un regista poco più che ventenne, Bruno Barreto, figlio di un produttore e famoso per aver realizzato il suo primo cortometraggio a 11 anni. Naturalmente i cineasti di ciò che rimane del Cinema Novo non amano Barreto e considerano Donna Flor e i suoi due mariti un’operazione commerciale a rimorchio della commedia all’italiana. È innegabile che il film rappresenta una versione riduttiva del testo d’origine (e forse era inevitabile, considerata anche la mole del romanzo: oltre 500 pagine), ma diremmo che il regista è riuscito a far vivere un quadro brasiliano magico e colorito. Fra le miserie delle favelas e la frenesia perpetua del carnevale, c’è una repressione secolare che lascia intravedere le sue ferite: e la risposta che offre il film, soprattutto attraverso l’immagine palpitante della bella protagonista Sonia Braga, è improntata a un vitalismo ironico e sfrontato.
Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar MondadoriIl giovane Bruno Barreto (classe 1955) sceglie il noto romanzo (1966) di Jorge Amado per il proprio esordio nel lungometraggio e sbanca il botteghino brasiliano adottando il punto di vista "godereccio", sboccato e colorito del personaggio di Vadinho: amando François Truffaut (cioè L’Uomo Che Amava Le Donne), aderisce alla vitalità festosa, anche se egoista, di un “Grande figlio di puttana”, direbbe Lucio Dalla, che per il gioco e le donnacce trascura la moglie. Di riflesso, anche Barreto trascura la figura femminile ma, in questa sua sapida (se non estrosa), colorita, piccante, fortemente carnale "pietanza" (non a caso indugia sulla preparazione di alcune specialità culinarie), il regista (con Amado) insegna che la felicità non ha regole, che l'amore cieco basta a se stesso e diventa insindacabile nel momento in cui una moglie s'accorge che l'essere succubi del temperamento focoso di un uomo è molto meno noioso di una vita esangue accanto ad un compagno ricco e premuroso. La seconda parte vira decisamente nel territorio della commedia (scollacciata) all'italiana, con quel suo fare farsesco e satirico, fustigatore della morale corrente (con il ménage à trois, i desideri repressi di una moglie), che non disdegna le capatine nel fantastico (e nell'esoterico, dato che siamo in Brasile, “Il paese del Carnevale”, nel cui folklore tutto è possibile). Magnifica Sonia Braga, regina delle telenovelas che l’anno prima aveva già interpretato la Gabriela di Amado per il piccolo schermo. Musiche di Chico Buarque de Hollanda.
Qual è l’ideale di uomo che ha la prerogativa di rendere felice una donna? L’uomo ardente e passionale, istintivo e selvaggio incline però, per natura, al tradimento e ai vizi, oppure l’uomo equilibrato e fedele, stimato e serio ma che, proprio a causa di queste caratteristiche, risulti noioso e fin troppo misurato?
Dona Flor si ritrova più volte a riflettere su queste considerazioni, avvertendo il conflitto interiore tra le bramosie del corpo e la razionalità della mente, così come tra i suoi più intimi e personali desideri e l’influenza dei giudizi altrui, che fungono da eco collettivo alle vicende della sua esistenza.
Magnifico affresco di vita sudamericana del secolo scorso, colorato e vaporoso, surreale e magico, condito di credenze pagane e sensualità genuine. Dalla narrazione corale di Amado, arrivano al lettore gli odori speziati della cucina brasiliana, la sublime leggerezza dell’indole del sud, chiassosa e goduriosa, nonché le sobrie atmosfere borghesi di altri tempi, a far da contrappeso ad un mondo variopinto e popolare che colora le vie di Bahia, e le sue animose creature. In tutto questo bailamme di pettegolezzi, riflessioni ardite e deliziose virtù culinarie, Dona Flor scoprirà alla fine l’armonia perfetta, consegnandoci la risposta giusta. Perchè Flor è una donna vera, buona di quella bontà che scalda il sud del mondo e ricca di quella saggezza tutta femminile che conquista nel profondo, facendoci gioire e commuovere per le sue stesse adorabili, vitali conflittualità.
Il Candomblé è una religione afrobrasiliana praticata prevalentemente in Brasile ma anche in stati vicini come l'Uruguay, il Paraguay, l'Argentina e il Venezuea. Mescolanza di riti indigeni e credenze africane, questa religione consiste nel culto degli Orixa, divinità di origine totemica e familiare, associati ciascuno ad un elemento naturale, e si basa sulla fede in un'anima propria della natura.
Questa religione è giunta in Brasile dall'Africa, portata da sacerdoti africani e fedeli che erano stati deportati come schiavi. Viene chiamato anche Batuque, specialmente dopo il diciannovesimo secolo, quando il Candomblé si è diffuso maggiormente. Entrambe le parole derivano da lingue della famiglia Bantu. In particolare la parola Candomblé sembra significare “danze di negri”, ed è anche il nome di un antico strumento.
Diffusione
Benché originariamente la sua diffusione fosse limitata alla popolazione in schiavitù, fosse bandito dalla Chiesa cattolica, e perfino criminalizzato da alcuni governi, il Candomblé è sopravvissuto per secoli, e si è diffuso considerevolmente dopo la fine della schiavitù nel XIX secolo. Ora è una religione ampiamente diffusa, con seguaci appartenenti a tutte le classi sociali, e decine di migliaia di templi, o terreiros. Durante un recente censimento, circa due milioni di Brasiliani (1,5 % della popolazione) si sono detti seguaci del Candomblé. Nella cultura brasiliana le religioni non sono avvertite reciprocamente esclusive, e pertanto molte persone che praticano abitualmente altre confessioni partecipano a rituali del Candomblé, anche regolarmente; le divinità, i riti, e le festività del Candomblé sono ora parte integrante del folklore brasiliano.

Storia

La nascita e lo sviluppo istituzionalizzati di questa religione in Brasile sono abbastanza recenti. Il Candomblé si sviluppò in Brasile dalle conoscenze dei sacerdoti e delle sacerdotesse africani giunti nel Nuovo Mondo come schiavi nel periodo che va dal 1549 al 1888. In questo periodo i missionari cattolici convertirono in massa gli schiavi, i quali tuttavia mantennero sotterraneamente vive le loro tradizioni religiose. Fu in questo periodo che il culto degli Orixas venne associato a quello dei santi cattolici, per cui ancora oggi a ciascuna delle divinità del Candomblé corrisponde una figura del culto cristiano: ad esempio ad Oxala, dio della creatività e figlio della divinità suprema Olorum corrisponde Gesù, e a Omolu o Obaluiae, dio guaritore delle epidemie, corrisponde San Lazzaro. Durante il periodo finale della tratta degli schiavi (ultima decade del XIX secolo), gli schiavi portati in Brasile dai portoghesi si trasferirono nelle città, dove aumentarono notevolmente le loro possibilità di aggregazione, confronto e scambio, anche fra diverse etnie (un contatto impossibile nelle fazendas, in cui gli schiavi di diversa provenienza erano spesso suddivisi in diverse senzala). Allo stesso tempo, gli ex-schiavi si ritrovarono liberi dall'imposizione del cattolicesimo. Sulla base di questi nuovi stimoli, si formarono nuovi gruppi di culti, spesso organizzati in irmandades ("confraternite").
A Salvador di Bahia, definita da Roger Bastide la “Roma Nera”, a causa del grandissimo numero di schiavi deportati nell'ultimo periodo della tratta, nacque il Candomblé, la religione afro-americana che più si è mantenuta fedele alla matrice d'origine, reinventata e riformulata in Brasile dagli schiavi.
Oggi il governo brasiliano riconosce e protegge il Candomblé e sovvenziona certi terreiros, specie a Salvador da Bahia.
Il Candomblé ha avuto un enorme sviluppo negli ultimi dieci anni, infatti, oltre al Brasile, sta colonizzando altri stati nel mondo come nel Portogallo a Lisbona, come in Francia a Parigi, come in Inghilterra a Londra, come anche in Italia a Milano, dove si pratica il Candomblé esattamente come nel Brasile.

Cosmo e Divinità

Nonostante ci sia un pantheon di divinità numeroso, il Candomblé non è propriamente una religione politeista; esiste un principio primo (chiamato Olorun dalla nazione Ketu, Zambi o Zambiapongo dalla nazione Bantu, Mawu dalla nazione Jeje), da cui provengono gli Orixa (divinità) a cui ha delegato il suo potere. La maggior parte dei brasiliani lo identifica con il dio cristiano. Il Candomblé cerca un rapporto armonioso fra tutte le parti che compongono l'essere umano, il cosmo e la società mettendo in equilibrio tutti questi aspetti. L'universo sacro è reale ed i fedeli partecipano al mondo invisibile, questo mondo sacro esiste, si può sentire e entrarci in comunicazione. Generalmente chi pratica ha nei confronti del Candomblé una profonda fede nelle energie superiori della natura. Ogni persona è un frammento della divinità dalla quale ha ereditato le caratteristiche fisiche, psichiche ed energetiche.
La continuità e l'equilibrio con l'universo sacro e la natura si acquisiscono attraverso la riposizione di una forza magico-sacra che fluisce in tutte le cose, piante, animali, esseri umani, chiamata axé. L'axé può diminuire, aumentare ed essere distribuito attraverso dei riti che hanno la finalità di portare equilibrio e benessere alla comunità o all'individuo con il cosmo, la natura e le persone. Il fondamento del Candomblé è la vita vissuta bene ed ora.

Gli Orixa

Gli adepti al Candomblé credono negli Orixa. Questi sono delle divinità che possiedono una propria personalità e ciascuno di loro è associato ad un fenomeno naturale specifico e a certi colori. Nei loro miti vengono raccontati una grande quantità di insegnamenti mistici connessi all'elemento naturale caratteristico del particolare Orixa, Ciascuno degli elementi della natura ha delle sotto-categorie (es: acqua, c'è l'acqua dolce ed acqua salata).
L'Orixa, detto anche santo, per il passato processo sincretistico con i santi cattolici, si impossessa del credente e si serve di lui come strumento per comunicare con i mortali. Tra gli adepti al Candomblé è diffusissima la credenza secondo la quale ogni persona possiede una divinità protettrice chiamata orixà de cabeça o Orixa de frente, che fa assumere involontariamente al suo protetto, filhos o filhas, tutte le sue caratteristiche, positive e negative. Gli Orixa ascoltano le richieste, danno consigli, concedono la grazia, danno la cura alle malattie e consolano nel momento del bisogno. Il mondo celeste non è distante, né superiore e il credente può conversare direttamente con la divinità e chiederne i benefici.
In totale, il Candomblé rende omaggio ad un centinaio di divinità; tuttavia solo una dozzina di esse sono onorate nella maggior parte dei terreiros di grandi città come Salvador da Bahia o Rio de Janero, Ciascun Orixa ha una propria personalità, e un proprio sistema cultuale, che può cambiare non solo da nazione a nazione ma anche da terreiro a terreiro anche se esiste una linea di domini e particolarità riconosciute e note a tutti.
D'altro canto, Orixas con caratteristiche simili possono essere considerati come distinti; ad esempio Kabila della nazione Bantu, Oxóssi della nazione Ketu e Otulu della nazione Jejé sono tutti cacciatori e hanno gli stessi colori simbolici, ma non vengono identificati.
Esistono poi oltre agli Orixa due importanti personaggi indipendenti al mondo degli Orixa ma con il quale interagiscono, sono l'oracolo Ifà e il messaggero Exù. Questi sono altre due elementi costanti riscontrabili nei culti afro-americani. Ifà lavora per portare agli uomini le parole degli Orixas ed è situato in posizione superiore ad Exù, il cui compito è quello di trasmettere ai santi i desideri degli uomini. Ifà oggi è ricordato solamente per le più modeste mansioni di oracolo.