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venerdì 1 aprile 2016

Zaha Hadid, la forma sublime del mondo

 [Pippo Ciorra su "il Manifesto" 1/04/2016]
Architettura. Addio a Zaha Hadid, geniale e intransigente «archistar» irachena. Un successo planetario da Hong Kong a Berlino, passando per il MAXXI di Roma e l’ Evely Grace Academy di Londra

È arrivata ieri pomeriggio, totalmente inaspettata, la notizia della morte improvvisa di Zaha Hadid. Era ricoverata a Miami per una bronchite e nella mattinata è stata stroncata da un infarto. Non c’erano avvisaglie e ufficialmente Zaha godeva di buona salute. Nata a Baghdad nel 1950, aveva prima studiato matematica a Beirut e poi, dal 1972, si era trasferita a Londra per studiare all’Architectural Association, in quel momento il centro più vivace e progressivo della ricerca architettonica. Qui era entrata in contatto con due giovani molto promettenti, Rem Koolhaas ed Elia Zenghelis, che dopo la laurea del 1977 aveva raggiunto nello studio Oma (Office for Metropolitan Architecture). Dal 1979 Hadid, mossa da un’energia creativa non comprimibile in un collettivo, apre a Londra il suo studio professionale, «Zaha Hadid Architects», che guidava ancora oggi con enorme successo insieme al partner associato all’inizio del secolo, Patrik Schumacher.
Cresciuta nell’ambito della generazione più creativa del dopoguerra e nell’ambiente culturale più stimolante del suo tempo, Hadid raggiunge la notorietà nel 1983 con il progetto di concorso per l’Honk Kong Peak Club, scelto e mai realizzato, ma capace di mostrare al mondo la qualità pittorica, matematica e visionaria a un tempo della talentuosa progettista. Da quel momento la sua carriera è una crescita senza rallentamenti. Prima alcuni piccoli cameo, a partire dal Kurfusterdam di Berlino, del 1986, e dalla bellissima Fire Station del campus Vitra (1993), poi gli edifici più importanti, corrispondenti alla maturità progettuale e professionale. Tra questi il MAXXI, inaugurato nel 2009 ma disegnato nel 1999, e il centro ricerche della Bmw a Lipsia, completato nel 2003.
Impegnata in diversi cantieri in Italia – la stazione navale di Salerno, quella dell’Alta Velocità ad Afragola, un complesso residenziale a Milano – Hadid ha certamente realizzato con il museo romano uno dei suoi progetti migliori (e più amati), sia per la potenza dinamica ed espressiva delle gallerie che «scorrono» tra via Guido Reni e via Masaccio che la grande qualità della sua «piazza», diventato davvero uno spazio pubblico centrale nella vita della città.

zahahadid
Nel 1988 Zaha Hadid era stata inclusa nei «magnifici sette» (Oma, Eisenman, Libeskind, Gehry, Tschumi, Coop Himmelblau) della mostra MoMA sulla Deconstructivist Architecture, certificando la sua appartenenza alla massima aristocrazia architettonica del pianeta: la stessa élite che di lì a qualche anno si sarebbe trasformata nella piccola tribù delle archistar, gli architetti autorizzati ad aspirare a uno status economico e di celebrità paragonabile a quello dei divi di mondi molto più mediatici. Il 2004 è un altro turning point per la carriera di Zaha, che è la prima donna a vincere il «Pritzker Prize» e che lascia sempre più spazio nello studio – e nelle sue escursioni didattiche – alle ricerche sull’architettura parametrica e digitale, quella basata su forme continue e calcoli matematici che non potrebbero realizzarsi senza computer.
Accetta in questo il contributo forte del suo socio Schumacher ma dà anche spazio alla sua prima passione universitaria, la matematica. Da allora la produzione e l’importanza dello studio Hadid crescono senza sosta, espandendosi – anche e soprattutto negli anni della crisi economica – grazie all’irresistibile appeal che il suo «stile» esercita presso i grandi committenti dei paesi emergenti. Nascono così i musei di Baku e Astana, gli interventi negli Emirati, l’Opera di Guangzhou, il Design Center di Seoul e numerosi altri progetti dalle forme sempre più sorprendenti e dalla dimensione sempre più grande. Nel 2011 Zaha sfata anche il «tabù Londra» – violato fino ad allora solo con un allestimento dentro la cupolona del Millennio – e realizza l’Acquatic Centre per i giochi Olimpici, un progetto intelligente e pronto a ridursi a struttura di quartiere dopo le Olimpiadi. I riconoscimenti londinesi proseguono con due «Stirling Prize», uno appunto per il MAXXI e l’altro per un progetto potente come la Evely Grace Academy, sempre a Londra.
Nel 2016 è ancora la scena architettonica inglese a «risarcirla» per un successo in patria mai considerato sufficiente. I tempi (anche economici) sono tiranni e l’architettura di Zaha, mai molto low cost, era stata negli ultimi tempi al centro di una polemica per uno stadio olimpico che la città di Tokyo, forse ripensandoci un po’ troppo tardi, non vuole costruire. Con la Hadid se ne va una protagonista scorbutica e travolgente dell’architettura di una generazione sublime, una progettista dal talento vero e dalla capacità professionale infinita, a dispetto (e forse in ragione) della sua intransigenza. A conti fatti è una fortuna che abbia realizzato a Roma una delle sue opere migliori e che la città, in un lampo di saggezza, non abbia riservato al suo edificio la solita accoglienza sospettosa e ostile che riserva alle opere moderne. Sleep well.

lunedì 21 marzo 2016

85° anniversario della nascita di Alda Merini



Ogni mattina
Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d'angoscia
che non si dissolve.
allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perchè anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose d'amore.

Alda Merini, poetessa milanese, nasce nel capoluogo lombardo il 21 marzo 1931.
Minore di tre fratelli, le condizioni della famiglia sono modeste. Alda frequenta le scuole professionali all'Istituto "Laura Solera Mantegazza"; chiede di essere ammessa presso il liceo Manzoni, ma - sembra incredibile - non supera la prova di italiano. In questi anni dedica molto tempo anche allo studio del pianoforte.
Spinta da Giacinto Spagnoletti, suo vero scopritore, esordisce come autrice alla tenera età di quindici anni. Spagnoletti sarà il primo a pubblicare un suo lavoro, nel 1950: nella "Antologia della poesia italiana 1909-1949" compaiono le sue poesie "Il gobbo" e "Luce". 
Nel 1947 incontra quelle che definirà come "prime ombre della sua mente": viene internata per un mese all'ospedale psichiatrico di Villa Turno.
Nel 1951, anche su suggerimento di Eugenio Montale, l'editore Scheiwiller stampa due poesie inedite di Alda Merini in "Poetesse del Novecento".
In questo periodo frequenta per interesse di lavoro ma anche per amicizia Salvatore Quasimodo.
Sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie di Milano, nel 1953. Esce poi il primo volume di versi intitolato "La presenza di Orfeo". Due anni dopo publica "Nozze Romane" e "Paura di Dio". Sempre nel 1955 nasce la primogenita Emanuela: al medico pediatra dedica la raccolta "Tu sei Pietro" (pubblicata nel 1961).
La poetessa inizia poi un triste periodo di silenzio e di isolamento: viene internata al "Paolo Pini" fino al 1972, periodo durante il quale non manca comunque di tornare in famiglia, e durante il quale nascono altre tre figlie (Barbara, Flavia e Simonetta).
Dopo alternati periodi di salute e malattia, che durano fino al 1979, la Merini torna a scrivere; lo fa con testi intensi e drammatici che raccontano le sue sconvolgenti esperienze al manicomio. I testi sono raccolti in "La Terra Santa", pubblicato da Vanni Scheiwiller nel 1984.
Nel 1981 muore il marito e, rimasta sola, la Merini dà in affitto una camera della sua abitazione al pittore Charles; inizia a comunicare telefonicamente con il poeta Michele Pierri che, in quel difficile periodo del ritorno nel mondo letterario, aveva dimostrato numerosi apprezzamenti sui suoi lavori.
I due si sposano nel 1983: Alda si trasferisce a Taranto dove rimarrà tre anni. In questi anni scrive le venti "poesie-ritratti" de "La gazza ladra" (1985) oltre ad alcuni testi per il marito. A Taranto porta a termine anche "L'altra verità. Diario di una diversa", suo primo libro in prosa.
Dopo aver nuovamente sperimentato gli orrori del manicomio, questa volta a Taranto, torna a Milano nel 1986: si mette in terapia con la dottoressa Marcella Rizzo alla quale dedicherà più di un lavoro.
Dal punto di vista letterario questi sono anni molto produttivi: naturale conseguenza è anche la conquista di una nuova serenità.
Negli anni, diverse pubblicazioni consolideranno il ritorno sulla scena letteraria della scrittrice.
Nel 1993 riceve il Premio Librex-Guggenheim "Eugenio Montale" per la Poesia, come altri grandi letterati contemporanei prima di lei, tra i quali Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Franco Fortini.
Nel 1996 le viene assegnato il "Premio Viareggio" per il volume "La vita facile"; l'anno seguente riceve il "Premio Procida-Elsa Morante".
Nel 2002 viene pubblicato da Salani un piccolo volume dal titolo "Folle, folle, folle d'amore per te", con un pensiero di Roberto Vecchioni il quale nel 1999 aveva scritto "Canzone per Alda Merini".
Nel 2003 la "Einaudi Stile Libero" pubblica un cofanetto con videocassetta e testo dal titolo "Più bella della poesia è stata la mia vita".
Nel febbraio del 2004 Alda Merini viene ricoverata all'Ospedale San Paolo di Milano per problemi di salute. Un amico della scrittrice chiede aiuto economico con un appello che le farà ricevere da tutta Italia, e-mail a suo sostegno. La scrittrice ritornerà successivamente nella sua casa di Porta Ticinese.
Nel 2004 esce un disco che contiene undici brani cantati da Milva tratti dalle poesie di Alda Merini.
Il suo ultimo lavoro è datato 2006: Alda Merini si avvicina al genere noir con "La nera novella" (Rizzoli).
Alda Merini muore a Milano il giorno 1 novembre 2009 nel reparto di oncologia dell'ospedale San Paolo a causa di un tumore osseo.
In memoria della sua persona e della sua opera, le figlie Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta, hanno dato vita al sito internet www.aldamerini.it, un'antologia in ricordo della poetessa, un elogio all'"ape furibonda", alla sua figura di scrittrice e madre.
Nel 2016, in occasione della ricorrenza della sua nascita, Google le ha dedicato un logo.


lunedì 7 marzo 2016

I neuroni specchio, Marco Iacoboni



Questo scritto non vuole essere una recensione del libro di Iacoboni, né un riassunto, è solo la raccolta dei punti che ho ritenuto più salienti per comprendere il saggio dell'autore.
...."cos'è che facciamo  per tutto il giorno noi essere umani? Interpretiamo il mondo, e soprattutto le persone che ci troviamo di fronte.
E lo facciamo senza nemmeno pensarci, ci sembra del tutto normale. Invece è davvero straordinario, così come è straordinario che appaia tanto normale! Per secoli i filosofi si sono scervellati sulla capacità umana di capirsi reciprocamente. 
Negli ultimi centocinquanta anni, psicologi, scienziati, cognitivi e neuroscienziati ne hanno avuti abbastanza, di dati scientifici su cui lavorare, eppure per lungo tempo ancora hanno continuato a scervellarsi.
Oggi siamo in grado di fornirle, queste spiegazioni: la nostra capacità penetrante di capire gli altri è dovuta a cellule cerebrali chiamate neuroni specchio.
Il termine "vicario" non è abbastanza efficace per descrivere l'effetto di questi neuroni specchio, Quando vediamo qualcun altro che soffre o sente dolore, i neuroni specchio ci aiutano a leggere la sua espressione facciale e a farci provare la sofferenza o il dolore di quell'altra persona.
Simili momenti, sono la base fondante dell'empatia, e probabilmente anche del senso morale, un senso morale profondamente radicato nella nostra biologia.
I neuroni specchio forniscono per la prima volta, una spiegazione neurofisiologica plausibile per forme complesse di cognizione e di interazione sociale.
Nell'aiutarci a riconoscere le azioni delle altre persone, i neuroni specchio ci aiutano anche a riconoscere e comprendere le ragioni più profonde che stanno dietro a quelle azioni, le intenzione degli altri individui.
Lo studio empirico delle intenzioni è sempre stato considerato pressoché impossibile, in quanto le intenzioni erano ritenute troppo "mentali" per essere studiate con strumenti empirici.
Per secoli i filosofi si sono arrovellati sul cosiddetto "problema delle altre menti", compiendo scarsi progressi. Ora hanno a loro disposizione dei dati scientifici reali su cui lavorare.
Pensiamo all'esperimento della tazza da tè.
Il nostro cervello è in grado di rispecchiare gli aspetti più profondi della mente degli altri (e l'intenzione è certamente uno di tali aspetti)  al sottile livello di una singola cellula cerebrale.
Non abbiamo bisogno di trarre inferenze complesse né di elaborare complicati algoritmi. Semplicemente, usiamo i neuroni specchio.

Questa storia  ebbe inizio in Italia, nella piccola e splendida città di Parma, nell'università cittadina che un gruppo di neurofisiologi guidato da Giacomo Rizzolatti ha individuato per la prima volta i neuroni specchio.
Rizzolatti  e i suoi collaboratori hanno lavorato con il macaco nemestrino. Si tratta di animali molto docili a differenza dei loro parenti più famosi, i macachi reso, che un tipo di scimmia decisamente più aggressivo.
 La ricerca sulle scimmie, si basa sulle sue potenzialità inferenziali per la comprensione del cervello umano. Il cervello umano contiene infatti circa 100 miliardi di neuroni, ognuno dei quali può stabilire connessioni con migliaia, persino decine di migliaia, di altri neuroni. Tali connessioni, o sinapsi, sono il mezzo tramite il quale i neuroni comunicano gli uni con gli altri, e il loro numero è ovviamente vertiginoso.Una struttura importante del cervello dei mammiferi è la neocorteccia, cioè la struttura di più recente evoluzione fra quelle del nostro cervello.
Il cervello del macaco è appena un quarto del nostro per dimensione, e la neocorteccia umana è molto più estesa di quella del macaco, ma i neuroanatomisti concordano sul fatto che, malgrado queste differenze le strutture dei due tipi di neurocorteccia corrispondono relativamente bene.
A Parma l'équipe di Rizzolatti si è dedicata allo studio di un'area contrassegnata come F5, situata in un'ampia regione cerebrale denominata corteccia premotoria, che è la porzione di neurocorteccia implicata nella pianificazione, nella selezione  e nell'esecuzione di azioni.
L'area F5contiene milioni di neuroni specializzati nella codifica di uno specifico comportamento motorio: azioni della mano, come afferrare, tenere, strappare e, fondamentale fra tutti portare oggetti alla bocca. Per tutti i macachi e per tutti i primati, queste azioni sono basilari ed essenziali così come si producono.
Si chiamano cellule motorie in quanto sono le prime nella sequenza che controlla i muscoli che muovono il corpo.
Poi, un giorno di circa vent'anni fa, mentre il neurofisiologo Vittorio Gallese si aggirava nel laboratorio in un momento di pausa dell'esperimento in corso, e una scimmia stava tranquillamente seduta su una sedia in attesa del uovo compito, all'improvviso, proprio nel momento in cui Vittorio prese in mano qualche cosa sentì una scarica di attività prodursi nel computer collegato agli elettrodi che erano stati chirurgicamente impiantati nel cervello della scimmia. (!!!!!??????!!!!!!)
A un orecchio inesperto tale attività sarebbe parsa di tipo statico, ma all'orecchio di un neuroscienziato esperto segnava una scarica dalla cellula pertinente dell'area F5. Vittorio pensò subito si trattasse di una reazione strana. La scimmia stava seduta tranquilla, senza l'intenzione di afferrare nulla, eppure questo neurone connesso all'azione di afferramento si era attivato.
Un'altra coinvolge un collega di Vittorio, Leonardo Fogassi, che avrebbe preso una nocciolina.
I ricercatori del gruppo fin da subito si cimentarono con gli strani avvenimenti riscontrati nel loro laboratorio. Ebbero loro per primi una certa difficoltà nel credere a questi fenomeni.
Venti anni dopo quelle prime registrazioni eseguite nel loro laboratorio, una cascata di esperimenti ben controllati con scimmie e, con esseri umani (senza aghi conficcati nel cranio!) ha confermato questo fenomeno notevolissimo.
Il semplice fatto che un sottoinsieme di cellule del nostro cervello -neuroni specchio- si attiva quando qualcuno calcia un pallone da football, quando vede un pallone che viene calciato, sente il suono prodotto da un pallone quando viene calciato, o anche solo dice oppure ascolta la parola "calcio", apre la via a sbalorditive conseguenze e nuove possibilità di comprensione.
Negli anni ottanta del secolo scorso, i neuroscienziati erano radicati nel paradigma secondo cui le varie funzioni compiute dal cervello, che fosse di macaco o umano, si ritenevano confinate in compartimenti stagni. In base a questo paradigma, la percezione (il vedere oggetti, sentire suoni ecc...) e l'azione (raggiungere un pezzo di cibo, afferrarlo, metterlo in bocca)  sono totalmente separate ed indipendenti l'una dall'altra. Una terza funzione, la cognizione, sarebbe in qualche modo "nel mezzo"  fra percezione e azione.
Era supposizione diffusa che queste tre funzioni, fossero separate nel cervello.
"Nella scienza il progresso avanza per funerali"
In effetti al gruppo di Parma ci vollero alcuni anni per venire a capo delle "risposte visive complesse" registrate nel loro laboratorio. In un primo momento i ricercatori non erano mentalmente pronti a sfidare gli assunti ereditati da generazioni di scienziati, avendo tali assunti guidato u n gran numero di lavori proficui.Per di più fino a quel momento nessuna scoperta li aveva contraddetti.
L'èquipe di Rizzolatti scoprì anche un insieme di cellule dell'area F5 dotate di un'altra caratteristica che non sapeva spiegare. Erano cellule che si attivavano durante l'afferamento di oggetti e anche alla sola vista di oggetti afferrabili. In seguito queste cellule vennero chiamate "neuroni canonici".
Entrambi questi schemi di attività neurale contraddicono la vecchia idea secondo cui azione e percezione sarebbero processi del tutto indipendenti confinati in aree separate del cervello.
I dati di Rizzolatti e colleghi dimostrano che né una scimmia né un essere umano possono osservare qualcuno che prende in mano una mela senza evocare nel cervello i piani motori necessari per afferrare .loro stessi quella mela (attivazione dei neuroni specchio): Analogamente, né una scimmia né un essere umano possono guardare una mela senza evocare i piani motori per afferrarla (attivazione dei neuroni canonici).
Lo schema di attivazione tanto dei neuroni specchio quanto dei neuroni canonici dell'area F5 mostra chiaramente come la percezione e l'azione  non siano separati nel cervello. Sono semplicemente le facce della stessa medaglia, indissolubilmente legate l'una all'altra.
Alcuni dei primi esperimenti condotti a Parma prima della scoperta dei neuroni specchio, focalizzati sull'area F4. Nell'area F5, le cellule si attivano quando la scimmia esegue azioni con le mani. I neuroni di questa area scaricano anche quando la scimmia compie azioni con la bocca, come mordere, o anche atti comunicativi facciali, come lo schioccare le labbra, che nei primati riveste un significato sociale positivo.
Nell'area F4 le cellule si attivano soprattutto quando la scimmia muove un braccio, il collo e la faccia. Così si credeva prima di scoprire che le cellule scaricano anche in risposta alla sola stimolazione sensoriale, senza alcun movimento sensoriale della scimmia.
Inoltre esse rispondono a stimoli derivanti unicamente da oggetti reali. Si attivano solo se gli oggetti in questione sono abbastanza vicini al corpo della scimmia, e con maggiore intensità se si avvicinano rapidamente. Altra caratteristica di queste cellule è il loro rispondere se anche solo si tocca la faccia, il collo o il braccio della scimmia.
In questi neuroni dell'area F4 il "campo ricettivo visivo" e il "campo ricettivo tattile" sono correlati.
Le loro sorprendenti risposte fanno ritenere che essi creino una mappa dello spazio che circonda il corpo, quella che chiamiamo mappa spaziale peripersonale.
Nel laboratorio di Parma Rizzolati e colleghi furono in grado di applicare alla ricerca neurofisiologica un approccio nuovo, indice di una mente aperta. Solo grazie a questa attitudine innovativa fu possibile rendersi conto che, nel cervello percezione e azione sono un processo unitario.
Il "filosofo" a Parma era Vittorio Gallese barba e occhi scuri. Fu lui, un neurofisiologo, a studiare i lavoro di Marleau-Ponty, individuando le analogie più adeguate tra filosofia e neuroscienze e spiegando le scoperte del gruppo in termini meno scientifici e più filosofici.
Oltre a Gallese e al direttore Rizzolatti, i membri chiave dell'équipe erano Luciano Fadiga alto e sottile ha il talento di saper sviluppare nuove attrezzature per il laboratorio e possiede le  doti sociali necessarie per la gestione ed il reperimento dei fondi; Leonardo Fogassi è in assoluto il più riservato dei neuroscienziati parmensi, invece eccelle in laboratorio; probabilmente è lui, in tutto il mondo, lo scienziato che ha direttamente eseguito o supwrvisionato l più alto numero di registrazioni sui neuroni specchio.
Rizzolatti, Gallese, Fogassi e Fadiga nfurono i "favolosi quattro" che insieme trasformarono le neuroscienze (un pò come i Beatles trasformarono la musica).
I ricercatori di Parma hanno acquisito un quadro pittosto definito dell'attività  di queste cellule motorie nel corso di vari esercizi di "afferramento" condotti con le scimmie. E' interessante constatare che le cellule motorie si attivanoi durante tutta l'azione di presa, e non in concomitanza con la contrazione di un muscolo specifico. Più sorprendente è che la stessa cellula si attivi per azioni sia della mano destra sia della mano sinistra, nonchè, quando la scimmia muove la bocca. L'équipe si aspettava una maggiore specificità dell'attivazione neuronale: alcuni neuroni solo per la mano destra, altri solo per la sinistra, e altri ancora solo per la bocca. Rizzolatti e colleghi riscontrarono invece una specificità di questo genere abbinata al tipo di presa che la scimmia adottava.
Alcuni di questi neuroni si attivavano solo quando la scimmia afferra oggetti piccoli usando due dita; questo tipo di prensione si chiama "presa di precisione". Altri neuroni F5 scaricano solamente quando la scimmia afferra oggetti grandi, utilizzando tutta la mano: la "presa a piena mano".
Questa peculiarità suggerisce l'esistenza di un complesso vocabolario, in termini neurali, di atti orientati a oggetti semplici e, punto chiave, a livello della singola cellula.
Solo alcune di queste cellule rispondono rispondono anche a stimoli visivi: la sorprendente capacità che li rende neuroni canonici o neurono specchio.
I neuroni canonici si attivano  in presenza di determinati oggetti afferrabili i neuroni specchio nel vedere azioni di afferramento. Anche queste risposte hanno la loro peculiarità. I neuroni canonici sono sensibili alla dimensione degli oggetti afferrabili.
Una caratteristica dei neuroni specchio dei macachi è data dal fatto che non si attivano alla vista di una azione mimata. Noi umani invece lo facciamo e le aree dei nostri neuroni specchio si attivano per azioni più astratte di quanto accada nel caso delle scimmie. 
I neuroni specchio ci consentono di capire le intenzioni degli altri.
Le intenzioni sono sempre state ritenute fuori della portata degli studi empirici in quanto troppo mentali.Ora non è più così, dagli esperimenti fatti noi comprendiamo gli stati mentalialtrui producendone una simulazione nel nostro cervello, e che otteniamo tale finalità per mezzo dei neuroni specchio. 

 








martedì 1 marzo 2016

Marzo

Marzo è spuntato coi verdi finocchi
sulle rupi che i pipistrelli bucano rapidi
Tu sperdi col fiato i sapidi fumi
che salgono dalle pozze di merda

E' la primavera romana, che comincia a verdeggiare sui tufi del Muro Torto e dei Fori, come la vide un poeta, Leonardo Sinigalli. I "sapidi fumi" venivano forse, coi primi fervori del sole, dalle pozze di sterco e di piscio che ancora una trentina d'anno fa si formavano nei posteggi delle carrozzelle. A meno che si trattasse di tanfo simbolico, emanante da qualche palazzo governativo, ecclesiastico o nobiliare.
Nel segno dell'Ariete sono nati personaggi come Leonardo da Vinci e Bach. Ma anche Zola, Zaccagnini e altri più piccoli e di poca durata come Tenco o Patty Pravo. Il Chiaravalle, che li elenca aggiungerà forse da quest'anno fra i nomi minori anche il mio , perchè sono nato il 23 marzo 1913. Accanto a Giacomo Casanova, nato il 2 aprile 1725, mi troverò bene. Dello stesso segno sono Togliatti, De Gasperi, Einaudi e Santa Teresa d'Avila.
   "Pasqua marzatica, Pasqiua famatica" si diceva intendendo che la Pasqua quando viene di marzo, segna carestia. Ma il mese è anche mal visto per la sua incostanza climatica. In Lombardia si dice che:
Marz l'è fieou d'una baldraca
u n di el pioev un di el fioca
un di el fa bel temp
 e un di el tira vent
Marzo è padre del vento, alza, o almeno alzava lwe sottane alle donne e facev volare il cappello agli uomini, ma è il mese del solstiziuo di primavera, apre l'anno astrologico e scopre il volto della nuova stagione. E' così pazzerellone che fa nascere tanto un Leonardo da Vinci che una Patty Pravo.


domenica 21 febbraio 2016

L'uomo senza qualità, Robert Musil

"Sull'Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro ad un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcune tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isobare si comportavano a dovere. La temperatura dell'aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l'oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontate del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell'anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell'aria aveva la tensione massima, e l'umidità atmosferica era scarsa. Insomma con una frase che quantunque un po' antiquata riassume benissimo i fatti: era una  bella giornata d'agosto dell'anno 1913."
Leona
L'aveva notata per l'umida oscurità dei suoi occhi, per l'espressione tra dolorosa  ed appassionata del bel viso regolare ed oblungo e per le canzonette sentimentali che cantava invece di quelle ardite. Erano vecchie canzonette fuori moda che parlavano tutte di amore, dolore, fedeltà abbandono, mormorii di selve e guizzi di trote nei torrenti. Alta e grave, l'immagine stessa dell'abbandono, Leona stava sul piccolo palcoscenico e cantava paziente con la voce di una buona massaia; e se anche la canzone conteneva qualche strofetta arrischiata l'effetto era tanto più lugubre in quanto la ragazza sottolineava i sentimenti tradici come quelli maliziosi con gli stessi gesti faticosamente compitati.
[............]
Dopo che si furono conosciuti Leona rivelò un'altra particolarità anacronistica: era straordinariamente vorace e questo è un vizio che da un pezzo è passato di moda. Esso derivava dalla struggente e finalmente liberata nostalgia di leccornie che l'aveva tormentata quand'era una bimba povera; ora, non più repressa aveva acquistato la forza di un ideale che finalmente ha abbattuto la sua prigione e s'è impadronito del potere.
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Ai tavole del cabaret Leona faceva il suo dovere; ma sognava un gentiluomo che con una relazione della durata della sua scrittura, la liberasse da quell'impegno e le permettesse di sedere in atteggiamento elegante in un ristorante elegante davanti ad un pasto elegante. Quando ciò le accadeva avrebbe voluto mangiare tutte le vivande della lista, ed era per lei una soddisfazione dolora e contraddittoria poter dimostrare invece che sapeva come si deve comporre un menù raffinato. Solo ne dessert poteva sbizzarrirsi, e di solito ne veniva fuori un secondo copioso pasto in ordine inverso. Col caffè e un'acconcia quantità di bevande stimolanti Leona si rimetteva in grado di cominciare d accapo e si eccitava con sorprese, finché la sua passione era soddisfatta. Allora il suo corpo era così pieno di cose squisite che stentava a non sfasciarsi.
Bonadea
Venne in luce che anche Bonadea nutriva grandi aspirazioni. Bonadea era la signora che aveva salvato Ulrich  la notte della rissa ed era venuta a visitarlo il mattino dopo, coperta di fitti veli. Egli l'aveva battezzata Bonadea, la buona dea, perchè come tale era entrata nella sua vita, e anche dal nome di una dea della castità alla quale nell'antica Roma era dedicato un tempio che per una strana inversione era divenuto il centro di tutte le dissolutezze.
Era moglie di un uomo stimato, e tenera madre di due bei ragazzi. La sua locuzone preferita era "estremamente corretto", e l'applicava a persone, domestici, affari e sentimenti ogni volta che voleva parlarne bene. Era capace di dire " il Vero, il Buono e il Bello" con la frequenza e la naturalezzacon cui un altro direbbe "giovedì".
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Aveva solo un difetto, quello di eccitarsi in misura veramente straordinaria alla sola vista di un uomo.  Non era affatto lussuriosa; era sessuale così come altre persone soffrono d'altri disturbi, per esempio, sudanoi alle mani o cambiano facilmente colore; era una disposizione innata, e lei non poteva farci niente.
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Per conseguenza Bonadea conduceva spesso una vita doppia, come uno che sia un rispettabile cittadino alla luce del giorno, ma nelle pause buie della coscienza faccia il borsaiolo; e quando nessuno la teneva tra le braccia, quella donna tacita e maestosa cadeva immediatamente in preda al disprezzo di sé, prodotto dalle bugie e dal disonore che ella affrontava allo scopo di essere  tenuta fra le braccia.
[......]
Per scagionarsi ella aveva inventato la favoletta che il marito nei primi anni di matrimonio aveva suscitato in lei innocente quelle incresciose disposizioni. Questo marito assai più vecchio e più robusto di lei, era descritto come un brutale, e già nei primi momenti del suo nuovo amore ella aveva fatto ad Ulrich mesti e significativi accenni. Solo più tardi egli venne a sapere  he il marito di Bonadea era un giurista noto e considerato, molto attivo e capace nell'esercizio della sua professione, mansueto uccisore di selvaggina e ricercato frequentatore di circoli di cacciatori e di giuristi dove si discuteva delle cose che interessano gli uomini e non d'arte o d'amore.