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lunedì 10 novembre 2014

Coincidenze. Sui binari da Milano a Palermo, Tim Parks, Bompiani

 

Domenica sera viaggio in prima classe, perché in seconda non c'è mai posto. Effettivamente, al momento di salire non c'è posto neanche in prima, ma dopo Verona Portanuova, passerà il controllore e ci sarà il solito fuggi fuggi verso al seconda. Qui il problema non è di informazione ma di interpretazione. "I passeggeri sono pregati do controllare che la classe indicata sul documento di viaggio corrisponda alla classe dei sedili che occupano". Abbiamo sentito l'avvertimento già due volte nei primi venti minuti di viaggio. Ma quali sono le conseguenze se non corrisponde?
Oggi, sedendomi mentre altri scappano, mi offro di aiutare la ragazza di fronte a me a mettere sul portabagagli il suo borsone che rischia di ostacolare la gente in fuga. "Non ne vale la pena", dice. Non ha un biglietto di prima classe, perciò è probabile che dovrà spostarsi anche lei da un momento all'altro. "E' che non c'è un solo posto libero in tutto il treno", spiega.
Lo dice come se avesse controllato personalmente ogni singola carrozza.
"Dovrebbero mettere più interregionali", continua, ma non per giustificarsi; fa semplicemente notare che la richiesta c'è e andrebbe soddisfatta. "L'Intercity costa il doppio", spiega come se il mio accento straniero mi impedisse di saperlo.
"Non li mettono", faccio notare "perché se tutti andassero a Milano con nove euro le FS non ci guadagnerebbero un bel niente".
"Questo è vero", ha concesso lei tranquillamente.

"Sarà per questo che certi pagano qualcosa in più per la prima classe", osservò. "Per sedersi".

"Se possono permettersi la prima classe", ribatte lei. "non capisco perché non prendono il treno più veloce".
"Magari perché non si ferma nella loro stazione. Dove sono salito io non si ferma per esempio".
"Già deve essere così", concorda.
Adesso arriva il controllore ma lei non si alza per fuggire. Con estrema calma e naturalezza gli mostra il suo "documento di viaggio".
"Questo è un biglietto di seconda classe, signorina", osserva quello, "e lei è in prima".
La ragazza si guarda attorno vagamente sorpresa. "Ah, sì?".
Ma non sta cercando davvero di prenderlo in giro. Finge solo di cadere dalle nuvole, quel tanto da permettere al controllore di comportarsi come se lei non sene fosse accorta. Tutti e due recitano.
"Bene signorina, si deve spostare", dice lui. Si vede che gli piace chiamarla signorina. La ragazza accenna ad alzarsi e il controllore prosegue lungo la carrozza ormai piacevolmente libera. I pochi rimasti già porgono il regolare biglietto di prima classe con un sorriso affabile. la ragazza continua a trafficare con le sue borse, tirando fuori cose, rimettendole dentro e sistemando una cosa e l'altra finché di punto in bianco si risiede, sprofonda nel sedile in modo che i capelli biondi non spuntino da sopra il poggiatesta e chiude gli occhi.
"S'è n'è andato", le dico dopo un altro minuto. Lei apre un occhio, sorride, apre l'altro, ride, si passa una mano fra i bei capelli, poi fruga dentro la borsa e tira fuori un testo di economia. Deve studiare.
Chiedo: "Come farà quando torna?".
Lei si acciglia. "Ci metterà un bel po' ad arrivare in fondo al treno. E' affollatissimo".
"Avrà un assistente che risale dalla parte opposta".
"Vedremo", dice lei.
"In teoria potrebbe metterla giù dura".
"In teoria", concorda lei. "Ma non credo".
Mi rendo conto di avere a che fare con una persona molto più integrata i  questa società di quanto possa mai sperare di esserlo io.
"Perché?".
"Non fanno troppo sul serio con la prima classe, no?".
Inarco un sopracciglio.
"Quando viaggi su un autobus senza biglietto, che succede? Se sale un controllore, blocca le porte dell'autobus e tutti quelli senza biglietto si beccano una multa. Questo è fare sul serio. Volendo potrebbero benissimo far arrivare due controllori dai capi opposti della carrozza di prima classe e fare la multa a tutti quelli con il biglietto di seconda".
"Già". Non ci avevo pensato.
"Se andassi in prima classe su un Freccia Rossa. me la farebbero subito, la multa".
"Qui invece no".
"Non fanno sul serio".
"Ma perché?".
Lei si acciglia. Si vede che è una studentessa seria.
"Secondo  me preferirebbero che tutte queste persone che pagano per la prima classe passassero ai treni più veloci. I poveri da una parte sul Regionale, il benestante dall'altra sulla Freccia, ben divisi. E' quello il mondo che vogliono."
Poveri e ricchi. Non per nulla studia Economia.
Chiedo: "Allora perché offrire la prima classe?"
"Hanno le carrozze, no?" Ci sarà sempre qualcuno fesso abbastanza da pagare, anche se non riceve un servizio".
"Grazie."
"Prego", dice lei con una risata. 

sabato 8 novembre 2014

Vacanze a sorpresa 6


Stava facendosi tardi così mi incamminai verso la mia stanza dopo essermi messa a letto mi addormentai quasi subito e l’indomani mi sveglia alle otto.

Mi misi il costume e andai giù in salone dove trovai i genitori di Mark che sorseggiavano il caffè. Quando mi videro mi salutarono e si meravigliarono che io fossi così mattiniera. Presi una tazza di caffe e replicai: “Mi piace alzarmi presto e andare al mare nelle ore meno calde.” Per continuare la conversazione chiesi della loro gita in barca e così chiacchierammo piacevolmente sino a che non arrivò Mark che dopo aver salutato tutti si sedette al mio fianco a prese una tazza di caffè. Io  stavo mangiando l’ultimo boccone di una fetta di pane imburrata quando Mark si volto dalla mia parte e con tono suadente mi chiese: “Mi prepari una fetta di pane imburrato?” Lo guardai negli occhi e con tono altrettanto suadente risposi: ”Lo farei molto volentieri, ma devo fare una telefonata importante.” E chiedendo scusa uscii dalla stanza.

Non so cosa pensavano in quel momento i genitori ma dovevo veramente chiamare il prof. Quella mattina e se aspettavo ancora non lo avrei più trovato perché sarebbe stato a lezione. Ad ogni modo non volevo che pensassero che ero la brava ragazza a disposizione del loro bel figliolo.

Poco dopo scesi nuovamente giù con le mie cose e trovai Mark in veranda con il padre appena mi scorse Mark mi disse: “Sei pronta?” Io risposi di si. Lui si alzò e il padre ci augurò buona giornata e io seguii Mark che tenendomi per un braccio mi fece uscire dalla porta principale dove c’era parcheggiata una vespa turchese nuova di zecca. Montò per primo lui e allora io chiesi: “Dove andiamo?” lui mi guardò e mi rispose: “Al mare, ti presento i miei amici” Montai sulla vespa e non feci più domande.

Quando arrivammo alla spiaggia del paese parcheggiammo la vespa e ci avviammo verso un gruppetto di ragazzi e ragazze riuniti sotto due o tre ombrelloni. Mark fece le presentazioni e tutti molto simpaticamente mi accolsero molto calorosamente facendo battutine. Steve un biondino minuto disse: “Ecco perché facevi tanto il misterioso, carina com’è avevi paura che te La portassimo via il primo giorno. Tranquillo. Non il primo giorno ma nei prossimi è meglio che ti guardi alle spalle.” Tutti ridemmo e io penso di essere arrossita, non credevo di avere questa accoglienza calorosa. Mi sedetti vicina alle ragazze e parlammo del più e del meno, simpatizzai con Carol una bella moretta che mi fece i complimenti per i miei capelli. Verso mezzogiorno avevamo fatto già diversi bagni e la simpatia nei confronti dei ragazzi era veramente sincera.

Ero sdraiata vicino a Carol quando vidi una bionda che ancheggiando si dirigeva verso il gruppo. Alla prima occhiata non mi piacque neanche un po’ ma poi vidi che tutti la salutavano e capii che la conoscevano bene. Si diresse con fare sensuale verso Mark e dopo avergli messo le mani attorno al collo lo salutò con un bacio sulla bocca. Lui sembrò poco interessato al bacio ma certamente non si ritrasse. Si accorse che lo guardavo allora con voce rigida stacco le mani della bionda  e disse: “Catrin ti presento la mia ragazza Helen.” Lei si girò molto lentamente e mi fisso negli occhi con sguardo ostile e poi disse: “Piacere.” La guardai pure io e feci un cenno del capo senza staccarle gli occhi di dosso.

Lei come se niente fosse chiese a Mark: “Cosa fai per pranzo?” Lui allontanandosi da lei e dirigendosi verso di me disse: “Io e Helen stiamo andando a casa a mangiare” Lei imperterrita continuò rivolgendosi solo a Mark: “Ci sei alla grigliata da Tom questa sera?” Mark mi allungò una mano per farmi alzare e senza voltarsi rispose: “Non abbiamo ancora deciso.”

Misi le mie cose nella borsa salutai Carol e poi salutammo i ragazzi e ci dirigemmo verso la vespa. Non scambiammo una parola. Avrei voluto chiedere chi fosse quella tipa, ma non toccava a me fare le domande. Magari lui voleva con i suoi fingere che io fossi la sua ragazza e flirtare con la bionda, ma doveva dirmelo, mi sarei  preparata.

Quando arrivammo a casa i genitori non erano ancora arrivati, così andammo nelle rispettive camere a fare una doccia. Sotto il getto dell’acqua pensavo ancora alla bionda. Certo che era strano, Mark mi aveva presentato ai suoi amici come la sua ragazza, ma allora la tizia bionda chi era? Una sua vecchia fiamma o nuova fiamma?

Quando scesi giù erano già a tavola, mi sedetti e mangiammo. I genitori stavano prendendo accordi per andare a cena e Mark disse che sarebbe andato bene tra due serate perché eravamo impegnati con una grigliata a casa di Tom. Così pensai tra me: alla bionda aveva fatto credere che non ci sarebbe andata ma poi per non scontentarla ci sarebbe stato. Secondo me stava facendo il doppio gioco io ero la fidanzata di facciata e lui flirtava con la bionda. Bel porco pensai tra me. Ma cosa mi potevo aspettare da un tipo come lui così mi passò l’appetito e avevo voglia di andarmene in spiaggia da sola come avevo fatto i primi giorni. Ma si che me ne fregava,  io mi stavo godendo una vacanza gratis. Lui poteva fare il porco con chi voleva.

Nel pomeriggio rimasi in veranda a leggere il mio libro e verso le quattro Mark mi disse che per le sette ci dovevamo preparare per recarci a casa di Tom. Mi consiglio di mettere il costume che forse più tardi avremmo fatto un bel bagno. All’ora stabilita scesi con un paio di pantaloncini e una canotta molto sexi, se dovevo vedere una bionda che si baciava il mio fidanzato sotto il naso io potevo baciare qualcuno sotto il naso del mio fidanzato! Mark mi squadrò con compiacimento, la mia canotta a quanto pare piaceva anche a lui. Io feci finta di nulla e gli passai davanti. Lui mi prese per il gomito e mi condusse alla Mercedes che era parcheggiata fuori. Mentre guidava ogni tanto mi lanciava qualche occhiata, io continuavo a fare finta di niente ma dentro di me pensavo: “Questa sera te lo faccio vedere io.”

Arrivati da Tom iniziammo ad apparecchiare, e gli uomini Mark e Tom si misero vicino ai camini a cuocere la carne. Poco alla volta iniziarono ad arrivare anche gli altri amici e anche facce nuove che non avevo visto al mare. Io e Carol senza nemmeno parlarci lavoravano in sintonia come se non avessimo fatto altro e quando la carne iniziò ad essere pronta la distribuivamo nei piatti con i contorni i primi le bibite sino a che tutti non erano serviti. Mark e Tom grondavano sudore e ogni tanto Carol o io gli portavamo da bere una birra. Carol ad un certo punto mi prese per un braccio e mi obbligò a sedermi e mangiare qualche cosa ma non avevo fame gli altri si. Avevano spazzolato tutto sembravano cavallette, fortunatamente avevamo messo da parte dei piattini per i ragazzi altrimenti non avrebbero lasciato neanche le bricciole, oramai tutti erano sazi e non era più necessario stare davanti ai camini.

In quel momento arrivò  ancheggiando Catrin che individuò subito Mark vicino al camino e con una birra fresca si diresse verso di lui. Io mi rivolsi a Carol e le chiesi chi fosse la bionda, lei mi guardò e mi disse: “Non lo sai?” Io la guardai e ingenuamente e risposi: “No, Mark non mi ha detto nulla”. Lei allora inizio a raccontare che Mark stava per sposarsi con Catrin, ma che lei all’ultimo minuto lei si era tirata indietro.  Io guardai Carol e replicai: “Pare che adesso ha cambiato idea!”

Carol mi guardo e mi disse: “Mark non è uno sciocco!” Io però dentro di me lo pensavo eccome ma questo a Carol non potevo dirlo. Mi alzai per andare a prendere l’anguria che era stata messa in fresco, quando ritornai Mark era seduto a uno dei tavoli e quando gli passai vicino mi prese per un braccio e mi fece sedere sulle sue ginocchia e disse: “Ti vuoi sedere un attimo a riposare, hai girato come una trottola tutta la sera per sfamare queste bocche voraci.” Feci per alzarmi ma lui mi strinse a se mettendo le sue braccia attorno alla mia vita. Così immobilizzata non potevo andare da nessuna parte così mi appoggia con la schiena al suo torace e rimasi ferma ascoltando il suo respiro regolare. Liberò un braccio per finire di mangiare quello che aveva nel piatto ma con l’altra mi teneva stretta. Io allora perché mi sentivo un po’ in imbarazzo cercai di liberarmi ma appena sentì che mi stavo divincolando strinse più forte e mi sussurrò all’orecchio: “Non vai da nessuna parte resti qui con me.” Io mi sentivo a disagio e la sua vicinanza mi faceva un certo effetto, sentivo il cuore battere forte e il mio desiderio era quello di stare il più possibile lontano, così con la scusa di dover andare in bagno mi allontanai da lui.

In bagno mi rinfrescai le guance che sentivo bollenti, mi guardai il viso: avevo gli occhi che mi luccicavano e una strana sensazione addosso. Dopo essermi calmata un po’ ed essermi ripetuta di smetterla di agitami ogni volta che Mark mi era vicino o mi sfiorava, uscii lentamente dal bagno.

I ragazzi nel mentre si erano spostati vicino alla pergola e dopo aver messo un po’ di musica ballavano. Mi guardai intorno e vidi che Carol stava sistemando i tavoli così mi unii a lei e Tom e con spazzoloni e acqua lavammo i piani dei tavoli e mettemmo in ordine le sedie accatastandole da una parte. Spostammo i sacchi con la spazzatura e gli avanzi di cibo vennero messi da parte o divisi in diversi contenitori.

Quando finimmo ci sedemmo esausti nel divanetto e con una birra a testa e con i piedi sopra al tavolino sorseggiammo la bibita fresca e guardavamo gli altri che ballavano. Non so se fosse la birra o la stanchezza ma ridevamo come matti per scemenze. Io con il corpo ero con Carol e Tom ma i miei occhi guardavano tra il gruppetto che ballava. C’era Mark che ballava con Catrin e a me dava fastidio, e mi urtava avere questa sensazione, ero forse gelosa? Che sciocchezza però ogni volta che Catrin era accanto a Mark ero infastidita. Quanto ero stupida a sentirmi così. Cercavo di non guardare ma il mio sguardo come una calamita era attirato in quella direzione.

Vidi ad un certo punto che Catrin con un bacio salutò Mark e allora lui si diresse verso di noi. Senza una parola si sedette acconto a me nel divanetto e mi prese la birra dalle mani e ne bevve un lungo sorso. Si unì a noi e continuammo a parlare ancora un po,’ poi vista l’ora ci salutammo e salutammo anche gli altri.

Salimmo in macchina e durante il tragitto verso casa non parlai e lui dopo avermi guardato mi chiese: “Sei così silenziosa! Sei molto stanca?” Io per tagliare corto risposi di si, ma mi sarebbe piaciuto chiedergli come mi sarei dovuta comportarmi nei prossimi giorni, poteva essere più chiaro e dirmi che voleva una finta fidanzata per far ingelosire Catrin, non mi spiegavo in altro modo il suo atteggiamento.

venerdì 7 novembre 2014

Vacanze a sorpresa 5

 
Salii in camera mia e andai a fare una doccia e poi mi cambiai e indossai un prendisole che metteva in risalto il po’ di colore che avevo preso in giornata e poi molto lentamente scesi le scale.
Lo trovai nella veranda seduto comodamente su una poltrona di vimini che sorseggiava del vino. Quando si accorse di me alzo il calice in segno di saluto e mi guardò attentamente dalla testa ai piedi con molta lentezza. Per nascondere il mio imbarazzo ricambiai lo sguardo fissandolo dalle spalle coperte da una camicia crema che gli stava molto bene, alle gambe accavallate fasciate da un paio di pantaloni blu molto eleganti  ai suoi piedi che calzavano un paio di mocassini molto costosi. Sorridendo mi chiese se avevo voglia di un bicchiere di vino, io risposi affermativamente e quando si mosse sentii il suo profumo di Patchouli che mi aveva turbato in pizzeria, ora mi stava facendo lo stesso effetto.
 Per togliermi dall’imbarazzo dissi: “Hai un profumo che mi piace moltissimo.” Lui mi guardo con aria sorniona e disse: “Lo so, per quello l’ho messo.” Si avvicinò porgendomi il calice e io per cancellare quella sorta di complicità che sembrava nascere tra noi replicai: “Sprechi il tuo tempo, tu non hai voglia di impegnarti e io pure.” Lui sorridendo continuando a guardarmi in maniera insistente disse: “Questo non ci impedisce di trascorrere una bella vacanza.” Capii tra le righe cosa stava intendendo, ma non era la stessa cosa che volevo io quindi per mettere fine a malintesi aggiunsi: “Grazie non mi interessa.” Lui sempre sorridendo si risedette sulla sua poltrona e dicendo: “Come vuoi miss ghiacciolo.”
Per rompere il silenzio dissi che aveva una bella casa e così mi parlò di come i suoi genitori l’avevano comprata e ristrutturata e del tempo che ci trascorrevano durante l’anno.
Poco dopo arrivò Maria per avvertirci che la cena era pronta in tavola e poco dopo ci augurò la buona notte e andò via. Mangiammo scambiandoci impressioni sul cibo, sulla casa e mi accorsi che parlare con Mark era piacevole. Finita la cena sparecchiammo e portammo tutte le cose in cucina, e poi Mark mi chiese se volevo andare a fare una camminata, ma dal tono della richiesta capii che avrebbe preferito non avermi tra i piedi  io ringrazia ma declinai l’invito perché ero stanca. Il viaggio e la giornata al mare mi avevano stancata così ci augurammo la buonanotte e lui uscì.
Mi coricai e presi il telefono per aggiornare Susan delle ultime novità rimanemmo diverso tempo a chiacchierare poi ci salutammo e io mi girai da una parte e mi addormentai.
Feci un lungo sonno come non mi capitava da tanto tempo, anche perché gli orari della pizzeria mi obbligavano ad andare a letto tardi e la mattina non mi piaceva dormire sino a tardi. Ma quella mattina mi sveglia alle sette bella fresca come una rosa, mi stiracchiai e andai alla finestra per guardare il mare. Avre trascorso un’altra bella giornata a rosolarmi al sole in compagnia di un bel libro così indossai il costume e la casacca e con la borsa in spalla scesi giù.
Appena mi vide Maria mi salutò cordialmente sgridandomi perché ero in piedi così presto, ma io le spiegai che ero mattiniera e che mi piaceva andare al mare presto e ritornare alle ore calde. Mi chiese cosa volevo per colazione, e insistetti  per rimanere in cucina a mangiare evitando che preparasse solo per me in salone. Mi chiese se il signorino dormisse ancora e io disinvolta risposi che era tornato tardi ieri sera e che a Mark piaceva alzarsi tardi. Lei fu soddisfatta della mia risposta, sorrise e mi guardò con dolcezza. Mi preparò un sacchettino con dei biscotti appena sfornati e dopo averla saluta mi diressi verso la spiaggia.
Sin che potevo continuavo a stare il più possibile lontano da lui, pensavo che era la cosa migliore prima di iniziare la commedia vera e propria in presenza dei genitori.
Verso mezzogiorno presi le mie cose e tornai a casa e in salone davanti a una tazza di caffè c’era Mark appena sceso dal letto. Aveva il viso assonnato e appena alzato era ancora più affascinante. Mi guardò chiedendomi: “Buongiorno da dove vieni?” io ricambia il saluto e risposi: “Dalla spiaggia sono andata a fare il bagno.” Mi guardò ancora e mi chiese: “Vuoi del caffè?” Io sorrisi e risposi: “Veramente preferirei un panino io sono pronta per il pranzo.” Dopo aver fatto uno sbadiglio replico: “Già è mezzogiorno. I miei tornano per la cena quindi ritieniti libera di fare quello che vuoi.” Io lo guardai e risposi: “Va bene grazie. Penso che nel pomeriggio ritornerò al mare.” Lui si alzò e mi guardò dicendo: “Ci vediamo più tardi e uscì dalla stanza.
Presi un panino che era nel vassoio, e addentandolo mi accorsi che ero veramente affamata. Quest’aria di mare mi stava stimolando l’appetito. Mentre mangiavo pensavo a Mark che in questi due giorni sicuramente era stato a salutare i suoi vecchi amici o qualche vecchia fiamma, dato che non mi aveva voluto tra i piedi, ma a me non mi importava quello che in realtà stava iniziando a preoccuparmi era che questa sera ci sarebbero stati i suoi genitori. Come dovevo vestirmi? E poi come dovevo comportarmi con lui. Potevamo avere un atteggiamento distaccato, non per forza dovevamo stare appiccicati come tiramolle in vin dei conti poteva dire che non amavo le smancierie e tutto si sarebbe risolto.
Finito di mangiare misi il cibo in cucina e sparecchiai, poi andai in camera mia e mi distesi sul letto al fresco della mia camera e verso le quindici ritornai in spiaggia.
Verso le diciotto inizia a preparare le mie cose perché ero stanca di sole e volevo ritornare in camera a prepararmi per bene per l’incontro con i genitori di Mark. Quando arrivai in casa c’erano delle valigie sistemate in salone e un signore che riconobbi come il padre di Mark perché gli assomigliava veramente tanto seduto in veranda. Mi avvicinai lentamente perché mi accorsi che aveva notato la mia presenza e allungai la mano per presentarmi. Lui mi strinse calorosamente la mano e mi chiese da dove venissi e se Mark era con me. Poco dopo vidi una bella signora che doveva essere la mamma di Mark. Lei mi studio attentamente il viso, sicuramente con tutto il sole  che avevo preso avevo gli occhi grossi come quelli di una rana. Cercai di controllare il mio imbarazzo e allungai la mano per salutarla. Ricambiò la stretta e continuò a studiarmi. Mi chiesero dove fosse Mark e io candidamente risposi che ero andata a riposare e quando lui era uscito io dormivo ancora.
Il papà allora molto conciliante disse: “Non vedrai l’ora di farti una bella doccia come pure noi vai pure in camera tua ci vediamo per un aperitivo prima di cena.” Ci salutammo e io mi diressi verso la mia camera ripensando allo sguardo enigmatico della mamma di Mark.
Quando scesi erano tutti già seduti in veranda a sorseggiare un bicchiere di viso fresco. Mark quando mi vide disse: “Vi siate già presentati?” Io sorridendo risposi: “Si ci siamo visti prima”. Mi sedetti a mia volta in poltrona e Mark mi chiese: “Prendi del vino?” Io lo guardai e risposi: “Si grazie.”
Parlammo del più e del meno e il padre di Mark faceva di tutto per mettermi a mio agio, ma la mamma non che fosse ostile ma sentivo il suo sguardo addosso e pensavo che probabilmente non le piacevo, troppo semplice per i suoi gusti. Non volevo farmi delle idee sbagliate prima di giudicarla così feci finta di nulla e risposi alle domande che mi facevano con molta naturalezza.
Dopo cena loro si ritirarono perché erano stanchi, ci salutarono e rimanemmo soli io e Mark. Lui dopo un po’ mi disse che i suoi amici lo aspettavano al bar, così lo salutai e se ne andò poco dopo.
Io rimasi ancora in veranda perché si stava bene c’era una bella brezza che portava il profumo del mare e degli eucalipti del viale d’ingresso. Rimasi a fantasticare su Londra e sul lavoro che mi attendeva tra qualche settimana. Non vedevo l’ora di partire e di iniziare questa nuova esperienza, chissà se avrei trovato altre opportunità di lavoro, forse si forse no ma non mi preoccupava. Stava per iniziare una nuova vita.

 

lunedì 3 novembre 2014

Torta alle rose


Non posso vivere senza libri è vero, ma talvolta leggere un libro gustando qualcosa di dolce è molto piacevole!!

sabato 1 novembre 2014

Vacanze a sorpresa 4


Per il viaggio indossai un abito a fiori molto carino che metteva in risalto la mia figura snella, un paio di sandali e portavo i capelli raccolti. Dovevo fare buona impressione sui genitori di Mark, non so perché ma ci tenevo ad essere ben accolta da questi genitori che non vedevano l’ora di vedere sistemato il loro viziato figliolo.

Io e Mark avevamo due posti nella corsia da due, ma durante tutto il tempo del volo scambiammo in tutto tre parole al massimo. Sembrava di cattivo umore, si era pentito certamente che la  scelta fosse caduta su di me. A me non importava non gli avevo chiesto nulla, era stato lui ad insistere. Ora doveva subirne le conseguenze, male che vada, pensai tra me, mi avrebbe comprato il biglietto di ritorno.

Alle 10 eravamo già arrivati ad Antibes. Quando scendemmo dall’aereo percorremmo a piedi la distanza che separava l’aereo dall’aeroporto. Ero agitata perché tra poco avrei conosciuto i genitori di Mark. Chissà che tipi erano, gli assomigliavano o forse erano burberi e prepotenti come lui. Mentre questi pensieri occupavano la mia mente, Mark mi disse: “ Aspettami qui, arrivo subito.” Io mi fermai vicino al bar poggia la mia valigia alle sedie della sala d’attesa e lo vidi allontanarsi verso l’uscita. Pensai tra me, forse va a vedere dove hanno parcheggiato i suoi. Dopo un po’ lo vidi arrivare senza valigia, si avvicinò a me e mi disse abbastanza gelidamente: “Andiamo”. Lo segui senza dire una parola verso l’uscita. Fuori c’erano diverse macchine, noi ci dirigemmo verso una Mercedes a due posti parcheggiata lì vicino. Mark mi prese la valigia e la depose nel portabagagli poi senza dire una parola si sedette al posto del guidatore e io al suo fianco e partimmo.

Il silenzio tra noi due stava iniziando ad essere pesante, mi girai dalla sua parte ad osservarlo. Aveva quell’espressione dura sul viso, la camicia azzurra che indossava metteva in risalto la sua carnagione scura. I suoi capelli erano così belli scomposti. Se fosse stato un’altra persona ci avrei fatto un pensierino, ma era così prepotente e a me le persone che volevano fare solo di testa loro non mi piacevano. Per me volevo una persona dolce, gentile, paziente tutto l’opposto di Mark Nicholson.

Senza girarsi, ma continuando a guidare mi disse: “I miei sono via, hanno deciso di prolungare di altri due giorni il loro giro in barca. Si scusano per non essere a casa ad accoglierti.”

Il mio primo pensiero fu di sollievo. Se i suoi genitori non c’erano non avremmo dovuto sforzarci di essere carini l’uno con l’altro. Mi venne in mente che in realtà non avevamo ancora parlato di come avremmo dovuto comportarci reciprocamente in presenza dei suoi genitori, ma la mia codardia mi impedì di porre la domanda. Così continuammo in silenzio il nostro percorso.

Poco dopo aggiunse: “Abbiamo circa un’ora di macchina prima di arrivare a casa, se hai bisogno di qualcosa dimmelo che mi fermo.” Disse questa frase senza girarsi dalla mia parte solo per pura educazione. Io allora per non essere scortese gli risposti: “No ti ringrazio non ho bisogno di nulla”. Poco dopo lo vidi premere un pulsante sul cruscotto e una piacevole musica si diffuse dalle casse. La musica avrebbe certamente reso meno noioso il viaggio anche se io non mi stavo annoiando.

Mi accorsi che man mano che ci spostavamo verso casa sua il paesaggio diventava più verdeggiante: grandi campi coltivati: girasoli, viti, mais. Le tipiche case coloniche molto semplici. Anche il traffico iniziava lentamente ad essere meno intenso, ci capitava di incontrare molte macchine tipo gippone con il cassone retrostante occupato da attrezzi e talvolta da animali.

Era molto bello qui, mi resi conto che un po’ alla volta stavo iniziando a rilassarmi. Mi piaceva guardarmi attorno e quello che vedevo era molto bello. Il sole intenso mi accarezzava la pelle e mi trasmetteva una piacevole sensazione, mi sedetti più comodamente e continuai a guardare fuori.

Ad un certo punto lo sentii mormorare: “Siamo arrivati” mentre la macchina stava percorrendo un viale fiancheggiato da eucalipti. Arrivammo davanti ad una bella casa dalla facciata bianca, quelle tipiche costruzioni che si vedono sul lungomare con le imposte chiare e delle enormi piante di oleandro che la circondavano. Era un edificio su due piani con ampi vetrate che illuminavano gli ambienti interni. Quando scendemmo dalla macchina lui si avvicinò al bagagliaio e tirò fuori le nostre valigie. Io presi la mia e lo seguii dentro la casa.

Appena messo piede dentro casa, depositò la sua valigia in soggiorno poi sentii che chiamava una donna e poco dopo comparve assieme a lui una signora di una certa età che si stava asciugando le mano sul grembiule che indossava. Mark fece le presentazioni: “Maria questa è Helen, Helen Maria. Per tutto quello che avrai bisogno puoi rivolgerti a lei senza problemi.” Sorrisi alla donna e le strinsi la mano. Poco dopo Maria ci chiese se volevamo mangiare qualche cosa o se eravamo stanchi. Mark senza consultarmi rispose per tutti e due che eravamo a posto così poi mi disse: “Seguimi che ti faccio vedere la tua stanza.” Presi la mia valigia e lo segui su per le scale che portavano al primo piano. Percorremmo un ampio e luminoso corridoio e aprì la seconda porta sulla destra dicendo: “Questa è la tua camera, se hai bisogno parla pure con Maria sino a quando non arriverà mia madre. Io ringrazia poco dopo aggiunse: “Abbiamo una spiaggetta privata puoi raggiungerla da quel sentiero che vedi vicino al cactus.”

 Mentre lo diceva mi prese per il gomito e mi condusse in fondo al corridoio e dalla portafinestra mi indicò il sentierino che scendeva alla spiaggia. Il suo tocco deciso mi produsse un certo brivido, ma cercai di non fargli capire che la sua vicinanza produceva un certo effetto su di me. Ringrazia senza guardarlo in viso e delicatamente mi sciolsi dalla sua presa spostandomi verso il lato estremo facendo finta di sporgermi per guardare più attentamente il panorama. Lui rimase dietro di me a poca di stanza, lo sentivo respirare e poiché io non mi decidevo a girarmi poco dopo disse: “Ritieni libera di fare quello che ti va. Fai come se fossi a casa tua.” Mentre lo diceva sentivo che sorrideva. Non mi girai e lui si allontano e io allora tirai un respiro di sollievo.

Ritornai in camera mia chiusi la porta alle mie spalle e mi guardai attorno. Era una bella camera spaziosa il letto molto largo aveva un bel copriletto bianco fatto con l’uncinetto; l’arredamento era molto bello tutti pezzi antichi che si adattavano perfettamente all’ambiente. Poche cose ma belle che non rendevano la stanza soffocante anzi entrando avevo avuto una piacevole sensazione di accoglienza.

Mi ricordai subito che dovevo spedire un messaggio a Susan per avvertirla che ol viaggi era andato bene e che ora ero a casa di Mark che disfacevo le valigie.

Mi avvicinai all’armadio e inizia ad appendere gli abiti per non sgualcirli di più. Dato che Mark mi aveva detto che potevo fare quello che volevo, decisi di indossare il costume e andare a fare un bagno. Era un peccato perdere tempo a riposarmi, lo avrei potuto fare anche in spiaggia. Misi il mio due pezzi e indossai un camicione, presi l’asciugamano dalla valigia e con le mie infradito scesi le scale e non incontra anima viva.

 Provai a cercare Maria per avvertirla che andava alla spiaggia, ma in cucina non c’era nessuno, così tornai sui miei passi presi il sentierino e dopo neanche 10 minuti ero già arrivata alla spiaggia. Il sole caldo era così piacevole mi tolsi le infradito e decisi di fare subito un bagno. L’acqua era fresca mi tuffai e la sensazione dell’acqua sulla pelle era molto gradevole, nuotai con bracciate energiche, poi tornai verso la riva e mi sdraiai al sole.

Non so quanto tempo fosse trascorso dovevo aver dormito sicuramente, avevo un leggero languore, ma non mi andava di tornare a casa, non volevo disturbare così decisi di non dare ascolto alla mia pancia ma tirai fuori dalla borsa il mio libro per ingannare il tempo leggendo.

Mi accorsi che il tempo passava perché i raggi del sole erano meno intensi e forse era meglio che facessi ritorno, ma non ne avevo voglia; cercavo di prolungare il più possibile il momento in cui sarei stata costretta a rivedere Mark.

Decisi che era il caso di ritornare a casa, così presi le mie cose, avevo la piacevole sensazione del sale che tirava la pelle, feci un sospiro e pensai da quanto tempo non stavo così bene.

Appena misi piede in casa vidi Maria che mi salutò allegramente: “E’ stata a fare il bagno?” “Si” risposi “Sarebbe stato un peccato non approfittarne.” Maria sorridendo aggiunse: “Se ha sete ci sono delle bibite in frigo e della frutta, si cena alle nove ma se avete fame possiamo anticipare.” “Per me va bene” Non volevo confessare che stavo per svenire dai morsi della fame, così per placare i miei brontolii mi recai in cucina a prendere un po’ di frutta.

giovedì 30 ottobre 2014

Vacanze a sorpresa 3



Alle 9 ero ancora a letto a poltrire, ma sentii il telefono squillare così mi alzai. “Pronto”. Dall’altro capo del filo c’era Susan che con la sua voce mi investì di parole che all’inizio mi sembravano strane e che chiesi di ripetere più lentamente. Avevo ancora la mente annebbiata e non riuscivo a connettere o meglio quello che mi stava dicendo era così strano che non mi sembrava vero.

“Susan puoi ripetere tutto dall’inizio?” Lei  riprese da dove si era interrotta. “Una mia amica mi ha detto che c’è un suo amico che sta cercando una ragazza che deve fingere di essere la sua fidanzata durante le vacanze che trascorrerà a casa dei suoi genitori. Niente sesso, niente cose sconce, un bacetto ogni tanto. Deve solo far credere ai suoi genitori che ha una ragazza, così questi non gli rovinano le vacanze.”  Dopo un attimo di silenziò continuò. “Quando questa mia amica me lo ha detto ho pensato subito a te. Potrebbe essere un modo economico per farti le vacanze”.

Ci fu un altro attimo di silenzio e io replicai: “Chissà quante ragazze sono interessate a questa proposta! Ma siamo sicure che non ci sia un inghippo?” “No le ragazze che lo sanno non dovrebbe essere tante e poi   cosa ti costa provare, male che vada ti fai una vacanza gratis e male male che vada se proprio la convivenza non funziona torni a casa e amici come prima”.

 Pensavo e ripensavo a quello che mia aveva appena detto Susan questa cosa girava nella mia testa come un tarlo. Ero molto attratta dall’idea. Una vacanza, per giunta  gratis. Troppo bello per essere vero. Magari il tipo che voleva questa fidanzata di facciata, era gay. Non che avessi nulla contro i gay, anzi se così era mi potevo fare una vacanza tutta spesata, senza nemmeno il rischio di un coinvolgimento.

Oppure forse era un ragazzo timido, che non era in grado di trovarsi una fidanzata..

Dopo un po’ la voce di Susan mi allontanò dalle mie fantasticherie e lei mi chiese: “Allora ti faccio fissare un appuntamento?” Silenzio.

Poco dopo le dissi: “Aspetta quanto corri, fammici pensare”. Lei allora molto più pratica di me continuò: “Ma cosa vuoi aspettare? Vai all’incontro e poi hai tutto il tempo di decidere”.

Io allora replicai: “Ma!!!”. Lei decisa più che mai replico:

”Hai o non hai bisogno di una vacanza?”. “SI” risposi sospirando.

 “Hai i soldi per potertela permetter?”- “No” sospirai ancora.

“Allora cosa stai tanto a pensarci su, buttati per una volta nella vita. Occasioni così non capitano tutti i giorni. Poi magari è anche bello”.

“E no” replicai. ” Lo sai che non voglio nessun legame, proprio ora che si sta per realizzare il mio sogno!!”

“Va bene, fai come credi però la vacanza te la puoi fare” replicò Susan.

“Va bene fissami questo appuntamento, tanto se non sono convinta non parto!”

“Bene così mi piaci. Ti faccio sapere quanto prima”. E mise giù il telefono.

Mentre mi preparavo per andare dal mio relatore pensavo alla vacanza con insistenza, ma subito dopo mi dicevo, “stai con i piedi per terra. Perché dovrebbe scegliere te? Queste cose sono come le favole, non succedono nel mondo reale”. Sorridendo uscii di casa e non ci pensai più.

 

Nel pomeriggio ricevetti una chiamata da Susan: “Domai pomeriggio al bar vicino al Duomo, alle 17. Mettiti una camicetta rossa”. Al momento non realizzai subito. “Una camicetta rossa, che assurdità”. Susan un po’ spazientita replicò: “ Dai non fare la difficile. Deve riconoscerti in qualche modo”. Io per non farla arrabbiare replicai conciliante: “Scusami ti sei data tanto da fare con me e io non faccio altro che brontolare! Va bene domani camicetta rossa al bar del Duomo alle 17.00”. “Brava. Così mi piaci”.

L’indomani mentre mi preparavo per andare al bar del Duomo ero agitata, stupidamente agitata. Mi davo della sciocca per essermi messa in questa situazione. Beh male che vada me ne sto a casa, mi ripetevo poco convinta.

Alle 17.00 ero in piazza del Duomo e con circospezione mi avvicinavo al bar. Avevo indossato una camicetta rossa su una gonna tubino scuro, sandali e avevo raccolto i capelli con una molletta facendo scendere qualche boccolo ribelle.

Mi stavo avvicinando ai tavoli del bar cercando di guardare le persone che erano sedute, ma non mi pareva di riconoscere nessuno.

Ad un certo punto lo vidi era seduto in uno dei tavolini laterali che sorseggiava una bibita. Non mi aspettavo di vedere Mark in quel locale non era il suo genere.

 Pensai che se mi vedeva parlare con un uomo certamente non ci avrebbe visto nulla di strano spero solo che il tizio non avesse scelto il tavolino vicino al suo in modo che lui non sentisse la nostra conversazione di finta fidanzata e vacanza gratis.

Lo guardai per un attimo, lui mi salutò espansivamente con la mano, mi avvicinai e poco dopo lo sentii dire: “Sei in ritardo di 5 minuti”. Lo guardai sbarrando gli occhi poi dopo essermi ripresa dallo shock gli chiesi: “Tu saresti il tizio che sta cercando la finta fidanzata?” Lui ridendo e squadrandomi dalla testa ai piedi mi rispose: “Tu saresti interessata all’offerta?” con un tono meravigliato e incredulo.

Non risposi ma una rabbia folle mi stava crescendo, girai i tacchi e stavo per allontanarmi quando sentii la sua voce secca ordinarmi: “Siediti”. Non lo avevo mai sentito parlare in modo così autoritario. Mi voltai lentamente e lo guardai. Mi guardò ancora e aggiunse: “Per piacere”. Mi sedetti ma desideravo essere lontano da lì per la vergogna e maledicevo Susan per avermi proposto questa cosa.

Mi chiese: “Prendi qualcosa da bere?” Risposi molto secca: “No grazie, vorrei andare se non ti dispiace”.

Invece di rispondere mi guardava e mi disse. “Stai molto bene con il rosso”. Prendendomi sfacciatamente in giro. Lo fulminai con lo sguardo e questo provocò una sonora risata in lui. Quanto mi sarebbe piaciuto dargli un bel pugno, ma mi imposi di mantenere la calma, fare un bel respiro e calmarmi.

Lui mi guardava e sorrideva sornione. “I miei genitori mi voglio a tutti i costi sistemato. Non ho voglia, anzi ancora non mi sento di impegnarmi con una ragazza fissa così per evitare che anche quest’anno mi facciano il predicozzo, vorrei andare con una ragazza che finga di essere la mia fidanzata.” Dopo che ebbe terminato gli chiesi: “Ma perché non ti porti una di quelle che frequenti?” Lui sorrise e mi rispose: “Perché sono un po’ appariscenti e non sarebbe il tipo di ragazza che piacerebbe ai miei e poi come ti ho detto non mi voglio impegnare”.

 E tu perché sei interessata a questa offerta?” Io molto rigidamente replicai: “Ti sbagli non sono interessata”. Mi alzai ma la sua mano prontamente mi fece risedere. Mi divincolai dalla sua stretta e lo fulminai con lo sguardo. Lui mi guardò molto divertito e replicò: “Ti ripeto la domanda perché sei interessata all’offerta?”. Pensai che se continuavo con questo atteggiamento non sarei più andata via quindi decisi di rispondere alla sua domanda: “Non ho i soldi per una vacanza o per essere precisa li ho, ma quelli che ho messo da parte mi servono per altro.”

 Non stetti a spiegargli che ero molto stanca e che pur di andare in vacanza avrei fatto qualsiasi cosa, ma questo a lui non sarebbe interessato. Non avrebbe capito lui che non aveva problemi di soldi. Mi alzai ma questa volta non mi trattenne. “Ti ringrazio per l’offerta, ma non sono interessata a venire in vacanza con te”. Lui mi guardava sempre sorridendo, ma senza aggiungere altro. Mi voltai e andai via.

Quando arrivai a casa ero così arrabbiata con me stessa che mi sarei presa a schiaffi.

Mi cambiai e andai in pizzeria e un po’ alla volta la mia rabbia sbollì. La cosa che più di tutte mi feriva era che era lui la persona davanti alla quale mi ero resa ridicola, non aveva fatto altro che sorridere e prendermi in giro. Accidenti a me che ero stata così credulona.

Tre giorni dopo l’appuntamento ricevetti una telefonata: “Sono Mark, volevo dirti che accetto la tua offerta di accompagnarmi in vacanza”. Rimasi un attimo senza parole poi risposi. “Ti ringrazio, ma non vengo, cercati un’altra compagnia più adatta alle tue esigenze”. Misi giù il telefono con il cuore che batteva a cento. Mi sedetti sul divano e mi alzai dandomi della cretina per essere così agitata. Possibile che mi faceva questo effetto. Mi irritava perché era sempre sicuro di se stesso, convinto che tutti dovessero ubbidirgli. Sfacciato presuntuoso!

Due giorni dopo ricetti una lettera quando l’aprii dovetti sedermi perché conteneva un biglietto d’aereo di andata per Minorca. Questa cosa mi fece montare una rabbia feroce. Ma chi si crede di essere. Telefonai a Susan per dirglielo e lei con tutta calma mi disse: “Sei una vera sciocca se non vai”. Io nera di rabbia replicai: “Ma lo vuoi capire che se fosse stato un’altra persona non ci avrei pensato due volte.  Non voglio andare via con lui!”. Susan candidamente aggiunse: “Ma lui a quanto pare vuole andare via con te” – “Solo perché gli ho detto di no sta insistendo così tanto.”

Susan ribattè: “Fregatene, è un bel ragazzo, se ti da un bacio non muori. Se lo vuoi evitare puoi farlo non dormirai nella stessa stanza con lui,  abiterai a casa dei suoi. Fidati sei in una botte di ferro”.

Non lo dissi a Susan, ma questa volta avrei fatto di testa mia. Presi il biglietto e lo misi sulla credenza domani lo avrei rispedito indietro. Con questo proposito mi cambia per andare in pizzeria.

A mezzanotte quasi l’una quando uscii dalla pizzeria vidi una macchina, un SUV per la precisione parcheggiato sopra il marciapiede e pensai dentro di me che le persone sono proprio irrispettose. Mi bloccai di botto e realizzai che quella macchina apparteneva a una sola persona irrispettosa e cioè a Mark Nicholson.

Cosa ci faceva fuori dalla pizzeria. Ad un certo punto lo vidi che si avvicinava a me. Quando mi fu vicino mi sorrise e mi chiese: “Hai ricevuto il biglietto?” Io cercando di controllare la mia voce risposi: “Si l’ho ricevuto e se sapevo che stasera eri in pizzeria te lo avrei portato per restituirtelo”.

 Mi guardo ancora sorridendo: “Mi piacciono le persone determinate. Passo a prenderti domenica mattina alle otto e se non sei pronta ti porto via così come sei.” Allora tutta la rabbia che stavo cercando di controllare esplose: “Ma chi ti credi di essere. Sei solo un prepotente viziato che deve imporre la sua volontà agli altri. Non vengo con te da nessuna parte.” Mi guardò ancora sorridendo: “Domenica alle otto, mi raccomando non farmi aspettare”.

 

Ci volle tutta la pazienza di Susan per convincermi a preparare le valigie. Cercò di farmi vedere tutti i vantaggi di questa vacanza di cui avevo veramente bisogno. Ero veramente stanca, i nervi a fior di pelle.

Mi prestò alcuni dei suoi vestiti perché diceva che  i miei abiti  stravaganti non sarebbero certo piaciuti ai miei futuri suoceri.

Non so come ma anche Pablo e Rosi accolsero con gran piacere la notizia della mia partenza, speravo che almeno loro fossero dalla mia parte ma con molto affetto mi dissero che si vedeva che ero stanca e questa vacanza mi avrebbe fatto bene. Anche io per placare i miei rimorsi me lo ripetevo. Se solo non ci fosse stato Mark come compagno di viaggio sarebbe stato tutto splendido.

martedì 28 ottobre 2014

Vacanze a sorpresa 2


Alle 18 entrai puntuale in pizzeria per il mio turno serale. Erano anni che lavoravo in questa pizzeria a conduzione familiare, da quando avevo iniziato a frequentare l’università anche perché la borsa di studio non era sufficiente per pagare l’appartamento, le bollette, e mettere via i soldi per andare a Londra.

Pablo il capo famiglia mi accolse come sempre con il suo caloroso sorriso: “Ciao Piccola come va?” Lo guardai con affetto e risposi ricambiando il suo sorriso: “ Bene Pablo”. Girai attorno al bancone ed entrai in cucina dove c’era Rosa la sua voluminosa mogliettina che era già super impegnata a mescolare, affettare, rosolare verdure, carne, pesce con magica maestria. Rosa alzo il viso e senza dire nulla mi sorrise poi con aria pacata mi disse: “Questa sera ci sono due tavolate di 15 e 12 persone, metterei quelli da 15 nella saletta blu e quelle da dodici nella saletta pesca e gli altri in quella solita davanti.” La guardai annuendo e andai nella stanzetta lì accanto a cambiarmi.

Poco dopo arrivarono i figli Miriam e David che poco dopo aver salutato i presenti, con me iniziarono a sistemare le salette in attesa degli avventori. Ognuno di noi si occupava di una sala e mentre si lavora si rideva e scherzava in piena armonia. Io oramai ero della famiglia e mi trattavano come tale.

Verso le 19.30  iniziarono ad arrivare i primi clienti, che ordinavano le pizze da portar via.

 Alle 20.00 arrivarono le persone che avevano prenotato le due tavolate e con mio disappunto in uno dei due gruppi c’era Mark  Nicholson. Non era la prima volta che veniva lì, ma vederlo due volte di seguito in un solo giorno era troppo. Cercai di mettermi d’accordo con David il figlio più grande di Pablo in modo che fosse lui a servire  la saletta dove c’era Mark, ma Pablo mi precedette e mi chiese di seguirli personalmente perché ero molto più professionale e con i ragazzi sapevo farmi rispettare. Così dovetti fare buon viso a cattiva sorte e dopo aver fatto un profondo sospiro e dopo averli fatti accomodare, presi il mio tablet e mi avvicinai alla tavolata.

Mi posizionai in modo da avere Mark alla mia sinistra, perché non lo volevo avere di fronte. Salutai cortesemente e chiesi: “Cosa vi posso portare da bere?”. Naturalmente c’era chi voleva la coca, chi la birra chi  l’aranciata. Una volta sentite le richieste. Alzando un pò il tono di voce in modo da attirare la loro attenzione chiesi: “Quindi quante coche?” mi sentii rispondere: “Tre”. Continuai. “ Quante birre piccole, e quante medie”. Risposero: “Tre piccole e due grandi”. Continuai: “Quante aranciate?”. “Due”. Contai le ordinazioni era una tavolata di 12 persone, avevo undici ordinazioni. Chiesi: “Chi manca, chi deve ancora ordinare?” Senza nemmeno girarmi, sapevo che chi ancora non aveva ordinato era Mark.

Lo sentii dire: “Devo ordinare io”. Mi girai lentamente dalla sua parte e con un sorriso sforzato chiesi educatamente: “Prego”. Lui guardandomi negli occhi intensamente dopo un po’ di tempo che mi parve lunghissimo mi disse: “Un calice di vino rosso della casa”. Seguì un sorriso sforzato per ricambiare il mio. Mentre mi giravo per andare via aggiunse: “Non freddo, detesto il vino rosso freddo”. Lo guardai e risposi con una dolcezza esagerata in modo che capisse che lo stavo facendo apposta. “Naturalmente, lei è un vero intenditore”. Mi sarebbe piaciuto aggiungere dell’altro, ma ero nel locale di Pablo ed il cliente aveva sempre ragione. Così mi morsi la lingua  e andai al bancone a preparare il vassoio con le ordinazioni.

La mia tentazione istantanea  sarebbe stata quella di mettere del pepe nel bicchiere del mio simpatico conoscente, ma ero nel locale di Pablo e non potevo.

Terminai di preparare i vari bicchieri e con una mano sotto il vassoio mi diressi verso il tavolo che stavo servendo distribuendo ai commensali le bibite ordinate. Per ultimo rimase il calice di vino e professionalmente lo porsi a Mark senza guardarlo in viso ma mentre mi avvicinavo gli sfiorai la spalla e in quel momento sentii il suo profumo molto maschile che mi colpì le narici dandomi un brivido sensuale.

Chiusi un attimo gli occhi mentre istintivamente aspiravo quel profumo, in quel momento mi accorsi che lui si era girato e mi guardava e sulla sua bocca gli comparve un sorriso sornione facendomi arrossire immediatamente. Si avvicinò a me e disse: “Patchouli”. Lo guardai e arrossi ancor di più, mi allontanai velocemente vergognandomi come una ladra. Mi piacevano i profumi sia quando li portavo io sia quando li sentivo addosso agli altri, mi intrigavano tanto. La cosa che più mi dava fastidio era che dovevo ammettere che Mark portava un profumo che mi piaceva molto.

Passarono 15 minuti, cercai di  farmi passare l’agitazione e tornai al loro tavolo questa volta mettendomi all’estrema destra, il più lontano possibile da Mark e dal suo profumo così conturbante.

Presi tutte le ordinazioni,  ma come prima con le bibite, era una tavolata da 12 ma avevo solo undici ordinazioni. Chiesi chi dovesse ancora ordinare ben sapendo chi doveva ancora farlo. Sentii la voce di Mark che diceva: “Scusa puoi ripetermi tutto da capo perché ero un po’ distratto?” Mi sforzai di essere più disinvolta possibile e mi avvicinai a lui  e il suo profumo mi colpì intensamente le narici dandomi un brivido piacevole. Rilessi il foglio con il menù conscia di avere il suo sguardo fisso su di me. Quando finii di leggere alzai gli occhi verso di lui guardandolo, lui ricambiò il mio sguardo e molto lentamente con una voce molto dolce e calda mi disse: “Non so cosa prendere,  cosa mi consigli?”. Feci finta di non cogliere  il modo sensuale con cui si rivolse a me come se invece di ordinare una bistecca mi stesse invitando ad uscire con lui. Risposi in modo spiccio senza guardarlo: “E’ tutto molto buono, ma la zuppa con pollo al limone è squisita”. Allora lo sentii dire: “Bene allora zuppa di carote con prugne avvolte nel bacon”. Facendo uno sforzo immane per non  dirgli quello che in quel momento mi passava per la testa mi allontanai velocemente.

Quando arrivai in cucina diedi libero sfogo alla mia rabbia. Raccontai per filo e per segno cosa mi era appena successo e dopo aver sentito il mio racconto scoppiarono tutti in una bella risata che contagiò anche me e fece sbollire la rabbia che covavo dentro. Dovevo smetterla di arrabbiarmi per queste sciocchezze, lo sapevo che faceva di tutto per farmi dei dispetti, dovevo solo essere superiore a lui e non prendermela come avevo appena fatto. Era da sciocche assecondarlo in quella maniera.

Fortunatamente i commensali mangiavano con gusto apprezzando i patti e anche Mark finì il suo e quando arrivò il momento di ordinare il dessert anche in questo caso l’ultimo ad ordinare fu lui ma io non ci diedi peso, ripetei la lista dei dolci della casa e lui ovviamente dopo avermi chiesto consiglio prese un gelato che poi lasciò che si sciogliesse nella ciotola.

Quando fu ora di chiedere il conto, tirai un respiro di sollievo perché non vedevo l’ora che se ne andassero via dal locale, ma rimasero a chiacchierare ancora un bel po’ poi si alzarono e uscirono.

Mark fu l’ultimo ad uscire e mentre percorreva la sala  mi vide che ero dall’altra parte del locale e  mi guardò io gli diedi solo una rapida occhiata poi allontanai il mio sguardo dalla sua persona per fargli capire che non mi interessava e mi voltai per andare in un’altra sala dove c’era bisogno di me.

Quando dopo dieci minuti mi avvicinai alla tavola per sparecchiare sentii un forte odore di Patchouli, ero convinta che il tovagliolo si fosse impregnato del suo profumo in realtà Mark era dietro di me e lo sentii dire: “Ho dimenticato questi” e mentre lo diceva prendeva la custodia degli occhiali e mi guardò. “Scommetto che me li avresti portati domani” io guardandolo negli occhi con aria di sfida risposi: “ Li stavo buttando nella pattumiera perché non mi venisse questa tentazione”. Lui mi guardò sorridendo e si allontanò per poi uscire definitivamente dal locale.

Mentre sparecchiavo non facevo che pensare a lui. Era stata una strana serata. Aveva fatto di tutto per provocarmi e io stupida ero caduto nel suo gioco. Era talmente annoiato che si era abbassato a punzecchiarmi, ma la prossima volta non ci sarei cascata.

Arrivai a casa piuttosto stanca. Ero a pezzi, avevo veramente bisogno di una vacanza. Più ci pensavo e più sapevo che non era possibile e più mi sentivo stanca. Era come il gatto che si morde la coda senza soluzione.

 Mi avvicinai al telefono per ascoltare la segreteria telefonica.  C’erano dei messaggi e li ascoltai. Uno era di Susan che mi aveva trovato la soluzione per le mie vacanze, un altro del mio prof che mi dava appuntamento per l’indomani mattina.

Feci una doccia e poi mi ficcai sotto le coperte e mentre mi rilassavo mi ritornò in mente il viso di Mark bello, il suo sorriso invitante, il suo sguardo intrigante e la sua voce calda.

Mi girai di scatto dicendomi basta, smettila, dormi, ma faticai parecchio prima di prendere sonno.