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domenica 7 dicembre 2014

La linea d'ombra di Joseph Conrad


 
"V'è qualcosa che si svolge nel cielo, come una decomposizione, una corruzione dell'aria, che rimane più ferma che mai. In fondo, sono soltanto nubi, che possono o no portare vento oppure pioggia, Strano che debbano conturbarmi così. Ho l'impressione che tutti i miei peccati m'abbiano raggiunto. ma forse il problema è solo che la nave non si muove, non risponde ai comandi, e che io non so cosa fare per evitare che la mia fantasia si lanci pazzamente su tutte le più disastrose immagini del peggio che ci può capitare. Cosa succederà? Forse nulla. O qualsiasi cosa. Potrebbe essere una burrasca in cui andiamo a capofitto. E in coperta ci sono cinque uomini con la vitalità, diciamo, di due. Potremmo ritrovarci con tutte le vele spazzate via. Tutte le vele sono bordate da quando salpammo, alla foce del Menam, quindici giorni orsono... o quindici secoli. Mi sembra che tutta la mia vita prima di quel fatidico giorno sia infinitamente remota, memoria che sbiadisce della mia gioventù spensierata, qualcosa al di là di un'ombra. Si, le vele potrebbero benissimo essere spazzate via. E sarebbe per gli uomini come una condanna a morte. Non vi sono a bordo forze sufficienti a tesarne di nuove: pensiero che pare assurdo, ma è la pura verità. Oppure potremmo rimanere disalberati. Molte navi sono state disalberate soltanto perché non erano manovrate con sufficiente prontezza, e noi non siamo in condizioni di bracciare i pennoni. E' come essere legati mani e piedi, pronti perché qualcuno ti tagli la gola. E ciò che mi atterrisce è ch'io evito di andare sul ponte a fare fronte alla realtà. E' un dovere verso la nave, e verso gli uomini che stanno sul ponte, alcuni di loro pronti a radunare i residui di forze a un mio ordine. E io evito di farlo. Rifuggo dalla semplice vista. Il mio primo comando. Adesso comprendo quello strano senso d'incertezza nel mio passato. Ho sempre sospettato che avrei potuto non farcela. Ed ecco la prova sicura. Sto eludendola. Non riesco a farcela. 

venerdì 5 dicembre 2014

Nel cerchio magico 5


Dopo aver sistemato i covoni le ragazze di solito si nascondevano nel fienile per farsi trovare e amoreggiare un po’con i ragazzi; oppure un altro gioco divertente era quello di tuffarsi dal piano alto del fienile sul fieno appena raccolto. Alma lo faceva sempre volentieri, in quel momento aveva visto un bel carro che era stato portato là sotto e senza pensarci tanto prese la rincorsa e si lanciò con un urlo. Proprio in quel momento passava Tomas che non si era accorto che sotto c’era il carro con il fieno e si spavento credendo che Alva sarebbe caduta per terra.

Mentre Alva sdraiata rideva come una pazza vide arrivare Tomas bianco come se avesse visto un cadavere e quando si rese conto che Alva era planata dolcemente sopra il carro di fieno e non per terra come lui si era immaginato, gli montò una tale rabbia che esplose dicendo: “Se non sparisci ti garantisco che ti sculaccio sino a scorticarti.”

 Alva si alzò velocemente stupita della reazione esagerata di Tomas, non riusciva a capire perché se la fosse presa tanto con lei. Mentre raggiungeva gli altri sotto il portico pensava alla reazione che aveva avuto Tomas. Era sbiancato temendo che si fosse fatta male. Allora ci teneva a lei non le era poi così indifferente.

Dopo un po’ lo vide arrivare mentre si abbottonava la camicia. Si sistemo nel punto più lontano da lei, ma la tenne d’occhi per tutta le cena. Mangiarono, circolava tanto vino e quando i suoi amici di tavola iniziarono ad alzare troppo il gomito vide Tomas avvicinarsi a lei , la prese sotto braccio e la portò in un tavolino un po’ più tranquillo.

Alva lo guadava e lui ad un certo punto sbotto: “Cos’hai da guardare?”

Lei con un sorrisetto gli rispose: “In fin dei conti non ti sono poi così indifferente?” lei sorridendo continuò: “Ti sei preso un bello spavento perché credevi che potessi farmi male cadendo?” Lui la guardò torvo e le rispose: “Ti sbagli mi sarei comportato così per qualsiasi altra persona.”

Lei ora inviperita rispose: “Sei un ipocrita bugiardo. Perché non hai il coraggio delle tue azioni?” lui la guardò e non rispose. Lei allora continuò: “Tu non la ami. Non è la donna per te dona Carmela. E’ una persona splendida ma tu non vuoi lei, desideri me come io te.” Lui la guardò e disse: “Non sono la persona che fa per te, ti farei solo soffrire.” Lei urlando gli disse: “Come puoi dire una cosa del genere?”

         Tomas si alzò e dopo averla guardata le disse: “Domani devo alzarmi presto è meglio che vada” Alva cercò di trattenerlo dicendogli: “Mi puoi accompagnare?” Lui scuotendo la testa rispose: “E’ meglio di no!” la salutò e la lasciò sola con una amarezza e una tristezza infinita. Ma come faceva a dire che l’avrebbe fatta soffrire, perché si ostinava in questo atteggiamento. Ma poco alla volta la rabbia ebbe il sopravvento e con tutte le sue forze decise che gli avrebbe dimostrato che non valeva così poco come lui credeva.

Per non pensare a lui si buttò a capofitto sul suo lavoro gli orari non erano mai gli stessi gli poteva capitare di essere chiamata in qualsiasi momento per occuparsi della salute dei piccoli animali domestici; effettuare controlli igienico-sanitari degli allevamenti. A volte veniva chiamata nel parco naturali dalle Guardie forestali per accudire qualche piccolo animale che si era infortunato.

Molto spesso si recavano da lei che prescriveva i farmaci da somministrare agli animali in ragione di determinate patologie; effettuava controlli sugli alimenti di origine animale. Erano tante le richieste che riceveva che non si annoiava per niente.

Il momento che più l’angosciava era quando finiva di lavorare immancabilmente la sua mente iniziava a vagare sempre nella stessa direzione sul letto, un solo pensiero schiacciava Alva, la gettava, dilaniava, contro il fondo di se stessa; mai più l’avrebbe avuto accanto in un tumulto di sentimenti. Quella certezza la penetrava e la stroncava; lama avvelenata le squarciava il petto, le imputridiva il cuore, cancellando il suo desiderio di sopravvivere, la sua gioventù avida di vita. Solo il desiderio la sosteneva. Perché lo aspettava se era inutile? Perché il desiderio divampava come una fiamma, un fuoco che la divorava nell’intimo, che la manteneva in vita.

Ma il suo corpo non si rassegnava e lo reclamava. Bisognava mettere un freno a questo morire giorno per giorno e ogni volta un po’ di più. Il suo corpo tuttavia non si rassegnava e lo esigeva, pieno di disperazione.

 Tomas affascinante con i capelli  ricci scuri, occhi neri profondi e un sorriso canzonatorio. Voleva averlo lì, gemere impudica, venir meno sotto i suoi baci. Ma, ah, bisognava reagire e vivere.

Fu alla festa di Capodanno che lo rivide dopo settimane che non lo incrociava per il paese. Alva non voleva andare alla festa; un po’ perché era molto stanca perché quegli ultimi giorni prima della fine dell’anno erano stati molto frenetici e poi perché non era molto in vena di divertimenti, ma dopo ripetute insistenze si era fatta convincere da Ema ad andare alla festa.

Aveva indossato un abito carina, dopo che durante tutto l’anno portava solo pantaloni camicie ampie e stivaloni molto pratici, si sentiva molto femminile. La festa si stava animando e i partecipando si stavano scaldando buttandosi nella mischia a ballare, anche Alva trasportata dalla musica si era buttata nella mischia. Mentre ballava vide un tipo che non conosceva che la fissava insistentemente. Lei naturalmente non aveva voglia di socializzare quindi non diede retta ai sorrisi che questi le lanciava, anzi cercò di spostarsi per cercare i suoi amici. Trovò Pablo e si mise a ballare accanto a lui.

La temperatura nella sala stava crescendo e la voglia di bere aumentava, Alva, aveva toccato solo del succo non sentiva la necessità di bere anche se una bella sbronza le avrebbe fatto bene per dimenticare un po’ la sua angoscia.

Stanca di ballare decise di uscire fuori sulla terrazza per una boccata d’aria, c’erano altre persone, qualche coppietta che cercava un po’ di intimità: Alva si spostò su un lato e non si accorse che il tizio di prima l’aveva seguita. Notò che era un po’ brillo perché mentre le andava incontro traballava sulle gambe.

Si avvicinò ad Alva e la salutò dicendole: “Ciao bellezza che fai tutta sola?” Alva si scostò dall’uomo perché l’odore di alcol le dava fastidio. Il tizio invece le si avvicinò ancora e cercò di abbracciarla. Alma sorpresa da tanta sfacciataggine lo scostò in malo modo dicendogli: “Ma cosa fai, toglimi le mani di dosso” Lui sempre più sfrontato cercò ancora di abbracciarla e disse: “Non fare tanto la schizzinosa. Sei venuta qui per cercare compagnia” Alva al colmo della rabbia cercò di divincolarsi ma il tizio era molto forte e le impediva di allontanarsi. Alva cercò di urlare, ma non riuscì a farsi sentire e a quel punto inizio ad aver paura, lottava con tutte le sue forze quando si accorse che il tizio venne scaraventato a terra da un pugno che si rese conte più tardi era stato mollato da Tomas che come per magia si era materializzato davanti a lui.

Alva appena lo vide disse: “Tomas!” Lui con il volto truce, la prese violentemente per un braccio e la trascinò giù per le scale e fuori dalla sala lontano da tutti. Quando arrivò vicino alla sua auto le disse irato: “Potresti scegliere in modo più attento i tuoi corteggiatori.” Lei stupita dal tono della sua accuse e arrabbiata per il modo in cui l’aveva trascinata lontano le rispose irata: “Non l’ho scelto io, mi ha seguito.”

Aggiunse ancora: “Ti ringrazio per avermi aiutato ma non hai nessun diritto di apostrofarmi con questo tono.”

Lui la guardò attentamente e si accorse che Alva stava tremando come una foglia. Le si avvicinò e la prese tra le braccia stringendola a se, Alva si abbandonò a quell’abbraccio e sollevando il viso cercò la sua bocca: “Ahi,  Tomas, oh!” e non disse di più nulla, labbra lingua e lacrime masticate dalla bocca vorace ed esperta di lui.

 

lunedì 1 dicembre 2014

Nel cerchio magico 4


Alva ora che era sola con lui stava iniziando ad agitarsi ma cercò di controllarsi anche perché Tomas non sembrava in vena di cordialità.

Gli aprì la portiera dell’auto e mentre gli passo davanti per montare in macchina lo sfiorò e questo contatto provocò su di lei come una scarica elettrica. Anche lui aveva avuto la stessa sensazione perché si ritrasse all’istante.

Montò in macchina accese il motore e partirono. Mentre si dirigevano verso casa lui disse: “Non capisco perché perdi il tuo tempo qui quando potresti benissimo trovarti un lavoro più soddisfacente a Huelva.” Alva stava iniziando a irritarsi e gli rispose scocciata: “Si da il caso che non devo rendere conto a te  quello che faccio. Come ti ho detto qui c’è mio padre e voglio vivere con lui e poi…” Ma non continuò e terminò la frase senza proseguire.

Lui la guardò per un attimo e irato aggiunse: “Ti do tempo un mese e ne avrai sin sopra i capelli di questa gente del paese.”

Lei lo guardò sfidandolo: “ Se nel giro di un mese non me ne vado cosa succede signor tutto so io?” Lui la guardò replicando: “Nulla. Ma ti stuferai. Sei abituata alle comodità della città, alle feste, ai bei negozi, alla gente. Qui l’inverno è noioso; si fanno sempre le stesse cose. L’unica distrazione è una birra da Blanco o qualche festa ogni tanto.”

Alva replicò alle sue osservazioni: “Si vede proprio che non mi conosci. Non credere che a Huelva facessi la bella vita. Comunque ho preso questa decisione e non torno indietro.”

Erano arrivati a casa e Alva scese dall’auto e lo invitò ad entrare: suo padre era ancora alzato e stava facendo una partita a dama con il dottore. Tomas entrò e salutò i due uomini poi parlò con il padre di un pacco che aveva da consegnarli e delle carte che doveva fargli firmare. Alva si era illusa che quella di Tomas fosse stata solo una scusa per accompagnarla a casa in realtà doveva effettivamente parlare con il padre. Non importava.

Quando gli uomini finirono le loro cose Alma si alzò per accompagnare Tomas alla porta.

Lui la guardò e gli domandò: “Sei decisa a rimanere allora?” Alva si spazientì e non poco e rispose ora su tutte le furie: “Si può sapere che fastidio ti do se resto o me ne vado? Non ti preoccupare che non ho intenzione di importunarti.”

Non finì di dire questa frase che Tomas la prese per le spalle e la avvicinò con forza a se e stava per baciarla quando il rumore della porta li fece sobbalzare e si separarono per far passare il dottore che con un sorrisetto gli augurò la buona notte.

Tomas la guardò, poi si girò e seguì il dottore, e senza voltarsi la salutò in malo modo e andò via.

Alva era ancora una volta sconvolta, non sapeva cosa pensare; una cosa era certa non gliela avrebbe data vinta. Lui aveva detto che nel giro di un mese sarebbe fuggita, ma non la conosceva bene. Sarebbe rimasta e avrebbe esercita a Jabugo questo era certo.

Un giorno lei e il dott. Sarazar vennero chiamati a casa della vedova che aveva chiesto al dottore di fare la solita visita mensile al gregge di capre che aveva. Alva era molto curiosa di conoscerla e allo stesso tempo gelosa di vedere la donna che aveva conquistato il cuore di Tomas.

Dopo aver fatto la visita al bestiame, il dottor entrò in casa: una bella casa fresca, quelle di una volta, con un ampio cortile interno, con porticati e loggiati dai quali come una cascata pendevano dei rampicanti; la parte centrale era sistemata a giardino,  con una fontana che rendeva ancora più accentuato il fresco dell’ambiente; la corte interna  era decorata con azulejos  particolari che Alva non aveva mai visto di così belli e rimase a lungo ad ammirarli. Sentì alle sue spalle una voce di donna che le chiedeva: “Belli vero?” Alva si girò e vide una donna non più giovanissima ma che doveva essere stata una donna molto bella. Salutò il dottore con molto calore e poi fatte le presentazione sorrise cordialmente anche ad Alva. “Mio marito era appassionato di azulejos questi sono stati disegnati appositamente dall’arch. Tomas Ribeiro Colaço” disse con orgoglio.

 Li fece accomodare e offrì loro del succo e dei biscotti appena sfornati. Dona Carmela era questo il nome della vedova era una donna pratica, che dalla morte del marito aveva amministrato le sue proprietà non senza difficoltà e quando seppe che Alva aveva intenzione di svolgere la stessa professione del dottor Salazar, le disse: “Sarà dura all’inizio proprio perché sei una donna, ma non ti devi fare intimorire e vedrai che col tempo ti rispetteranno ancor di più” Quelle parole furono di grande conforto per Alva.

Stavano per lasciare la casa quando in soggiorno comparve Tomas che fu sorpreso di vederli lì. Salutò un po’ cupo e rivolgendosi a Dona Carmela disse: “Ho finito, di sistemare.”

Dona Carmela si rivolse a lui e gli disse: “Prendi un bicchiere di succo e qualche biscotto, li ho appena fatti”.  Tomas fece come gli diceva e si sedette in una sedia accanto a lei e di fronte ad Alva.

Scambiammo ancora alcune parole poi dona Carmela chiese al dottore se poteva accompagnarla che voleva fargli vedere una mappa antica. Con quella scusa li lasciarono soli in soggiorno.

Alva non riusciva a restare seduta così si alzò e andò a guardare le belle piante del patio. Poco dopo sentii la presenza di Tomas dietro alle sue spalle: “Come sta tuo padre?” Senza guardarlo rispose: “Bene grazie.”

Lui continuò: “Domani ci sarai alla mietitura dai Rodrigo?” Sempre dandogli le spalle rispose: “Certamente, e tu?” Lui rispose: “Si. Ci sarò”. Poi un po’ spazientito le chiese: “Ti da fastidio guardarmi in faccia?”

Lei irritata si girò e gli rispose: “Si da il caso che quello infastidito sei tu. Non vuoi che rimanga a Jabugo, speri e ti auguri che il lavoro che voglio intraprendere mi vada male, non vedi l’ora che me ne vada.”

Lui irritato rispose: “Dannazione ma non capisci che lo dico per te?” Lei con la rabbia che le stava crescendo rispose: ”Se ti interessasse qualcosa di me capiresti che non posso starti lontano. Non ci riesco. Rimango qui perché ci sei tu.” Lui la guardò e rispose: “Fai male io non sono la persona adatta a te. Meriti di meglio.” Lei quasi con le lacrime agli occhi gli rispose: “Come fai a dire questo, io non voglio nessun altro.” Lui continuò girandole le spalle: “Ho altri progetti. Tu dovresti trovarti un ragazzo che ti ami come meriti.”

Lei si allontano dicendogli: “Sei l’uomo più stupido che abbia mai conosciuto. Ti auguro di essere felice, almeno tu.”

Uscì dalla casa e aspettò il dottore in macchina dove potè piangere in santa pace. Poco dopo arrivò il dottore. Capì che era successo qualcosa ma non chiese nulla,  la portò a casa poi prima di scendere le chiese in maniera discreta: “Tutto bene, hai bisogno di parlare?” Lei le fu grata per averle dimostrato simpatia in quel momento ma disse: “La ringrazio un’altra volta magari si.” Lo saluto affettuosamente ed entrò in casa.

L’indomani avrebbe rivisto Tomas, aveva paura di affrontarlo, ma sapeva che doveva abituarsi all’idea di incontrarlo e probabilmente di trovarlo spostato tra non molto con dona Carmela.

Alla mietitura dai Rodrigo partecipava tutta Jabugo era una festa tutti lavoravano o portando da mangiare ai mietitori o sistemando i covoni belli in ordine o facendo altre cose. Si mangiava, beveva, cantava, ma si lavorava tanto sempre ridendo.

Alva arrivò con le sue amiche molto presto poi lì trovarono gli amici del bar: la mattina si facevano i caffe da distribuire prima di iniziare a lavorare. Poi le donne andavano in cucina a preparare il pranzo per gli uomini, a turno portavano gli spuntini a base di panini bibite e vino, poi si preparava il pranzo e tutti si fermavano per mangiare tutti attorno ad una tavolata che non finiva più. Nel pomeriggio altri spuntini a base di frutta e bibite fresche, poi tutti uomini e donne sistemavano i covoni e per concludere la giornata cena per finire tutto il cibo che era stato preparato e si andava avanti oltre la mezzanotte e più.

Nel cerchio magico 3

domenica 23 novembre 2014

Nel cerchio magico 2


Quando uscivano dall’acqua prima di sdraiarsi ad asciugarsi passavano sotto la doccia e in quel momento le mani di Tomas l’accarezzavano senza ritegno Alva lo bloccava e si allontanava da lui.
Quando era ora di ritornare a casa piegavano gli asciugamani, prendevano le loro cose e mentre le avvicinava il pareo per aiutarla ad indossarlo lui si avvicinava al suo orecchio e mentre si chinava per dirle che era molto bella con le labbra le mordeva e lambiva l’orecchio provocandole dei brividi umidi e sospiri di piacere.
Alva non sapeva cosa pensare di tutte queste avances, questi ripetuti attacchi di Tomas per vincere la sua resistenza, il suo pudore la disorientavano. Il suo corpo fremeva a quelle carezze, era avido per inclinazione, riservato per pudore.
Quell’ultima sera forse il vestito che indossava era particolarmente carino, lui era molto galante, forse una birra in più fatto sta che mano nella mano si erano appartati dagli altri, scesero sulla spiaggia buia attratti dall’oscurità della notte. La serata era magica e Alva si sentiva molto eccitata. Camminavano e ad un certo punto Alva mise il piede male e stava per cadere ma prontamente Tomas la strinse a sé abbracciandola dal di dietro, premendole i seni e baciandole rapido la nuca. Lei poi con un brivido sentì la mano carezzevole che saliva sotto il vestito, bruciandole le cosce e le anche.

Ma con un rapido gesto si allontanò da lui perché sapeva che se fosse rimasta lì accanto a lui anche solo un istante non sarebbe più riuscita a controllarsi, sorpresa della reazione del suo corpo a quelle carezze. Senza pensarci alzo la mano e lo schiaffeggio.
Lui ci rimase molto male: portò la mano alla guancia, la guardò e sussurrò con astio: “La principessa non vuole essere baciata?” Alva rispose tutta agitata per le sensazioni che aveva provato e rispose: “Non mi stavi solo baciando”. Lui ironico rispose: “Non mi pareva ti desse tanto fastidio”. Lei rispose piccata: “Ti sbagli”. Allora in tono ironico ribatté: “Scusa. Mi sono sbagliato”.
Ormai la serata era rovinata, nessuno dei due parlò per un bel pezzo mentre rientravano all’appartamento. Quando arrivarono in vista della casa lui la salutò e montò in macchina e sparì nel buio della notte. Alva rimase sola a ricordare al buio la sensazione eccitante che aveva provato in quell’attimo tra le sue braccia.
Aveva scambiato qualche bacio con qualche ragazzo, collega di studi ma erano niente in confronto a quelli di Tomas. Ogni volta che ci ripensava aveva un brivido intenso che la stordiva.
Anche quella sera la sua vicinanza era stata così piacevole, la sensazione che aveva provato così forte che non riusciva a non pensare a quella sera di circa tre anni fa.
Maledizione, ora i ragazzi parlavano di una vedovella che andava a trovare ogni sera. Un uomo sano e vigoroso come lui aveva certe esigenze. Alva immaginava che non viveva come un monaco, sicuramente la signora le riscaldava il letto e soddisfaceva le sue richieste.
Cercò di non pensare a Tomas ma se lo immaginava mentre stringeva la vedovella tra le sue braccia, la baciava, la accarezzava come sarebbe piaciuto essere baciata e accarezzata lei.
Ad una certa ora fecero ritorno a casa  e si sforzo di non pensarci più, lei ora doveva pensare a riposarsi e poi doveva pensare al suo lavoro e nulla più.
Passò un po’ di tempo prima di rivedere Tomas, capitò a casa sua una mattina perché cercava suo padre per affari. Alva quella mattina aveva deciso di lavare la macchina e aveva indossato un paio di pantaloncini corti e una camicia che aveva legato in vita per comodità.
Quando arrivò Tomas la vide in quella tenuta e quando scese dalla macchina iniziò a fissarla con insistenza, le si avvicinò e le chiese con voce roca: “Ti serve una mano?” Alva si chinò per prendere la spugna dal catino senza rendersi conto che così facendo dalla scollatura metteva in bella vista il seno che spuntava dalla camicetta. Tomas ironico aggiunse: “Un po’ più in giù prego” Alva rendendosi conto a cosa stava facendo riferimento si tirò su di colpo e gli lancio la spugna bagnata in faccio urlandogli: “Sporcaccione”
Tomas le si avvicinò e con la mano che le scendeva giù per la nuca e per lo scollo della camicetta, in cammino verso i seni la immobilizzò e iniziò a baciarla sempre più esigente vincendo la sua resistenza. Non poteva lasciarlo fare lo desiderava ma non voleva cedergli.
Ad un certo punto tra un bacio e l’altro si divincolò e stava per alzare una mano ma lui la blocco: “Non hai perso l’abitudine di schiaffeggiare i tuoi ammiratori.” Le bloccò le mani dietro alla schiena e le catturò nuovamente le labbra e la baciò con una passione travolgente, poi la lasciò andare bruscamente. Stava per cadere  se non ci fosse stato lui rapido a sostenerla stringendola ancora a se.
La lasciò e con tono scostante le disse: “Di a tuo padre che l’ho cercato” poi come nulla fosse montò in macchina e se ne andò.
Alva rimase bloccata per un bel pezzo, sentiva ancora il calore delle sue labbra e le carezze delle sue manie su tutto il suo corpo.
Era sconvolta, incapace di muoversi. Non riusciva a calmarsi si sentiva il cuore in gola e il respiro era affannoso. Si appoggiò alla macchina e quando si sentì più salda sulle gambe si incamminò verso casa stordita. Andò in camera sue e si diresse verso la doccia e dopo aver lasciato i vestiti sul pavimento lasciò scendere l’acqua sul suo corpo incapace di reagire. Miscelò l’acqua in modo che scendesse solo acqua fredda e quella sferzata di acqua sul suo corpo la riportò alla realtà e riprese a pensare normalmente.
Così non andava bene. Tomas la desidera era evidente, i suoi sguardi lo dicevano, la sua voce , le sue carezze, ma non capiva poi perché dopo quei loro abbracci travolgenti lui scomparisse dalla circolazione e la evitasse. Molto probabilmente non voleva farsi vedere con lei. Temeva la gelosia della vedova o era solo attratto da lei?
Passò diverso tempo prima che potesse rivederlo, e la sensazione che lui non si fermasse negli stessi luoghi che lei solitamente frequentava le confermava la sua teoria. Le capitò un paio di volte che era all’emporio a fare le commissioni per suo padre e vide la macchina di Tomas passare, ma quando lui si accorse che il suo gippone era parcheggiato nei pressi invece di fermarsi tirò dritto.
Alva era molto contrariata, ma non poteva farci nulla, Un giorno però suo padre le chiese: “E’ un pezzo che non vedo Tomas, lo hai visto recentemente?” Alva gli rispose: “No! Sto andando dal dott. Salazar se vuoi visto che sono di strada passo da lui e gli dico che lo cerchi.”
Naturalmente aveva voglia di rivederlo ed era curiosa di capire come avrebbe agito vedendosela davanti. Arrivò da Tomas che abitava a circa quattro km da casa sua e 8 dal paese. Aveva una bella casa con un giardino molto ben curato. Parcheggiò davanti alla veranda e lo chiamò. Non vide nessuno. Fece il giro della casa e lo trovò dietro che sistemava la legna.
Era a torso nudo e appena si accorse di lei le disse in tono duro: “Cosa ci fai qui?” Si vedeva chiaramente che era irritato di vederla lì. Alva senza scomporsi gli disse: “Mio padre ha bisogno di parlarti, mister gentilezza!” Lui la guardò in modo torvo e rispose: “Adesso che hai fatto la tua ambasciata puoi anche andartene.”
Alva per nulla impressionata continuò: “Oh! E la famosa ospitalità che fine ha fatto signor Tomas Farah.” Lui sempre più cupo le rispose: “Ho da fare e non ho tempo da perdere con te.” Lei sorridendo aggiunse:  “Che tu non abbia tempo da perde con me è evidente, come è evidente che mi stai evitando.”
Lui la guardò senza negare la sua affermazione e aggiunse: “Quando te ne ritorni in città?” Lei scocciata rispose: “Non ritorno in città ho intenzione di rimanere. Qui ho mio padre e le persone a cui voglio bene. Voglio lavorare con il dott. Salazar .”

mercoledì 19 novembre 2014

Nel verchio magico 1


Era ritornata a casa dopo aver trascorso alcuni anni a Huelva per studiare all’università. Era felice di ritornare nel suo paesotto, rivedere suo padre al quale era legata da un profondo affetto, le sue amiche con le quali aveva mantenuto un buon rapporto e che rivedeva quando ritornava a casa durante le vacanze.
Alva lo sapeva nel suo piccolo paese, tutti sapevano tutto di tutti, ma a lei non importava fortunatamente abitavano un po’ fuori e cercavano sempre di farsi gli affari propri.
Era ritornata con una laurea in veterinaria, gli animali le erano sempre piaciuti, ma non era una semplice simpatia era proprio un amore e le sarebbe piaciuto esercitare nel suo paese. A Jabugo c’erano diversi allevatori e a lei, che molto spesso andava a trovare suo zio che aveva una bell’allevamento di maiali, piaceva la vita rude e semplice dell’allevatore e di animali se ne intendeva perché, anche se ragazzina, lo zio la portava spesso con lui insegnandole tante cose pratiche su come trattarli, come seguirli, e prendersi cura di loro.
Suo zio ormai non c’era più ma Alva aveva fatto tesoro di quelle nozioni che aveva appreso trascorrendo le sue estati con lui e aveva intenzione di mettere a frutto tutto quello che aveva imparato.
Ora aveva bisogno di prendersi qualche giorno di pausa dopo la laurea e riposarsi anche per pensare esattamente come muoversi.
In paese c’era un vecchio veterinario il dott. Salazar che esercitava da tanto tempo, molto bravo e Alva aveva intenzione di collaborare con lui. La cosa più importante era prima di tutto superare la diffidenza non solo sua ma anche dei futuri clienti. Affidarsi ad una donna era per questi allevatori un po’ difficile e superare questo ostacolo era un’impresa non facile, Alva lo sapeva, ma non era spaventata era determinata e non voleva indietreggiare. Doveva acquisire molto lentamente la loro fiducia e solo dimostrando la sua competenza sarebbe stata in grado di svolgere il suo lavoro.
Non aveva parlato di questo a suo padre, sapeva già che lui avrebbe preferito che andasse a stabilirsi in citta. Era vero avrebbe avuto meno difficoltà, ma lei preferiva tentare se poi avrebbe trovato tanti ostacoli nulla le avrebbe vietato di trasferirsi altrove.
Quella sera aveva appuntamento con le sue amiche nella birreria in piazza per bere con loro e fare quattro chiacchere. Parcheggio il suo vecchio gippone fuori dal locale. Entrò nella vecchia birreria che a quell’ora era già affollata e nel tavolo in fondo alla sala trovò il gruppetto di amici. Si sedette con loro, ordinò una birra piccola e si scambiarono saluti e battute scherzose. Stava parlando con Senalda della festa che stavano organizzando per Capodanno. Ad un certo Alva stava guardando verso la porta quando vide entrare Tomas Farah, era un pezzo che non lo vedeva. Era sempre affascinante come se lo ricordava. Capelli  ricci scuri , occhi neri profondi e un sorriso canzonatorio. Si guardò in giro poi li notò e si diresse verso il loro tavolo, salutò tutti con cordialità poi si accorse di Alva e dopo averla guardata insistentemente negli occhi le sorrise e poco dopo si sedette accanto a lei. Alva inizio a sudare e il cuore inizio a battere così forte che aveva timore che lo sentisse anche Tomas. Lui le faceva sempre questo effetto travolgente. Tomas dopo essersi accomodato sulla panca accanto a lei ordinò una birra e poco dopo le piantò nuovamente gli occhi addosso e le chiese con la sua voce calda e profonda che le dava sempre i brividi: “Ciao Alva come stai è un pezzo che non ti vedo?”
Cercando di mantenersi calma Alva ricambiò lo sguardo e gli rispose senza far tremare la voce: “Ciao Tomas sto bene grazie. Ho finito gli studi e ora ho intenzione di fermarmi un po’ qui a Jabugo.”
Lui sorseggiò la birra senza staccargli gli occhi di dosso e riprese: “Uhu! Bene. Così ci si vede più spesso!” sorrise e Alva sentì che la sua gamba si avvicinava alla sua. La sentiva bene,  forte e muscolosa contro la sua. Fece finta di nulla e non si mosse, lui le sorrideva ancora e non smetteva di guardarla. Alva per rompere quel silenzio imbarazzante gli chiese: “E tu come te la passi Tomas?”
Lui le guardò attentamente il viso e fissò con insistenza la sua bocca e poco dopo come risvegliandosi rispose: “Al solito, tanto lavoro.” Non riusciva a staccare gli occhi da lui sembrava che non ci fosse nessuno oltre a loro persi uno nello sguardo dell’altro.
Poco dopo chiamarono Tomas lui si girò a malincuore e rispose alla domanda che gli avevano rivolto. Rimase ancora un po’ lì con loro poi salutò tutti dicendo che doveva andare.
I ragazzi lo presero in giro dicendogli: “La vedovella ti reclama e Tomas?” lui si schernì e rispose sorridendo: “Sempre i soliti, ho delle cose da fare.” Salutò tutti poi si volse verso Alva e con un sorriso caldo le disse: “Ciao Alva ci vediamo presto.” Le fece l’occhiolino e uscì dal locale.
Alva aveva avuto una breve storia con Tomas qualche estate fa e doveva confessare a se stessa che non lo aveva per nulla dimenticato. Non che si fossero lasciati ma quando ritornava a casa lui l’accoglieva sempre con molto calore ma non aveva più provato a baciarla, anche se a lei sarebbe piaciuto.
Non aveva il ragazzo, anzi a dire il vero non aveva trovato nessuno che riuscisse a farle dimenticare Tomas. Era questa la verità.
Era l’estate di circa tre anni fa. Alva era ritornata come ogni anno verso metà luglio dopo aver dato un esame che le era costato molta fatica ma alla fine era riuscita brillantemente a superarlo.
Ora si era tolto anche quel peso di dosso e aveva voglia di rilassarsi e dimenticare per un po’ di tempo i libri.
Come ogni anno con le amiche programmavano una decina di giorni di mare per togliere quel color bianco cadaverico dalla loro pelle. Si accordò con Linda, Ema, Sofia e Blanca le sue migliori amiche,  fecero i bagagli e partirono alla volta di Ayamonte dove Linda metteva a disposizione delle sue amiche una casetta non tanto grande ma confortevole. Facevano solo mare poi  le raggiungevano i ragazzi dal paese e stavano con loro a cena.
La mattina partivano ognuna ad una certa ora per andare in spiaggia Blanca e Alma erano le più mattiniere, quando si alzavano mettevano il caffe per tutte, facevano colazione e preparavano della frutta da portarsi via per il pranzo. Con un libro e la crema solare si recavano in spiaggia per rimanerci sino a sera. Quel fine settimana i ragazzi avevano organizzato una grigliata e  sarebbero rimasti con loro sino al lunedì.
Quel fine settimana arrivò anche Tomas e fece coppia fissa con lei; Alva aveva un debole per Tomas si conoscevano da tanto tempo: scherzavano a volte si provocavano facendosi dei dispetti ma nulla più. Forse perché era da tanto tempo che non si vedevano, o forse perché le altre coppie erano già fatte loro due si ritrovarono a stare assieme, ma non era un peso anzi anche Tomas sembra ben felice di stare con lei.
Tomas era un abile nuotatore e Alva in suo compagnia faceva volentieri delle lunghe nuotate spingendosi con lui sino al largo. C’erano tante cose che lui le spiegava e Alva restava sempre volentieri ad ascoltarlo.  Alva si era accorta che Tomas non le toglieva gli occhi di dosso, con quel micro costume che le copriva giusto le vergogne non poteva nascondere poi tanto. Ma il suo sguardo che si soffermava a lungo sulle sue curve le provocava un brivido di piacere e di eccitazione.
Gli unici contatti che avevano era quando dopo il bagno si offriva di spalmarle la crema solare sulla pelle. La sua mano la carezzava lentamente  e i suoi occhi la divoravano vogliosi spostandosi con la mano lungo le parti scoperte; le dita più impertinenti cercavano di insinuarsi anche oltre tenendo sempre sotto controllo le reazioni di Alva. Quando lui si spingeva oltre il consentito lo riprendeva si girava sull’asciugamano mettendo una certa distanza tra loro.